UN ALTRO SIGNOR B. UNA STORIA DI ORDINARIA ESCLUSIONE SOCIALE

B. l’ho conosciuto quando aveva 16 anni. Già a quell’età aveva dato i primi segnali di devianza. B., quando era ancora ragazzo ho provato molte volte a cercarlo recandomi direttamente a casa sua, con l’intento di accompagnarlo verso un percorso educativo. Il rapporto è iniziato così, offrendogli semplicemente delle colazioni al bar e parlando insieme, perché sapevo che in quel momento non potevo chiedergli di più. Successivamente, senza successo, ho provato ad inserirlo nei percorsi d’accompagnamento lavorativo all’interno della cooperativa sociale dove lavoro, che per un po’ il ragazzo ha frequentato, per poi dopo alcuni mesi abbandonare definitivamente. Rendendomi conto delle problematiche personali che aveva, riuscii a convincerlo ad accompagnarlo da uno psicologo, ma quest’ultimo da “bravo” dottore, mi riferì semplicemente quello che già sapevo e cioè che B. era affetto da disturbo della condotta, aggiungendo che come medico non poteva fare altro e che il ragazzo doveva autonomamente presentarsi alle sedute, non immaginando che per questi soggetti occorre fare qualcosa di più da quello che prevede rigidamente il rapporto professionale medico – paziente. Ora B., a distanza di anni, è detenuto in carcere a Pistoia. Appena l’ho visto mi ha salutato e abbracciato come se ci trovassimo al bar.
Ho capito solamente in quel momento che con lui avevo perso la partita e che non l’avevo persa solamente io, ma che in qualche modo l’avevamo persa un po’ tutti. Da questa esperienza parte la mia constatazione della direzione in cui stiamo andando e cioè verso una comunità e più estesamente un tipo di società sempre più escludente, che come nel caso di B. e di tanti altri ragazzi come lui non riesce e forse non vuole più rispondere alle loro domande di aiuto, domande che non sono immediatamente decifrabili, ma che potremmo percepire e raccogliere se solo ci mettessimo veramente in un atteggiamento di ascolto. B. abitava e abitata tutt’ora (quando un giorno tornerà in libertà), nella zona più degradata di Pistoia, dove un architetto “creativo” ha progettato, ed un’amministrazione compiacente di quel tempo, realizzato, un quartiere popolare fatto di palazzi a forma di triangolo, torri e altre forme strane. Palazzi degradanti, grigi, brutti, realizzati con materiali scadenti, con scarsi se non nulli lavori di manutenzione, dove i poveri cristi che li abitano ci soffocano dal caldo d’estate, costretti a combattere con piattole, scarafaggi ed altre insetti strani. Se è vero, come ha detto qualcuno, che la bellezza salverà il mondo, vorrà dire che questo quartiere, come altri della nostra periferia, sono destinati forzatamente al declino. Negli ultimi anni si è cercato di riqualificare il quartiere con un progetto ambizioso con tre “grandi” risultati: i palazzoni descritti sopra sono rimasti nelle solite condizioni e si sono invece abbattute le uniche case decorose a tre piani, costruite a regole d’arte e che con modesti interventi di manutenzione sarebbero tornate come nuove; si è abbattuta quella che era chiamata la “scuolina”, e che tanti residenti ancora rimpiangono, per costruirci nuove palazzine; si è affidato l’appalto dei lavori a delle aziende, senza tenere conto della possibilità che alcune lavorazioni potevano essere realizzate dalle cooperative sociali presenti sul territorio e che da anni occupano persone svantaggiate, guarda caso nella maggioranza dei casi provenienti dallo stesso quartiere. I ragazzi e altre persone come B. nascono e crescono tra questi palazzi nell’indifferenza dei servizi pubblici che in qualche modo dovrebbero occuparsene, perché una cosa è certa: anche quando quello che viene chiamato “utente”, chiede aiuto e si rivolge ai servizi sociali, non sempre trova delle risposte in grado di rispondere concretamente ai propri bisogni, ma sempre più spesso trova solamente dei muri. I ragazzi come B. sono sempre più in aumento. Sempre più precocemente abbandonano la scuola dell’obbligo e quest’ultima è contenta quando può liberarsi di chi “disturba” e di chi, come affermano i genitori degli alunni bravi, non consentono il regolare svolgimento del programma ministeriale. Sempre più precocemente i soggetti devianti passano dall’uso di droghe leggere all’uso di cocaina ed eroina, sniffata e fumata. Io credo, parlando come operatore sociale e come garante dei diritti dei detenuti, che sarebbe importante, guardando a questo particolare universo giovanile, che le istituzioni pubbliche, di concerto con il privato sociale, svolgessero un serio lavoro di prevenzione sul territorio, perché molto spesso quando i ragazzi “difficili” ce li ritroviamo in carcere è ormai troppo tardi, in quanto le condizioni psicofisiche che presentono ristringe notevolmente le possibilità di un loro pieno recupero. La situazione carceraria, infine, come ormai è risaputo, aggrava e consolida la situazione di difficoltà di partenza nella quale si trovano i soggetti che vi entrano. Alle amministrazioni comunali e provinciali che si apprestano ad elaborare bandi di gara e mega progetti, dico che secondo me sarebbe importante riflettere e discutere prima su quello che vogliamo veramente fare con queste persone, quali strategie adottare per intercettare i loro bisogni, che tipo di interventi efficaci si prevede di attivare come azioni d’inclusione sociale e lavorativa; quali sono e se ci sono, infine, delle realtà che già operano sul territorio con buoni risultati e che necessitano pertanto di essere rafforzate e incentivate. Ritornando a B., che mi parla ora da persona adulta, con un figlio affidato all’ex compagna, senza più il sostegno della propria famiglia con la quale non ha più rapporti da tempo e che sembra inconsapevole della gravità della situazione in cui si trova, non mi rimane che andarlo a trovare in carcere e provare, di nuovo, ad ascoltarlo. Antonio Sammartino Garante dei diritti dei detenuti di Pistoia

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