Tutti assolti

In primo piano

TUTTI ASSOLTI AL PROCESSO SU MONDEGGI!
Le premesse
Mondeggi bene comune è una comunità che si contrappone al tentativo di svendita della tenuta di mondeggi, attraverso un progetto di agricoltura contadina, gestione comunitaria e condivisione dei saperi. l’autogoverno che pratichiamo si ispira ai principi di autogestione, cooperazione e
mutualismo. Ci siamo riappropriati collettivamente della terra nel giugno 2014, dopo anni di degrado e abbandono, fatto che ci ha portato molto rapidamente nelle aule dei tribunali
Il processo 
Oggi 8/11/19 si è svolta l’udienza che sanciva la sentenza di primo grado del processo per occupazione e furto di elettricità e d’acqua, i cui imputati erano 17 presidianti del progetto mondeggi bene comune.
Il pm aveva chiesto 1 anno e due mesi di pena e 1000 euro di multa per ciascuno degli imputati, a cui si sommano le richieste della città metropolitana, costituitasi parte civile, di 77.000 euro di danni, di cui 50.000 per danno di immagine.
Il dispositivo della sentenza di oggi prevede la piena assoluzione di tutti gli imputati
"PER NON AVER COMMESSO IL FATTO"

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Alcune valutazioni
  
Abbiamo sempre avuto chiaro che le nostre azioni sono perseguibili e che i nostri intenti ci pongono al di fuori della legalità, che abbiamo deciso di sfidare apertamente con l’occupazione. Tuttavia la sentenza di oggi ribadisce la legittimità delle nostre aspirazioni e nega le bizzarre richieste risarcitorie della città metropolitana. Infatti
l’amministrazione pubblica non ha fatto altro che depauperare  – con ilsuo abbandono – un bene pubblico, con un’azienda che ha accumulato debiti di 1,5 milioni di euro fino a fallire, lasciando la terra in stato di degrado, per poi cercare di svenderla a cifre sempre piu’ irrisorie;  e che infine  chiede i danni alle uniche persone che si sono concretamente occupate del futuro di mondeggi, mettendo in gioco la propria vita.
La vittoria di oggi – ottenuta nell’aula di un tribunale – non fa altro che rafforzare le nostre convinzioni ed aumentare la nostra determinazione per raggiungere il nostro obiettivo.
Continueremo a lavorare la terra, per renderla fruibile a chiunque se ne voglia assumere la responsabilità, coltivando relazioni sul territorio per far crescere la nostra comunità, attraversata già da centinaia di persone.
Continueremo a batterci per l’agroecologia e la riappropriazione della terra, a fianco di tutti coloro che contestano il modello delle grandi opere e delle nocività, dell’agroindustria e dell’estrattivismo, dell’atomizzazione sociale e dell’individualismo. Ci fa piacere immaginare , con questa piccola grande vittoria, di facilitare un po’
altri processi di riappropriazione dei beni pubblici in stato di abbandono.
Sia quelli già  in essere  che quelli che potrebbero avviarsi in ogni territorio. In particolar modo per l’accesso alla terra.
Una sentenza che crea un importante precedente.
Il comitato di Mondeggi Bene ComuneFattoria Senza Padroni
 

Meditazione diffusa a Fuori Binario

 

Incontri di medit/azione diffusa a Fuori binario

 Per una cura del mondo ‘dentro’ e ‘fuori’ di noi, dove il silenzio interiore è il tempo per incontrare e ritrovare il dialogo con noi stessi, e per riannodare quello fra la nostra anima e quella del mondo, una forma di meditazione, aperta a tutti, anche a chi non ne sa nulla, che ci restituisce il tempo e la qualità della vita.

 Nove mercoledì consecutivi dal 25 settembre 2019, dalle 18 alle 20

 Il percorso è condotto da Gian Luca Garetti, psicoterapeuta e medico

 A Fuori Binario, in via del Leone 76, Firenze

 È chiesto un piccolo contributo, solo a chi ne ha le possibilità, da devolvere a Fuori Binario, giornale di strada

 Per iscrizioni ed informazioni glucagaretti@gmail.com

E’ colpa di TUTTI noi

Brasile. Se l’Amazzonia brucia è anche colpa nostra

di Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Corriere della Sera, 6 settembre 2019

Se il fuoco sta divorando l’Amazzonia, un po’ di colpa l’abbiamo tutti. Chi scrive questo pezzo, chi lo sta leggendo, i nostri amici e parenti. Nessuno escluso. Tutti abbiamo gettato una goccia di benzina sulle fiamme che stanno soffocando il polmone verde del nostro pianeta. E ciò che lega il disastro ambientale che si sta consumando in Sud America a tutti noi è il nostro smartphone. O meglio, il sottile filamento d’oro che al suo interno ci permette di telefonare in ogni angolo del mondo e di surfare sul web.

