Riammissioni dall’Italia alla Grecia

Riammissioni dall’Italia alla Grecia: nel 2013 rimandati nel paese ellenico 3 migranti al giorno.
Nel corso di un’approfondita indagine svolta in Grecia e in Italia nel corso del 2013, MEDU (Medici per i Diritti Umani) ha raccolto oltre cento testimonianze dirette di riammissioni sommarie di adulti e minori stranieri dai porti italiani alla Grecia.
Nell’85% dei casi i migranti riammessi hanno riferito di essere stati reimbarcati nel giro di poche ore sulla stessa nave con cui erano arrivati. In otto casi su dieci i migranti riammessi hanno dichiarato di aver cercato inutilmente di comunicare alle autorità italiane la propria volontà di richiedere protezione internazionale o comunque di voler rimanere in Italia per il timore di quanto sarebbe potuto loro accadere in caso di ritorno. Questo aspetto appare particolarmente sconcertante, se si pensa che, secondo i dati ufficiali, nel corso di tutto il 2013 appena il 9% dei migranti intercettati ai valichi di frontiera adriatici ha potuto fare richiesta di protezione internazionale.
Tale dato appare tra l’altro fortemente differenziato da un porto all’altro – come ad evidenziare prassi disomogenee tra le varie autorità portuali – tanto che a Bari i richiedenti asilo sono stati 65 (il 21%) mentre a Brindisi otto (il 2%) e a Venezia addirittura solo due (l’1%). I casi di riammissione di minori non accompagnati raccolti dagli operatori di MEDU sono stati 26, dei quali 16 si sarebbero verificati nei primi nove mesi del 2013. Solo in quattro casi sono state effettuate le procedure per l’accertamento dell’età prima che venisse eseguita la riammissione. In un caso su cinque i migranti hanno affermato di aver subito qualche tipo di violenza, al momento della riammissione o durante il viaggio di ritorno.
Sebbene l’Italia abbia il diritto di controllare l’accesso al proprio territorio, le politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare devono in ogni caso rispettare i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e ovviamente di soggetti particolarmente vulnerabili come i minori stranieri non accompagnati.
Nel caso delle riammissioni dai porti adriatici, le numerose e approfondite testimonianze raccolte nel rapporto PORTI INSICURI dimostrano come l’Italia violi sistematicamente alcuni principi basilari sanciti dal diritto interno e internazionale quali il divieto di refoulement diretto e indiretto, il divieto di esporre i migranti al rischio di trattamenti inumani e degradanti, il divieto di espulsioni collettive. Sembrano inoltre essere sistematicamente lesi i diritti al ricorso effettivo, all’informazione, ai servizi di interpretariato e orientamento legale, a procedure adeguate di accertamento della minore età.
Sulla base di diciannove testimonianze raccolte da MEDU nel corso dell’indagine, i legali dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) hanno potuto presentare un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, denunciando numerose violazioni del diritto interno ed europeo. Medici per i Diritti Umani torna a chiedere al Governo italiano la cessazione immediata delle riammissioni sommarie verso la Grecia e la garanzia di un reale accesso al territorio nazionale e alla protezione per i migranti che giungono ai valichi di frontiera adriatici.
Qui di seguito due testimonianze.

M., 15 anni [Afghanistan]
Nell’estate del 2013 sono arrivato in Grecia con un’imbarcazione di fortuna partita dalla Turchia.
Quando stavamo per raggiungere le coste greche, il motore della barca si è rotto.
Insieme agli altri passeggeri, sono stato trasportato dalla guardia costiera sull’isola di Creta, dove sono stato detenuto e poi trasferito in un centro per minori nella Grecia continentale.
Nel settembre 2013 ho cercato di raggiungere l’Italia nascondendomi in un tir in partenza da Patrasso su di un traghetto. Quando il camion è sbarcato dal traghetto al porto di Bari, sono stato scoperto dalla polizia italiana. Non c’era un interprete e non mi è stata data alcuna informazione. Ho cercato di indicare a gesti la mia età – 15 anni – ma i due agenti, sempre a gesti, mi hanno risposto che avevo vent’anni e, pertanto, dovevo essere rimandato in Grecia.
Mi hanno fatto subito imbarcare sulla nave con cui ero arrivato e chiuso in una piccola cabina. Mi hanno preso il cellulare e i vestiti, per cui sono rimasto per tutto il viaggio di ritorno con gli slip e la canottiera.
Nonostante fossi partito da Patrasso, mi hanno fatto sbarcare a Igoumenitsa e mi hanno portato, ammanettato, in una cella del porto dove sono rimasto per 15 giorni. Dentro la stanza c’erano molte persone – circa 20 adulti e 5 minori – tutti rimandati indietro dai porti di Ancona e Bari.

