Le donne in carcere, violate nella loro femminilità e maternità

Le donne in carcere, violate nella loro femminilità e maternità

da:eticamente.net

Arrivano tante lettere dai carceri di tutta Italia a Radio Radicale durante il programma radiofonico che va in onda da oltre 10 anni “Radio Carcere“. Le lettere vengono lette in diretta da Riccardo Arena, le condizioni peggiori sono destinate alle donne, carenza di igiene, ginecologi o pediatri assenti, difficoltà nel procurarsi assorbenti o detergenti intimi.

Ecco alcune testimonianze di ragazze che sono in carcere o ci sono state:

«Quando ero dentro non ho avuto il ciclo per diversi mesi. La causa, secondo il medico del carcere, era lo “stress da detenzione”. Quando sono uscita mi è stata diagnosticata una menopausa precoce: rischio di diventare sterile» dice una ragazza di 23 anni.

«Non abbiamo il bidè e spesso non possiamo neanche farci la doccia perché manca l’acqua calda», raccontano Stefania, Anna e Laura, rinchiuse a Benevento.

«Siamo arrivate ad essere anche otto nella stessa cella, con un solo bagno, uno spazio dove cucinavamo anche», spiega Silvia, ex detenuta a Rebibbia.

«Mi si sono rotte le acque in carcere. Solo dopo un’ora, quando è arrivata l’autorizzazione del giudice, mi hanno portato in ospedale. Ci sono rimasta il tempo per partorire. Dopo tre giorni io sono tornata in carcere mentre mio figlio è rimasto in clinica: l’ho allattato a distanza tirandomi il latte con il tiralatte», racconta Maria.

Le donne in carcere in Italia sono 2818, il 4% del totale rinchiuse in uno dei 5 istituti femminili Trani, Pozzuoli, Roma Rebibbia, Empoli e Venezia Giudecca.

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Frida Kalho

Frida Kalho Città del Messico 1907 – 1954 Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce da genitori ebrei tedeschi emigrati dall’Ungheria a Città del Messico, il 6 luglio del 1907, anche se lei dichiarava di essere nata nel 1910, con la rivoluzione, con il nuovo Messico. Del padre, Frida dice «grazie a mio padre ebbi un’infanzia meravigliosa, infatti, pur essendo molto malato (ogni mese e mezzo aveva un attacco epilettico, nda) fu per me un magnifico modello di tenerezza, bravura (come fotografo e pittore, nda) e soprattutto di comprensione per tutti i miei problemi». Della madre, invece, diceva che era molto simpatica, attiva e intelligente, ma anche calcolatrice, crudele e religiosa in modo fanatico. A 6 anni Frida si ammala di poliomelite: piede e gamba destra rimangono deformi, tanto che Frida li nasconde prima con pantaloni e poi con lunghe gonne messicane. Così, se quando è piccola viene soprannominata dagli altri bambini “Frida pata de palo” (gamba di legno), quando diventa grande è ammirata per il suo aspetto esotico.
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Angela Davis

Birmingham (Alabama) 1944.
Angela Yvonne Davis è una figura fondamentale per il movimento femminista nero degli anni Settanta. Nata il 26 gennaio da una coppia di insegnanti, relativamente benestante (il padre prese in gestione un distributore di benzina), visse i drammi del razzismo del profondo Sud. Abitava in una zona chiamata Dynamite Hill perché spesso, lì, le case dei neri che vi si trasferivano venivano fatte saltare con la dinamite; con la dinamite fu fatta saltare una chiesa dove morirono tre sue amiche. Laureata con lode in letteratura francese, passò poi agli studi di filosofia e visse a Parigi e Francoforte dove fu allieva di Adorno, per ritornare poi negli Stati Uniti, dove fu allieva di Herbert Marcuse.
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Sisina allo specchio

GRAZIE A FUORI BINARIO CHE MI HA DATO TANTO
Ci sono momenti della vita in cui succedono cose che da tempo attendevamo. Io quando ho letto la prima volta F. B., sei anni fa e poi ho sentito un’intervista a Roberto Pelozzi per il giornale su Nova Radio, ho capito che c’ero anch’io, che ero come loro, che sarei voluta essere una di loro. Libera. Libera di essere me stessa, libera dai tanti pregiudizi borghesi e fascisti, libera di giudicare da sola ciò che per me è bene e male. Ho sentito che c’era uno spirito creativo in quello che scrivevano e si capiva dall’intervista, da come si presentavano, anche parlando delle cose più serie, a volte anche tragiche. E quando sono entrata per la prima volta in redazione con un articolo sui miei problemi ho trovato l’ambiente come me l’aspettavo. Sono stata “accolta”, dico accolta perché non ci sono porte chiuse nel mondo e così è per F.B. nella realtà, solo e tanto tanto rispetto umano, e così in questi anni di collaborazione nei momenti duri come in quelli belli è quello che ho sempre trovato. Grazie Fuori Binario.

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La bontà disarmata (e un po’ loffia)

di Daniele Barbieri
Una quindicina di anni fa un gruppo di associazioni impegnate nel sociale lanciò (senza successo) una campagna che – se la memoria non mi tradisce – era intitolata «Il gatto e la volpe». Denunciava che proprio in chi era più impegnato nella solidarietà era forte lo sconcerto nel vedere che una minoranza di ong (e/o di onlus, insomma il nome conta poco) doveva subire la cattiva fama di molte altre che chiedevano soldi per scopi “personali” se non truffaldini; si chiedeva una nuova e buona legge che purtroppo non arrivò. Da allora la situazione è peggiorata. A fare il punto sulla situazione torna utile «L’industria della carità» (sotto-titolo «Da storie e testimonianze inedite il volto nascosto della beneficenza», prefazione di Alex Zanotelli) che a gennaio Valentina Continua a leggere