Carcere e meditazione: sono compatibili?

Si può avere libertà interiore quando non si ha libertà fisica? Risponde un maestro zen di Roma che sta realizzando un progetto molto interessante a Rebibbia.

Si chiama Dario Doshin Girolami (foto) è un monaco buddhista e dirige il Centro Zen l’Arco di Roma.
La formazione di Doshin (in giapponese “Cuore della Via”) è molto particolare perché pur essendo un monaco zen ha ricevuto insegnamenti e iniziazioni anche da grandi maestri di varie tradizioni: da Corrado Pensa a Thich Nhat Hanh al Dalai Lama. Yoga Journal lo ha intervistato per chiedergli come questo eclettico percorso lo abbia portato a un’esperienza di grandissimo interesse: la gestione di corsi di meditazione – sia per i detenuti sia per le guardie – nel carcere di Rebibbia a Roma.

1) Da dove nasce l’idea di insegnare la meditazione in un carcere?
Dalla mia esperienza americana. Il San Francisco Zen Center, monastero dove sono stato ordinato monaco Zen e dove continuo a insegnare e praticare periodicamente, da anni promuove un corso di meditazione per i detenuti del carcere di San Quintino. Del resto, negli Stati Uniti sono più di quarant’anni che si tengono corsi di meditazione nelle prigioni, con grandi risultati. Perciò ho partecipato al programma per riproporre lo stesso tipo di corsi anche in Italia. Ora sono già due anni che un crescente numero di detenuti del carcere di Rebibbia di Roma segue assiduamente il corso di meditazione di consapevolezza che conduco settimanalmente tra le mura dell’istituto penitenziario.

2) Che cosa insegna l’esperienza americana? Quali risultati ha dato fra la popolazione carceraria?
I risultati sono straordinari: sensibile diminuzione dello stress, della rabbia e, addirittura, calo del numero dei suicidi. Inoltre è stato registrato un calo del 20% delle recidive criminali negli ex detenuti che hanno frequentato tali corsi. La pratica meditativa si è rivelata estremamente efficace anche nei bracci della morte, dove condannati alla pena capitale sono riusciti a vivere più serenamente e pienamente il tempo che rimaneva loro, grazie all’assidua meditazione. Ma c’è di più. Alcuni detenuti hanno trasformato il periodo di detenzione in un ritiro spirituale, o, addirittura, in un ritiro monastico, tanto da ricevere una ordinazione religiosa tra le mura del carcere. A loro detta, infatti, non c’è poi molta differenza tra la vita cenobitica, dove si trascorre il tempo in una “cella” monastica, in silenzio, seguendo la Regola, e la vita in prigione.

3) E in Italia cosa è successo? Ha incontrato collaborazione o difficoltà?
Dopo vari tentativi, e con il significativo contributo del professor Antonino Raffone, della Facoltà di Psicologia della Sapienza, sono entrato in contatto con il direttore e gli educatori del carcere di Rebibbia che, da subito, hanno dimostrato grande apertura e interesse nel progetto. E’ stato così strutturato un primo corso di “meditazione di consapevolezza” (Vipassana) della durata di sei mesi. Assieme agli educatori si è deciso di rivolgere il corso a un gruppo di detenuti condannati all’ergastolo, cioè a delle persone con problemi di aggressività – molte di esse hanno condanne per omicidi plurimi – e che dovevano affrontare le molteplici difficoltà che derivano dal confrontarsi con una pena a vita. Da subito i detenuti partecipanti al corso hanno mostrato curiosità e interesse, dando vita a vivaci domande e riflessioni, non soltanto sulle tecniche in sé, ma anche sul Buddhismo e la psicologia.

4) Come si svolgono questi corsi di meditazione e qual è il loro scopo precisamente?
Sebbene le pratiche meditative proposte provengano dalla millenaria tradizione Buddhista, tuttavia il corso è stato strutturato in maniera non denominale. In altre parole sono state semplicemente presentate le tecniche di consapevolezza, senza far riferimento alla tradizione che le ha generate, nel pieno rispetto delle idee dei partecipanti. Fondamentalmente si tratta di tecniche di presenza mentale, o Mindfulness, atte a riportare la mente al “qui e ora”. Ci sono periodi di meditazione seduta associati a periodi di meditazione camminata, dove l’attenzione al corpo e al respiro viene praticata in maniera dinamica associando la consapevolezza al movimento. In tal modo ogni camminata, anche il percorso effettuato per andare dalla cella alle docce, può essere trasformato in un occasione di pratica, in un’occasione di pace interiore. Entrambe le pratiche consentono di sviluppare uno spazio interiore di libertà paragonabile all’occhio del ciclone: un centro interiore che rimane tranquillo anche nel mezzo del caos, un luogo di chiarezza nel mezzo della confusione. Si tratta di uno spazio interiore che, una volta addestrati, può essere contattato a piacimento. Tale pratica consente di fare pace con il momento presente, qualunque esso sia, e di fare pace con se stessi; consente di non “scappare fuori” con la mente ma di rimanere sereni esattamente dove si è, e di trasformare il “disagio” in “agio”. Con l’approfondirsi della pratica diviene possibile liberarsi dai sensi di colpa, osservare le tendenze negative senza dargli corso, prendere consapevolezza delle proprie azioni passate e delle conseguenze di tali azioni.