A.C., 60 anni [Afghanistan]
Ho 60 anni e vengo dall’Afghanistan, paese da cui sono dovuto scappare con mio figlio perché, essendo un ex-ufficiale dell’esercito, temevo di essere ucciso.
Viste le difficoltà riscontrate nel chiedere asilo in Grecia, ho deciso di far partire mio figlio di 11 anni alla volta dell’Italia e ho tentato di raggiungerlo nel dicembre 2012, nascondendomi in un tir diretto via nave ad Ancona. Sbarcato in Italia, sono stato scoperto da due poliziotti e ho cercato di spiegare loro che volevo chiedere asilo in Italia perché mio figlio era a Venezia.
Non sono stato foto segnalato e non sono stato assistito né da un interprete né da un operatore delle associazioni che lavorano presso la frontiera marittima. Mi hanno solo fatto firmare un foglio di cui non ho compreso il contenuto e sono stato subito chiuso a chiave in una stanza della nave con cui ero arrivato. Raggiunta la Grecia, sono stato fatto sbarcare a Igoumenitsa, città molto distante dal porto di Patrasso da cui ero partito. Dopo una notte trascorsa alla stazione di polizia della città, sono tornato a Patrasso, dove però sono stato arrestato e trasferito al centro di detenzione di Corinto. Nel centro vi sono circa mille persone e nella mia camerata circa settanta uomini con, a disposizione, solo quattro bagni e due ore d’aria al giorno. Non mi hanno detto fino a quando dovrò essere detenuto.

L., 17 anni [Afghanistan]
Ho 17 anni e sono nato in Afghanistan, paese da cui sono scappato dopo l’uccisione di mia madre e la scomparsa di mio padre e di mio fratello. Durante il viaggio dall’Iran alla Turchia sono stato preso in ostaggio, insieme ad altri ragazzi, da un gruppo di trafficanti, che sperava di ottenere un riscatto dalle nostre famiglie. Durante la nostra prigionia, mi hanno maltrattato. Sul braccio sinistro ho ancora le cicatrici delle sigarette che mi spegnevano addosso. Dopo essere riuscito a scappare, sono arrivato in Turchia e, attraversato il mare, sono sbarcato nell’isola di Lesbo, in Grecia.
Da tre anni vivo in una fabbrica abbandonata di fronte al nuovo porto di Patrasso e mi procuro il cibo dalla spazzatura, nonostante abbia fatto richiesta di protezione internazionale. Qui sono stato vittima delle violenze di un gruppo di ragazzi greci che mi hanno picchiato e mi hanno rotto gli occhiali da vista.
A causa di questa situazione ho provato molte volte a lasciare il paese. Nel dicembre 2012 sono riuscito a nascondermi sotto un tir imbarcatosi su una nave cargo in partenza dal porto di Corinto. Quando mancavano circa due ore all’arrivo in Italia, sono uscito dal tir in cerca di pane. Era un viaggio lungo, di circa 30 ore. Non potevo aspettare, avevo troppa fame.
Purtroppo il personale della nave mi ha scoperto e mi ha consegnato, arrivati al porto di Venezia, alle forze dell’ordine italiane che mi hanno portato in un ufficio e, senza il supporto di un interprete, hanno registrato le mie generalità. Nonostante cercassi di spiegare che volevo stare in Italia e chiedere asilo, dopo una notte trascorsa nell’ufficio, mi hanno imbarcato di nuovo sulla nave e chiuso in una stanza. Dopo più di trenta ore di viaggio, sono sbarcato di nuovo al porto di Corinto, dove la polizia greca ha registrato le mie generalità e, prima di rilasciarmi, mi ha rasato i capelli. Qui in Grecia forse dopo 15 anni verrò riconosciuto come rifugiato. Come faccio ad aspettare tutto questo tempo in queste condizioni?

MEDU

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