la criminalizzazione della solidarietà

Ventimiglia e non solo, la criminalizzazione della solidarietà
LIVIO PEPINO- oggi su Il Manifesto

Ci sono fatti illuminanti su quello che sarà il nostro futuro se non si
contrastano prassi e culture che si stanno diffondendo in modo preoccupante.
Il primo fatto è accaduto a Ventimiglia, confine ligure con la Francia e,
per questo, luogo di «stazionamento» di molti migranti in attesa di varcare
il confine.
Ventimiglia e la zona dei «Balzi rossi» sono stati nell¹estate scorsa sotto
i riflettori per le proteste contro il blocco della frontiera francese poste
in essere da migranti, dapprima accampati sulla spiaggia e successivamente
ripiegati in città dove, peraltro, le strutture di accoglienza erano e sono
insufficienti. Così molti dormono in strada e vengono sfamati dalla Caritas
o da una mensa parrocchiale. Ma anche queste non bastano. Perciò ogni sera
volontari francesi provenienti dalla Val Roja distribuiscono a chi ne ha
bisogno panini, acqua e the.
Ma a Ventimiglia vige una ordinanza, emessa dal sindaco l¹11 agosto 2016,
che vieta la distribuzione di cibo ai migranti e così  incredibile ma vero
nei giorni scorsi tre volontari sono stati denunciati per il reato di
«inosservanza dei provvedimenti dell¹autorità» previsto all¹art. 650 del
codice penale.
All¹altro capo dell¹Italia, nel mare che divide la Sicilia dalle coste
africane e in acque internazionali, si muovono da qualche tempo alcune navi
di organizzazioni non governative che vigilano su eventuali naufragi e, nel
caso, soccorrono i naufraghi o recuperano i corpi di chi non ce l¹ha fatta.
Anche qui è accaduto che la Procura della Repubblica di Catania abbia aperto
una «indagine conoscitiva» sulle organizzazioni interessate sospettate di
favorire l¹immigrazione clandestina se non addirittura  come sostengono
alcuni commentatori  di agevolare gli scafisti.
Questa criminalizzazione della solidarietà che, paradossalmente (o forse
no), colpisce chi cerca di sopperire alle lacune delle istituzioni ha dei
riferimenti precisi. Essa, infatti, è ormai regola negli Stati Uniti, dove
il diritto penale sempre più persegue non solo i poveri ma anche chi vuole
esercitare il diritto (o il dovere morale) di aiutarli.
Il fenomeno è descritto in termini analitici, e con ampia esemplificazione,
in un recente e lucido libro di Elisabetta Grande (Guai ai poveri. La faccia
triste dell¹America, Edizioni Gruppo Abele, 2017) da cui si apprende, tra
l¹altro, che in molti Stati il divieto di camping penalmente sanzionato
colpisce non solo l¹homeless che vi fa ricorso, ma addirittura il
proprietario che consenta al senza tetto di dormire in tenda sul proprio
terreno per più di cinque giorni consecutivi, o che analogo divieto si
estende all¹autorizzazione a parcheggiare nel proprio spazio privato l¹auto
utilizzata da un homeless come abitazione.
Quanto alla somministrazione di cibo ai poveri, poi, si è assistito finanche
all¹arresto di un novantenne, fondatore di un¹organizzazione benefica,
colpevole di servire pasti caldi agli homeless su una spiaggia e, come lui,
di altri attivisti dalla Florida al Texas o alla richiesta di cifre
altissime, come tassa per l¹occupazione di suolo pubblico richiesta, in
California e in South Carolina, alle organizzazioni che distribuiscono cibo
nei parchi.
Il meccanismo della criminalizzazione è lo stesso adottato dal sindaco di
Ventimiglia: l¹adozione di ordinanze contenenti proibizioni dettate da
motivazioni per lo più speciose, come quella di garantire la sicurezza dei
consociati, messa in pericolo dall¹assembramento dei bisognosi che si recano
a mangiare, o addirittura quella di proteggere la sicurezza alimentare o la
dignità degli homeless, che meriterebbero un cibo controllato e un luogo
coperto in cui consumare il pasto (tacendo che cibi e luoghi siffatti in
realtà non esistono).
La cosa più inquietante è che quelle ordinanze, comparse la prima volta alla
fine degli anni Novanta, hanno visto di recente una notevole
intensificazione, con un aumento del 47% nel solo periodo tra il 2010 e il
2014, parallelamente al crescere della povertà e del numero di soggetti
esclusi anche dai buoni alimentari assistenziali.
Ci fu, nella storia, un tempo (nell¹Alto Medioevo) in cui la povertà divenne
fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della Chiesa a
«proprietà dei poveri», destinata a chi non era in grado di mantenersi con
il proprio lavoro e non alienabile neppure dai vescovi.
Ma fu eccezione: quando il diritto si è occupato dei poveri lo ha fatto, per
lo più, in chiave di punizione e di difesa della società.
Ciò è stato messo in discussione, nel nostro Paese, dalla Costituzione
repubblicana, che pone a tutti un dovere di solidarietà e indica
l¹uguaglianza sociale come obiettivo delle istituzioni.
Sarebbe bene non dimenticarlo, anche da parte dei sindaci e dei procuratori
della Repubblica.

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