Giustizia: le carceri italiane sono tra le peggiori d’Europa … parola di ministro

La denuncia non può essere più esplicita, e, data la fonte, più credibile. È il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Tamburino, che parla. L’Italia, dice, è “tra i peggiori” paesi d’Europa in termini di sovraffollamento carcerario, con 150 detenuti ogni 100 posti disponibili. E ancora: il “tasso di detenzione”, sulla base di un’analisi “comparativistica” rispetto a Paesi paragonabili al nostro, e alla situazione della “criminalità in Italia”, potrebbe “con una previsione a medio termine” plausibilmente “attestarsi al livello attuale, con 100-110 detenuti ogni 10mila abitanti”. “Il cosiddetto decreto svuota-carceri”, dice sempre Tamburino, “ha contribuito a una riduzione consistente del numero dei detenuti nelle carceri italiane se si compara il dato risultante dall’applicazione della nuova normativa a quello del 2010: rispetto ai 69 mila detenuti del secondo semestre del 2010 dai dati di qualche giorno fa emergeva come in poche settimane, la cifra avesse raggiunto i 64 mila, scendendo al di sotto della soglia psicologica di 66 mila che per mesi non eravamo riusciti a varcare”.
La situazione, tuttavia, continua a essere preoccupante. Si stima, per esempio. che, dal 1988, ben 50 mila persone circa siano state vittima di ingiusta detenzione o di errore giudiziario; dal 1991 lo Stato ha risarcito per circa 600 milioni di euro questi innocenti. Eppure, dal 1988, su 400 cause presentate per la responsabilità civile dei magistrati, solo quattro magistrati sono stati condannati. Com’è possibile? “La somma delle vittime e dei risarcimento è al ribasso”, spiega il presidente dell’Unione delle Camere Penali Valerio Spigarelli. “Si tenga conto che per l’ingiusta detenzione non sempre lo Stato concede il risarcimento, anche a fronte di una sentenza di assoluzione totale dell’ex detenuto. Purtroppo, anche la legge attuale sulla responsabilità civile è fatta male: c’è un filtro preliminare alle cause, di cui si occupa ovviamente la magistratura stessa. La legge oggi prevede la responsabilità solo per dolo o colpa grave, cioè solo per gravissimi casi. Restano esclusi ad esempio tutti gli errori di interpretazione delle prove o delle leggi, per cui se anche ci fosse un magistrato che compisse un errore clamoroso, come inventarsi una legge, paradossalmente non avrebbe responsabilità civile”. Una cosa è certa: con solo quattro magistrati sanzionati in 26 anni o abbiamo i giudici migliori del mondo, cosa quantomeno discutibile e contraddetta da tutti gli altri dati e indicatori; oppure la legge così com’è non funziona e va radicalmente modificata. Per capire come stanno le cose, facciamoci aiutare dal professor Giuseppe Di Federico. Di Federico è docente di Ordinamento giudiziario a Bologna, è stato componente ‘laico’ del Consiglio superiore della magistratura; attualmente è componente della commissione di saggi voluta dal presidente del Consiglio Enrico Letta per mettere a punto un pacchetto di riforme costituzionali. “Come diceva Giovanni Falcone”, spiega Di Federico, “una delle ragioni della crisi della giustizia sta nel fatto che i magistrati, dopo il reclutamento, non subiscono più valutazioni di professionalità. Poi, ed è una questione di massima importanza, il processo, civile e penale, dovrebbe svolgersi in tempi ragionevoli. Altro aspetto che in Italia non esiste. Per i ritardi della nostra giustizia abbiamo ricevuto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il doppio delle condanne ricevute dagli altri Paesi dell’Europa occidentale nel loro insieme”. A differenza di tutti gli altri paesi, nota Di Federico, “da noi il Pubblico Ministero è indipendente come il giudice. Dalla Francia agli Stati Uniti, dal Portogallo alla Germania, all’Inghilterra, il PM fa invece parte di una struttura gerarchica unificata. Ha, cioè, a livello nazionale un capo che è politicamente responsabile del modo in cui vengono condotte le indagini e l’iniziativa penale. Qui, tutto questo non c’è. Le singole procure ed i singoli pm possono agire a loro piacimento. E se alla fine esce fuori che non c’era alcuna ragione per agire, loro possono sempre dire che non potevano fare diversamente a causa della obbligatorietà dell’azione penale”. Di Federico ricorda gli anni in cui ha lavorato gomito a gomito con Falcone al ministero della Giustizia: “Ero consulente del ministro Claudio Martelli, Falcone era direttore degli Affari penali e mi diede, tra l’altro, l’incarico di fare il monitoraggio del processo penale. “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” Fedor Dostoevskij

di Valter Vecellio www.lindro.it

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