Lisa Paola Picozzi, ingegnere, morta a 31 anni per infortunio sul lavoro nel 2010

La storia
Lisa Paola Picozzi nasce a Milano il 6 giugno 1979, dal papà Giuseppe e dalla mamma Marianna Viscardi, e risiede a Rodano (Mi) fino al 29 settembre 2010, giorno della sua morte per un infortunio sul lavoro a Tricase (Lecce). È una bimba intelligente e precoce, che inizia la scuola a 6 anni, direttamente dalla 2a elementare. Dotata di un fisico da sportiva che le permetterebbe qualunque disciplina, a 7 anni inizia a giocare a pallavolo, sport che praticherà a livello agonistico fino alla sera precedente la sua tragica morte. Frequenta il Liceo Scientifico “Niccolò Machiavelli” di Segrate e, successivamente, dopo le Finali Nazionali Juniores di pallavolo, rinuncia a giocare in Serie A e si iscrive alla Facoltà di Ingegneria Edile presso il Politecnico di Milano. Il 20 aprile 2004, riceve il titolo di Dottore in Ingegneria Edile, discutendo la tesi “Sostenibilità nel Recupero Edilizio: Strumenti per l’Autosufficienza Energetica”. Porta avanti contemporaneamente, e con una tenacia non comune, gli studi, la professione e lo sport ad alto livello (B1). Inizia la sua attività professionale in uno studio di Vignola (Mo), perché nel campionato 2004-2005 gioca in una squadra di quella città. Rientra a Milano e, dopo un breve periodo di lavori saltuari, nel 2006 inizia la sua collaborazione con HQ engineering srl, prima nell’ambito delle telecomunicazioni e successivamente, per la sua formazione universitaria, nel fotovoltaico. Nel maggio 2007, l’ing. Lisa Picozzi viene inserita nella SunSystem srl. la nuova società costituita nel settore delle energie rinnovabili, con la responsabilità della progettazione di impianti fotovoltaici di tipo residenziale e industriale, nonché di centrali fotovoltaiche sviluppate a terra. Proprio per seguire il completamento di una di queste centrali, da lei progettata e installata nell’agosto 2010 a Tiggiano (Le), il 29 settembre 2010 si trovava in Salento quando, per esigenze aziendali, le è stato chiesto di fermarsi a Tricase per effettuare un sopralluogo sulla superficie di un edificio della Selcom, una società del Gruppo Adelchi. Giunta sul posto, Lisa Picozzi ha trovato una scala in alluminio per salire sulla copertura dei blocchi servizi e una scaletta in legno, già sul posto da diversi anni, per passare dalla copertura dei blocchi servizi alla copertura del capannone. Qui, dopo aver quasi ultimato i rilievi tecnici e fotografici, è caduta da un’altezza di 7 metri, sfondando una lastra in fibro-cemento (tipo Eternit), che ricopriva l’intera superficie dell’edificio, nascondendo un lucernario non protetto a norma di legge da una rete anticaduta e, per lo più occultato, nel quale è precipitata. Una trappola per chiunque, come risulta dagli documenti di procedura penale. L’ing. Lisa Picozzi era sola sulla superficie, contrariamente alle norme che prevedono la presenza del proprietario dello stabile o un suo delegato.. Trasportata d’urgenza all’Ospedale Panico di Tricase, dopo i vani tentativi per salvarla, è deceduta alle ore 18.30, circa tre ore dopo la caduta.

L’iter processuale.
Le indagini preliminari sono state affidate al PM Paola Guglielmi che ha concluso che la responsabilità dell’infortunio mortale occorso all’ingegner Lisa Paola Picozzi era da attribuire esclusivamente al suo datore di lavoro, nella persona di Davide Scarantino, Amministratore Delegato di SunSystem srl, stralciando dal registro degli indagati Luca Sergio, Amministratore Delegato di “Nuova Adelchi”, società dell’omonimo Gruppo, e Adelchi Sergio, Presidente del Gruppo ed entrambi proprietari dell’edificio in cui si è verificato l’infortunio. Sono state necessarie numerose opposizioni da parte del Legale della famiglia Picozzi per arrivare all’imputazione coatta di Luca Sergio e Adelchi Sergio e il successivo rinvio a giudizio. Il processo avrebbe dovuto avere inizio il 4 giugno 2013 nel Tribunale di Tricase (Le). Le note vicende politiche legate alla situazione della Giustizia in Italia, e la conseguente chiusura di alcuni Tribunali, tra cui quello di Tricase, hanno determinato lo spostamento del processo a Lecce e il suo inizio il 29 novembre 2013.