Per salvare l’Amazzonia, prima che boicottare la carne bovina brasiliana, come rappresaglia agli incendi appiccati dagli allevatori affamati di spazi per le loro mandrie, dovremmo insomma gettare i nostri telefonini. Gli oltre 120 milioni di apparecchi che si trovano solo nelle case degli italiani sono infatti piccole miniere di rame, ferro, argento e, appunto, oro. E “non c’è modo di far uscire l’oro delle miniere dell’Amazzoni senza distruggere la foresta”, come ha dichiarato al sito BuzzFeed News Miles Silman, co-fondatore del Centro de Innovación Científica Amazónica della Wake Forest University. “Più acri si tagliano, più oro si ottiene”, ha spiegato. “E il rapporto è direttamente proporzionale”.

La fame di oro non riguarda, dunque, solo il mondo dei gioielli, che è la categoria che più ne fa richiesta. Ma anche la tecnologia. E in maniera sempre più massiccia. Piccole correnti elettriche attraversano costantemente i nostri iPhone o i computer portatili, e a portare quella corrente è appunto l’oro, ottimo conduttore di elettricità, resistente alla corrosione. Continua a leggere

MONDEGGI: NUOVO ANNO, STESSO COPIONE

A distanza di 4 anni dal precedente (correva l’anno 2014), di nuovo un avviso di asta pubblica pende minaccioso sulla tenuta di Mondeggi.

Il 30 Dicembre 2018, in piena zona Cesarini se si considera l’annualità appena trascorsa, la Città Metropolitana di Firenze ha emanato a sorpresa un bando con cui sancisce per l’ennesima volta la volontà - granitica quanto miope – di alienare in corpo unico la proprietà (villa inclusa).

Non proprio una novità: lo stesso proposito era stato già palesato circa un anno e mezzo fa, nel momento in cui lo stesso ente raccolse manifestazioni di interesse” da parte di soggetti interessati all’acquisto. Manifestazioni che sembrava non avessero avuto seguito, almeno fino ad adesso.

La gravità del passaggio odierno pone in secondo piano ogni possibile interpretazione dell’accaduto. Non ci interessa sapere se pesano sulla Città Metropolitana e sugli amministratori incombenze di bilancio, piuttosto che potenziali procedimenti per danno erariale: l’unico dato dalla evidente valenza consiste nell’aver lanciato formalmente sul mercato una proprietà dei cittadini tutti, nell’aver declassato un bene comune” dall’enorme potenziale sociale a merce, oltretutto di lusso.

E se la “necessità di fare cassa” quale scusa maestra che in tempi di austerità benedice ogni scempio, già cominciava a scricchiolare anni fa a fronte delle continue stime al ribasso susseguitesi regolarmente, adesso siamo giunti all’assurdo.

La base d’asta, infatti, è calata esattamente a 9.537.000 euro, all’incirca pari al valore stimato della tenuta nel 2014 (9.240.00 euro) esclusa la villa! Continua a leggere

LO STATO ELIMINA GLI AGRICOLTORI

 

LO STATO ELIMINA GLI AGRICOLTORI!

Rifiutiamo le norme! Schiviamo i proiettili!

