Il Carcere è Tortura

IL CARCERE È TORTURA
Pestaggi, costole fratturate, timpani rotti.
Questa è la rieducazione del carcere di Sollicciano, come emerso in questi giorni da indagini e articoli di giornale.
Ma come sono state rese note queste informazioni dà ancora più luce sul carcere italiano: cioè a partire dalla denuncia per aggressione e resistenza effettuata proprio nei confronti di uno dei detenuti pestati.
Come succede fin troppo spesso (sia dentro che fuori dalle galere) chi subisce soprusi da parte dello stato e dei suoi scagnozzi  si ritrova poi a dovere anche  pagare conseguenze legali, una procedura che descrive bene uno stato arrogante ed omicida sempre disposto ad autoassolversi.
Ci richiama alle recenti torture avvenute nel carcere di San Gimignano  dove media e politici si sono  lanciati a difendere  i 15 secondini che hanno prestato brutalmente un detenuto.
Ci richiama a Paska, compagno denunciato in seguito a un pestaggio avvenuto durante un trasferimento.
Ci lascia capire di quanta impunità le forze della repressione ritengano di dover godere in questo sistema, impunità che fa sì che si possa entrare sulle nostre gambe all’interno di una questura o di una galera per uscirne dentro una bara.
Vogliamo rimarcare che i pestaggi, a S. Gimignano come a Sollicciano, rappresentano la ordinaria sanzione, da parte delle guardie, di una insubordinazione rispetto all’ordine costituito.
Che il carcere sia un mezzo utilizzato dallo stato per spaventare chi è fuori e annientare chi è dentro è una verità concreta.
Che sopraffazione e costrizione siano la struttura portante della galera e della società contro chiunque provi a ribellarsi e rifiuti di collaborare rimane una verità contro la quale è necessario lottare.
Lo faremo in solidarietà con tutt@ i compagn@ che si ritrovano prigionieri o sotto processo per le lotte contro questo stato che violenta, tortura e uccide ogni giorno attraverso i suoi servi.
Lo faremo perché riteniamo che la lotta contro le carceri, dentro e fuori le mura, sia un tassello fondamentale della rivolta contro l’esistente, contro questo stato che ci vuole collaboratori e servi.
Che la solidarietà resti sempre la nostra migliore arma.
Perché saremo tutt* meno liber* finché resterà in piedi una prigione!
Presidio Sabato 23 ore 15 al carcere di Sollicciano

In distribuzione il numero 225 gennaio 2021: dove trovare Fuori Binario

Firenze, di solito il giornale viene venduto in luoghi fissi, quali supermercati e poste, per creare familiarità e favorire il dialogo tra venditori e acquirenti.
Tuttavia vi capiterà spesso di poter acquistare il giornale anche in occasione di manifestazioni…

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 Stazione Campo di Marte – via Pietrapiana – mercato S.Ambrogio
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Feltrinelli Red  P.zza Repubblica – Coop Via Gioberti
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Firenze pandemica

Firenze pandemica. Dalla “fabbrica del turismo” alla rete della solidarietà popolare

DI ILARIA AGOSTINI · 11 GENNAIO 2021

 

Nel marzo 2020, la pandemia globale mette a nudo la fragilità della «fabbrica del turismo». Il blocco dei flussi turistici riduce all’indigenza le fasce sociali più deboli. Reti di solidarietà popolare si costituiscono in risposta ai bisogni immediati degli abitanti esclusi dalle misure emergenziali istituzionali. 

Proprio dalle soggettività attive attive nel mutualismo solidale, provengono ipotesi convincenti per una ripartenza territoriale di forte valenza politica. 

Crisi della “monocoltura turistica” e provvedimenti emergenziali

Fino al febbraio 2020, l’economia fiorentina è decisamente orientata al turismo globale, in piena espansione (Istat 2019). Le presenze turistiche in città, nel 2018, oltrepassano i 13 milioni di unità, con un incremento del 51% nel decennio 2008-2018 (Irpet 2019). La “monocultura turistica” ha ripercussioni sul mercato immobiliare – che ne risulta «drogato»[1]– e sul lavoro: aumentano le imprese attive nel settore e gli addetti, ma cresce anche il «lavoro povero» (Filcams-Cgil), precario ed esternalizzato, e al nero.

Il subitaneo arresto dei flussi turistici genera una crisi profonda, sottraendo rilevanti risorse al Comune che ha messo a bilancio i previsti 48 milioni di euro della tassa di soggiorno. Il temuto default avvia un processo di decostruzione del “modello Firenze” nel dibattito cittadino; persino il sindaco si pronuncia per una sua revisione strutturale.

Durante il confinamento, l’interdizione degli spazi collettivi colpisce con durezza le fasce sociali marginalizzate. I Rom si ritirano nei campi, «per niente rassicurati dalle precarie condizioni igienico-sanitarie, dall’assenza di servizi di base, dalla conflittualità tra abitanti»[2]. Non migliore è la sorte degli homeless: i centri notturni si mutano troppo velocemente in ricoveri diurni; gli ospiti vi sono «relegati» fino al 18 maggio, quando saranno, sic et simpliciter, riconsegnati alla vita di strada[3].
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