DIAZ: 2015 o anni Trenta?

Con gentile richiesta di pubblicazione e diffusione

DIAZ:  2015 o anni Trenta?

La Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per tortura per i fatti della Diaz. Una sentenza giusta e doverosa, che mi emoziona per varie ragioni anche personali – dichiara il candidato alla presidenza della Regione Toscana per la Lista del Sì, Tommaso Fattori –   innanzitutto perché ero a Genova in quei giorni e perché dentro la Diaz alcuni amici sono stati picchiati a sangue, penso al giornalista de La Nazione Lorenzo Guadagnucci e penso ad Arnaldo, il mite pensionato che ha promosso il ricorso presso la corte di Strasburgo. E poi perché sono stato osservatore internazionale ai processi Diaz e Bolzaneto, dove ho ascoltato, con i brividi addosso, i racconti delle vittime della “più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (Amnesty International).

Sono emozionato anche perché la vita mi avrebbe poi portato, per vari anni, a collaborare intensamente con il Consiglio d’Europa di Strasburgo, da cui dipende la Corte: un’istituzione sovranazionale sana, l’unica che ha preso posizione netta contro le politiche di austerity, in difesa dei diritti umani e della coesione sociale.

La sentenza della Corte sottolinea due questioni semplicemente vergognose: la prima è che “il diritto penale italiano è inadeguato” perché manca, appunto, il reato di tortura; la seconda è che gli autori delle torture sono rimasti impuniti per la “difficoltà oggettiva della procura a procedere a identificazioni certe” e “al tempo stesso dalla mancanza di cooperazione da parte della polizia“. Ed è un’omissione gravissima, come è inaccettabile che sui caschi e sulle divise della polizia italiana manchino i numeri identificativi, come avviene in ogni paese civile del mondo. 
Altro che modernità, qui siamo rimasti agli anni ’30.