28 marzo 2013
Sai, amore, c’è una signora che abita con noi da qualche tempo. Si muove per casa come fosse qui da sempre … sa dove trovare ciò che le serve, cucina, lava e pulisce, entra ed esce di casa quando vuole, come fosse lei la padrona. Senza chiedere il permesso, entra in tutte le stanze, compresa la tua, indossa i tuoi abiti e le tue scarpe, occupa il nostro bagno, quello coi pesciolini azzurri che usavi solo tu … entra anche nei miei pensieri, senza poterli capire … È una donna senza volto e senza contorni, ne sento solo i lamenti … laceranti, disumani, come di chi ha un dolore che va oltre la comprensione umana. Cammina così velocemente che resta spesso impigliata nelle maniglie delle porte, si lacera i gomiti passando accanto agli stipiti, si ferisce con ogni cosa che tocca, anche la più innocua, non conosce più l’equilibrio, sbatte contro ogni cosa, picchia la testa ovunque, offre mani e caviglie a ogni spigolo vivo ….. anche il cuore non è indenne da queste ferite, ma è altro quello che le procura. Sai amore, questa donna assomiglia tanto alla tua mamma, ma non è vitale e divertente come lei, i suoi occhi sono persi nel vuoto o inondati di lacrime … A volte, vorrei che mi parlasse e mi dicesse chi, che cosa, perché le ha fatto tanto male; perché non sorride mai; perché, a tratti, non vede più niente e comincia a salire un calvario che le toglie le forze; perché resta in piedi fino a tardi, la notte, come aspettasse qualcuno che non vuole arrivare … la disperazione le ferma il respiro ed è costretta a soffocare i lamenti che, impietosi, si depositano sul cuore … Questa donna, forse, ha perso l’anima, è questa che va cercando, annaspando a tentoni e lasciando dietro di sé una spirale di angoscia che contagia ogni cosa. È forte e fragile, disperata e senza speranza, oppressa da una solitudine che le si è incollata addosso e sta permeando ogni attimo del tempo che non sa più vivere. Questa donna è una specie di viaggio interrotto, bloccata in una landa deserta tra una stazione e l’altra; sa da dove è partita, ma dubita di poter raggiungere una meta; è un’attesa infinita di un miracolo che possa di nuovo farla vibrare. È una passeggiata lenta sulla linea monotona e incolore di un encefalogramma piatto e una corsa frenetica e segmentata sul tracciato di un cuore in tumulto. Io la osservo, questa donna, e quando avverto che sta per deragliare, le tendo la mano … ma lei non la vede, forse non la vuole, persa com’è nell’inseguire il ricordo di un dialogo di sguardi incantati tra una una bambina e la sua mamma che, perdendo ciascuna la propria identità, hanno costruito un legame d’amore, che la vita ha spezzato, ma che l’amore tiene ben saldo. In questo cammino, attraversa le cose senza vederle, calpesta il suo dolore per sentirlo presente, perché sa che il dolore è la traccia indelebile di quello che ha perso e va inutilmente cercando. Questa donna abita in me … io sono la sua ragione … lei è il mo cuore … e tu, bimba mia, sei tutto il mio amore.

I tuoi occhi
hanno perso la luce
(gli occhi di Marianna)
Occhi di cielo
Occhi belli
occhi profondi
occhi grandi
occhi intensi
occhi dolorosi
Occhi che ricordano le grandi tragedie delle Madri
Madri epiche che la storia ci ricorda
nella loro immutata sofferenza
Di fronte alla morte di un figlia (o)
dolore più grande non esiste
Puoi consolarla, puoi stare vicino a quella Madre
ma non puoi comprendere quanto soffre
Cervello, cuore e ventre si ribellano
non possono accettare tanto dolore
e lo sradicarsi di una vita che hai generato
Nel passato le madri piangevano il figlio morto in guerra
di malattia e di tanti altri tragici eventi
Ma la morte per un infortunio sul lavoro di una figlia è cosa nuova
I tuoi occhi sono anche molto decisi
vogliono giustizia, non accettano che sia stato solo il Fato
ma l’incuria e lo sfruttamento di chi quella vita doveva tutelare.
Guardate quegli occhi presidenti delle Camere e voi politici, guardate cosa sta provocando la vostra indifferenza in oltre 1000 famiglie di cittadini che muoiono sul lavoro ogni anno. Potete fare molto e non fate niente

 

Marianna è la madre di Lisa Picozzi, ingegnere, morta a 31 anni per infortunio sul lavoro nel 2010

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3 pensieri su “Lisa Paola Picozzi, ingegnere, morta a 31 anni per infortunio sul lavoro nel 2010

  1. Grazie per aver pubblicato la storia tragica di Lisa Picozzi e della dipserazione che accompagna tutte le persone che hanno vissuto una tragedia così grande, impegniamoci tutti affincè la politica cominci a prestare attenzione verso queste tragedie dell’incivilità. carlo Soricelli curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro

  2. Non ci sono parole per commentare una tragedia così grande; la tragedia di una risorsa della vita, così brutalmente fermata, grida vendetta la morte di Lisa, grida scalpore e urla contro l’inadeguatezza degli ambienti di lavoro, dove ogni anno a 1000 persone vien strappata l’esistenza. Che non sia inutile la scomparsa di Lisa e che venga prese tutte le cautele per i nostri giovani, i nostri figli, le nostre risorse di vita, e non incappare in lutti che mettono alle corde la nostra preziosa esistenza.

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