5) Quali differenze ha riscontrato fra l’esperienza americana e quella italiana?
Anzitutto, l’entusiastica partecipazione delle guardie carcerarie italiane. Negli Stati Uniti mi era stata segnalata una forte resistenza da parte delle guardie carcerarie, che non solo non erano interessate alla meditazione ma anzi la schernivano. In Italia invece ho avuto una gioia inaspettata: il comandante delle guardie di Rebibbia mi ha chiesto di organizzare un corso anche per le guardie carcerarie – ovviamente in spazi e in orari diversi. Spesso si parla dello stress e dei suicidi dei detenuti, dimenticando che anche le guardie passano gran parte della loro vita dentro il carcere, sviluppando alti livelli di stress, tanto da arrivare anche esse al suicidio. Mi è subito risultato chiaro che per portare una maggior pace all’interno delle mura carcerarie occorreva intervenire su entrambe le facce dell’istituto penitenziario: i detenuti e le guardie. I poliziotti hanno risposto con entusiasmo, formando subito un gruppo di venti persone. Anche questo rappresenta una novità per l’Italia. Un’altra particolarità italiana è straordinario legame umano tra guardie e detenuti che ho riscontrato a Rebibbia. Ho scoperto infatti che il legame umano che si instaura porta le guardie a farsi carico psicologico dei drammi dei detenuti, carico che si va ad aggiungere allo stress derivante da un lavoro logorante. Da qui la necessità di un corso anche per loro.

6) Al progetto collabora anche l’Università la Sapienza di Roma. Qual è il suo ruolo?
Entrambi i corsi – quello per i detenuti e quello per le guardie – sono stati organizzati assieme alla Facoltà di Psicologia della Sapienza, con l’intento di fare anche una ricerca scientifica – sul modello di quanto già fatto negli Stati Uniti – volta a monitorare gli effetti della meditazione sui partecipanti. Sono stati fatti quindi dei test psicologici ai meditanti prima, durante e dopo il primo corso, atti a misurare i livelli di stress, di ansia, di rabbia e di auto-compassione.

7) Nella popolazione di Rebibbia quali effetti sta provocando questo corso di meditazione?
Al di là dei test condotti dalla Facoltà di Psicologia – test che hanno effettivamente dimostrato un aumento della tranquillità interiore – immediatamente un dato è balzato ai miei occhi: i detenuti riuscivano a dormire di notte. Sebbene questo possa sembrare un fatto banale, in realtà non lo è. Infatti uno dei principali problemi che i carcerati incontrano è quello dell’insonnia, dovuta ai sensi di colpa, al pensiero che va “fuori dalle mura”, al costante rumore dovuto alle porte di ferro che sbattono, ai richiami dei secondini, alle televisioni ad alto volume. E il tutto porta a uno smisurato uso di sonniferi. Il fatto quindi che, grazie alle tecniche di meditazione e di rilassamento, i detenuti riuscissero a dormire, ha rappresentato un primo grosso risultato.

8) E lei, quali insegnamenti ha tratto da questa esperienza?
L’immergersi nell’inferno della prigione costituisce una pratica difficile. Il dolore è palpabile, il senso di oppressione è forte. Anche la paura è presente: la paura della reclusione, la paura di essere a stretto contatto con persone pericolose. Tuttavia, e con mia grande sorpresa, mi ha donato e continua a donarmi grande gioia e apertura.?Incontrare di persona pluri-omicidi, sedere accanto a loro in meditazione in una cella angusta, mi ha permesso di comprendere che non si tratta di mostri ma di esseri umani, non diversi da noi. In fondo tutti, prima o poi, abbiamo concepito pensieri violenti. L’assunto fondamentale della tradizione Buddhista Mahayana è che tutti gli esseri viventi hanno la Natura di Buddha. Un pensiero bello e affascinante, ma altra cosa è incontrare persone che sembrano davvero lontane dalla buddhità. Eppure ho avuto modo di sperimentare che tutti, prima o poi, rivelano la loro natura umana e la loro fondamentale bontà.

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