Eccomi di nuovo a Sollicciano

Eccomi di nuovo a Sollicciano, ormai ho deciso di affrontare questo destino che mi perseguita in ogni momento della giornata sfondando ogni tipo di mia intimità, mentre faccio l’amore con mio marito, mentre scambio coccole con i miei figli, mentre faccio i miei bisogni nel bagno, addirittura mentre dormivo sognavo di tornare a Sollicciano. La mia prima carcerazione è stata il 2-5-2011, che incubo, non ero sola, c’era anche lui, il mio bambino ricciolino, la mia principessa bambina lasciata a casa con mia sorella e mia cognata, tre cuori hanno subito il malessere della separazione. Ci hanno portato al Nido di Sollicciano, ero un corpo che camminava senza passi perché i piedi non mi reggevano, mi svegliavo a sentivo l’odore del mio bambino che tenevo in braccio e mi giravo verso di lui “Amore, vuoi il ciuccio?”, non parla, mi fa segno di sì con la testa.
Meno male che ci siamo stati solo due mesi, poi ho avuto di nuovo gli arresti domiciliari.
Dopo cinque mesi il mio incubo si è avverato, diverse volte quando ero al Nido sognavo di uscire ma mi toccava sempre tornare a Sollicciano, però questa volta lo sapevo, da quando ero diventata definitiva il 28-10-2011 aspettavo da un momento all’altro il bussare della polizia. Solo per una settimana sono stata al sicuro, all’ospedale a causa di un aborto spontaneo, lì non mi batteva il cuore come quando sentivo suonare il campanello di casa mia, però il mio cuore era morto perché una parte di me non c’era più. Dovevo scontare tutta la pena dal 17- 3-2008, non hanno considerato quello che avevo già scontato, pagato, lo chiamano “il presofferto”. Il 15-11-2011 ho chiamato l’avvocato per sapere se avevano corretto lo sbaglio, se avevo già scontato metà pena potevo rimanere a trascorrere l’altra agli arresti domiciliari. “Ancora niente”, mi disse. “Ormai ho la valigia pronta”, gli risposi. Era solamente questione di tempo, la mia vita non aveva più senso, non più fiori, pioggia, solo spine a forma di processi, camere di consiglio, istanze, avvocati, giudici, tribunali, niente fiabe, poesie, e tutto questo finisce dietro le sbarre. Il 17-11 ci sono finita anch’io, ormai sapevo come funziona, sapevo dove andare, alla sezione penale perché sono definitiva, invece mi hanno sbattuta alla sezione giudiziaria, vieni chiusa un minimo di tre giorni finché arriva lo psicologo, per tre giorni non ho mangiato, c’era con me una donna non più giovane, con i capelli rossi, era talmente tranquilla, mi consolava quando mi vedeva piangere, insisteva che mangiassi qualcosa, mi diceva “almeno un frutto, un mandarino”, niente, avevo voglia solamente di piangere. Pensavo ai miei figli, tornavano dalla scuola e non mi trovavano, mi sentivo il cuore strappato, sanguinava, gli occhi li sentivo pesanti, chiusi dalle lacrime, aspettavo solo il colloquio perché mia sorella avrebbe portato i miei figli. Prima di lei arrivò lo psicologo, gli chiesi di chiamare casa mia per sentire come stavano, rispose mio fratello, non parla bene l’italiano ma capì cosa gli chiese lo psicologo. Io gli chiesi di farsi passare la bambina, parla benissimo l’italiano perché va alla prima elementare, io ero attenta a ogni parola, a ogni gesto, reazione dello psicologo, che ripeté la domanda a mio fratello “Dove sono i bambini?” Saltavo sulla sedia, il cuore mi batteva a mille, mi si era seccata la bocca, sentii mio fratello “…sociale”. “Oh mamma mia, perché? Dove sono i miei figli, con chi?” Li immaginai tra estranei, che piangevano, me li avevano strappati, anzi, rapiti, ma per quale motivo una cosa del genere, dov’è l’interesse del minore? Dove era il servizio sociale dal 2008 che ero agli arresti domiciliari? Ero incinta del bambino e la bambina aveva meno di tre anni, perché una legge dà la possibilità di stare con i figli e un’altra te li strappa senza il diritto che i figli stiano con i familiari invece che affidarli a degli sconosciuti? E poi il bello è che fanno passare un inferno ai bambini dopo averli traumatizzati, fissano una udienza per cercare i legami più significativi dei familiari di quarto grado, cercano l’affettività. Perché non ci pensano prima a questa cosa così fondamentale. Sono passati due mesi senza vedere i miei figli, senza sentirli, ogni volta che mi dicevano di prepararmi per il colloquio speravo di trovare i miei bambini con mia sorella, invece niente, tornavo triste e la ferita guarirà solo quando potrò abbracciarli. Mi consolavo dicendo che Dio me li aveva dati e me li avrebbe restituiti, cercavo il lato positivo, ma francamente da dietro queste sbarre di positivo non c’è niente. C’è un lungo corridoio con tante finestre, un bunker in cui nemmeno una zanzara ce la fa a entrare, se ci riesce sarà difficile che ce la faccia a uscire, come noi.
Nezha

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