Strage di Viareggio: nessun silenzio

Se l’Italia fosse realmente una repubblica fondata sul lavoro molti problemi del paese sarebbero risolti. Chi lavora e lo riesce a fare con dignità sente il peso diretto delle responsabilità legate alle sue azioni. Questa è una delle lezioni di Viareggio, dove i ferrovieri e i familiari delle vittime si ritrovano uniti nel sostenere una battaglia che cerca verità e giustizia. Di questo parla lo spettacolo “Non c’è mai silenzio”, andato in scena a Firenze come prima nazionale, al Teatro Puccini, l’8 gennaio, grazie anche a Libera e all’ARCI. Lo sguardo del pubblico accoglie una scenografia essenziale, dove due figure si muovono con gesti semplici e lineari, come se per un’ora e mezzo si stesse assistendo allo scorrere di una scena di vita reale, fluida e priva di interruzioni. Dall’ottima interpretazione di Elisabetta Salvatori ci si lascia trasportare in un insieme di colori, odori e suoni (realizzati anche dalle non invadenti esecuzioni di Matteo Ceramelli): il tutto a trasmettere il senso di una strage che doveva essere evitata.
Il coinvolgimento del pubblico sta nella naturalità di una strada che viene descritta attraverso i ritratti di chi morirà in quella notte del 29 giugno 2009, quando un “treno bomba”, squarciato, causerà un’esplosione che si trascinerà dietro la vita racchiusa in via Ponchielli.
Non si rompe l’intimità delle famiglie e degli amici colpiti dal lutto. Non si indaga sulla vita dei singoli. Non si fanno distinzione tra italiani nati nella penisola e italiani che sono arrivati a vivere nel paese.
Si dipinge quello che era e adesso non c’è, provando a lasciare da parte il dolore e l’angoscia, dimostrando l’importanza della vita e quindi di ciò che riempie il silenzio, perché dove c’è silenzio c’è morte e dove c’è morte non c’è ricordo o memoria.
I gesti di chi animava via Ponchielli sono parti di una composizione musicale che tra testo recitato e canzoni reinterpretate, anche attraverso le parole di Guccini e Battiato, descrive una parte delle note che sono state scritte sul pentagramma della città di Viareggio, la seconda in Italia (dopo Napoli), per canzoni dedicate alla propria storia.
La strage di Viareggio è direttamente legata alla parte peggiore di una “povera patria” dove l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, un tempo sindacalista, si impegna a licenziare un ferroviere deciso a far emergere la verità su un pluriomicidio che non può essere ridotto ad incidente. Il marcio di un paese che ha vissuto il fascismo come pagina autobiografica da cui con difficoltà si riscatta quella parte migliore che, prima sulle montagne, oggi nei piccoli e grandi gesti di resistenza, si mostra unita nella voglia di costruire rapporti di solidarietà, attraverso la ricerca di una verità da conquistare.
Uno spettacolo a cui occorre essere presenti, per ascoltare, sentire, capire, quello che è stato, che non deve essere dimenticato e che potrebbe ancora essere. Perché la velocità di 100 chilometri orari a cui viaggiava il treno merci quel 29 giugno è stata limitata solo per la stazione di Viareggio, una città dove però si è deciso di non abbattersi, non chiudersi nel dolore ma riempire con la memoria il silenzio che vorrebbe essere imposto da una società sempre più in crisi, da cui occorre riscattarsi, giorno dopo giorno. I prossimi spettacoli: 17 gennaio a Lucca, 26 gennaio a Casalguidi (PT), a marzo al Festival Crucifixus a Brescia, il 27 gennaio giorno della memoria. Il 22 gennaio si terrà l’udienza di Riccardo Antonini.

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