La bontà disarmata (e un po’ loffia)

di Daniele Barbieri
Una quindicina di anni fa un gruppo di associazioni impegnate nel sociale lanciò (senza successo) una campagna che – se la memoria non mi tradisce – era intitolata «Il gatto e la volpe». Denunciava che proprio in chi era più impegnato nella solidarietà era forte lo sconcerto nel vedere che una minoranza di ong (e/o di onlus, insomma il nome conta poco) doveva subire la cattiva fama di molte altre che chiedevano soldi per scopi “personali” se non truffaldini; si chiedeva una nuova e buona legge che purtroppo non arrivò. Da allora la situazione è peggiorata. A fare il punto sulla situazione torna utile «L’industria della carità» (sotto-titolo «Da storie e testimonianze inedite il volto nascosto della beneficenza», prefazione di Alex Zanotelli) che a gennaio Valentina Furlanetto – giornalista fra l’altro a Radio 24 – ha pubblicato con Chiarelettere (248 pagine per 13,90 euro).
«Per salvaguardare oceani, balene, foreste, ambiente Greenpeace Italia ha utilizzato due milioni 349mila euro, meno di quanto spenda per pubblicizzarsi e cercare nuovi iscritti: 2 milioni 482mila euro»: così il bilancio 2011 del l’associazione. Questa è una delle frasi- civetta che, come abitudine per i libri di Chiarelettere, apre l’indagine di Furlanetto. Stiamo parlando di Greenpeace, dunque di un’associazione al di sopra di ogni sospetto, che deve però fare i conti con gli altissimi costi della pubblicità-informazione per sostenersi. E’ uno dei problemi, non l’unico. Un altro, molto più complesso, è affidato –sempre a inizio libro – a un’altra frase-riassunto, in questo caso una citazione di Antonio Gramsci: «La bontà disarmata, incauta, inesperta e senza accorgimento non è neppure bontà, è ingenuità stolta e provoca solo dis astri». Furlanetto è molto brava a far parlare i numeri e le persone. Il volume si divide in tre sezioni con titoli molto espliciti: «Il circo umanitario»; «Questione di marketing»; «Il lato oscuro di Robin Hood»; infine l’impressionante «Il supermarket dei bambini» sugli imbrogli e sulle molte zone oscure delle adozioni internazionali. Nel suo epilogo, Valentina Furlanetto ricorda che «la filantropia ha fatto cose importanti», non è da biasimare, anzi. Però «fare beneficenza vuol dire esercitare molto potere [...] e il potere senza la supervisione e il controllo democratico può causare seri danni». Quanto all’informazione l’autrice colpisce nel segno quando rammenta che «un cronista che parte per l’Africa al seguito di un’associazione umanitaria [...] non è diverso dal giornalista embedded che parte con l’e- sercito». Gli elmetti più pericolosi, si sa, non stanno sopra la testa ma dentro il cervello: vale per giornalisti e per tutte/i noi. Sagge le parole conclusive del libro: «Sarebbe sbagliato se, arrivati fin qui, vi foste convinti a non donare più un euro, a scansare il banchetto con l’azalea, a non fidarvi più di nessuno. Se però, quando qualcuno ci chiederà soldi per una buona causa, non guarderete solo l’immagine del bambino su tramonto africano [...] ma controllerete soprattutto la serietà e i conti di quell’ associazione, allora queste pagine avranno avuto un senso». Nella prefazione Zanotelli si rammarica che dai tempi (1985) in cui denunciò la «mala coopera- zione» quasi nulla è mutato: «Al momento – scrive – l’unica cooperazione portata avanti sia dal governo Berlusconi sia dal governo Monti è il business». Si addolora Zanotelli per- ché – spiega – «gli italiani sono un popolo generoso» ma «la generosità non deve servire a scaricarci la coscienza». Insomma: «basta con la carità, c’è bisogno di giustizia». E conclude: «La liberazione viene sempre dal basso, dai poveri, mai dai ricchi». Ecco le questioni di fondo che si intrecciano con le altre (più con- tingenti però importanti nell’immediato) che Furlanetto ci pone, in bell’ordine, sotto gli occhi. Sì, «è importante questo libro», ha ragione Zanotelli.

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