26 giugno 2012

Nella giornata che l’ONU dedica alla tortura nel mondo noi cittadini italiani facciamo uno sciopero della fame per denunciare la condizione di tortura a cui sono sottoposti quasi tutti i detenuti e le condizioni di inciviltà in cui sono costretti a vivere i reclusi.

• No al sovraffollamento che ha portato a varie condanne dell’Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo;

• No all’ergastolo. In Italia sono 1500 i detenuti condannati a questa pena disumana. La maggior parte di loro hanno l’ergastolo ostativo e quindi dovranno morire in carcere;

• No alle sezioni a 41 bis, all’uso dell’isolamento 22 ore su 24 in una piccola cella e solo due ore per l’aria e la socializzazione con un altro detenuto (nelle aree riservate) e con altri tre nelle sezioni “normali”, no ai colloqui di una sola ora mensile con i propri familiari e dietro vetro antiproiettile, no ad un’enorme serie di limitazioni che producono danni irreparabili di natura fisica e psichica;

• No alle troppe morti nelle carceri italiane;

• Sì alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari (per ora siamo circa a metà);

• Sì alla creazione di strutture fuori dalle carceri per i bambini e le loro madri condannate (per ora vi è solo l’esperienza positiva di Milano);

• Sì all’attuazione dell’art.27 della nostra Costituzione che dice che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione dl condannato”. Ma le carceri dove si cerca di concretizzare queste affermazioni così importanti si contano sulle dita. E tutte le altre?

• Sì alle parole espresse sulle condizioni disumane nelle carceri dal nostro Presidente della Repubblica e dalle più alte autorità dello Stato. E quando dalle parole si passerà ai fatti?
Associazione Liberarsi

Ansa, 19 giugno 2012
Colto da malore e ricoverato nell’ospedale
Cardarelli di Campo-basso, al 30/o giorno di sciopero
della fame, il consigliere nazionale del Sindacato
autonomo della Polizia penitenziaria (Sappe), Aldo
di Giacomo.
Ora è nel reparto di Medicina del nosocomio molisano.
“Le sue condizioni – ha spiegato il suo medico
personale – non gli consentono di proseguire nella
sua protesta”.
Di Giacomo aveva cominciato lo sciopero della
fame il 23 maggio scorso per sensibilizzare le istituzioni
sul problema del sovraffollamento delle carceri

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