 

Hanno ucciso Laronze

Jérôme Laronze, un allevatore in Saône-et-Loire, è stato ucciso il 20 maggio 2017 dai gendarmi. Il suo nome si aggiunge alla lunga lista delle vittime delle forze dell’ordine. La sua morte ci ricorda che la violenza istituzionale non risparmia nessuno, nemmeno gli agricoltori. Jérôme era stato molestato da anni dalla burocrazia amministrativa del settore agricolo: controlli a ripetizione, multe, minaccia di sequestro delle greggi… Questa azione repressiva aveva come obiettivo “fargli rispettare le norme” a uno che rifiutava di sottostare ai vari obblighi di tracciabilità (marchio auricolare in materiale plastico applicato all’orecchio sinistro, registro degli spostamenti di acquisto e vendita, profilassi, ecc.). La pressione crescente ha raggiunto l’apice nel 2016 quando i servizi veterinari hanno fatto appello ai gendarmi per effettuare i loro controlli a ogni costo. Durante la loro ultima visita, non meno di due controllori e quattro militari armati si sono presentati in azienda a sorpresa. Preso alla sprovvista, Jérôme ha deciso di darsi alla fuga per denunciare il comportamento dell’amministrazione. Nel Journal de Saône-et-Loire ha espresso la sua visione perfettamente chiara della situazione: «L’iper-amministrazione non porta nulla agli agricoltori, se non umiliazioni e angherie. Avvantaggia soltanto i commercianti e gli intermediari. Il mio caso è aneddotico, ma illustra l’ultra-regolamentazione che porta alla distruzione dei contadini.» Purtroppo la sua fuga mediatica e politica si è conclusa dieci giorni dopo sotto i proiettili dei gendarmi. Mentre molti coltivatori e allevatori vanno in depressione, abbandonano il mestiere o si suicidano, Jérôme invece si è opposto al sistema normativo ed è stato abbattuto. Mentre i servizi statali cercano di screditarlo per scusare i propri gendarmi1, dobbiamo Riconoscere la lucidità e il coraggio di Jerome in questa lotta che colpisce tutti i lavoratori della terra. L’omicidio di cui è la vittima rende più visibile la distruzione dei contadini che mai.

 Lo Stato al servizio del capitale

L’ultra-regolamentazione in questione si basa su norme sanitarie e ambientali il cui numero è esploso negli ultimi vent’anni. Queste norme hanno la pretesa di far fronte ai problemi attuali di salute pubblica e protezione dell’ambiente. Ma queste promesse, sempre deluse, nascondono l’obiettivo reale. La gestione normativa serve solo a scremare la popolazione agricola in modo da concentrare la produzione e i profitti. E se il degrado del nostro ambiente e della nostra salute sono indubbi, le norme non si sono dimostrate né necessarie né efficaci: nessun studio dimostra il presunto rischio delle pratiche contadine; nessun protocollo industriale ha impedito la mucca pazza, le alghe verdi o le lasagne di cavallo. Al contrario, l’industrializzazione dell’agricoltura è stata accompagnata dall’uso massiccio di prodotti tossici per la natura in generale e per gli esseri umani in particolare. Il deteriorarsi delle nostre condizioni di vita è profondamente legato allo sviluppo del modello produttivista. Tuttavia queste norme, predisposte con cura dalle lobby industriali, sono imposte a tutti sotto forma di regolamenti. Il sistema normativo fa scomparire l’unicità di ogni azienda agricola e l’esperienza del produttore a vantaggio di procedure standardizzate. Ci riduce a semplici esecutori, privati del nostro savoir-faire, della nostra cultura e dei nostri strumenti di lavoro. Ci soffoca in modo finanziario e amministrativo. Snatura il senso del nostro mestiere. Ci trasforma in lavoratori proletarizzati e ci spinge a lasciare le nostre fattorie. Risponde così ai bisogni dell’industria: liberare dei suoli da un lato e della manodopera resa precaria dall’altro.

Su consiglio delle stesse lobby, le politiche hanno messo in atto misure finanziarie per accompagnare le normative sanitarie e ambientali. Ma queste sovvenzioni e altri vantaggi fiscali sono raramente accessibili alle piccole aziende agricole perché gli investimenti necessari rimangono fuori dalla loro portata. Solo le grandi aziende agricole possono ambire a ottenerle, e ne traggono beneficio anche per aumentare i loro enormi profitti diversificando le loro entrate (solare, eolico, metano…). Così, la gestione attraverso le norme è diventata la principale leva delle politiche agricole per sradicare le piccole e medie aziende, a vantaggio delle grandi aziende agricole e delle fattorie-fabbrica. Malgrado tutti gli esiti concreti sulla salute e sull’ambiente, la combinazione di regolamenti e aiuti pubblici fornisce all’industria le condizioni e i mezzi per poter prosperare. Jérôme l’aveva capito bene. Vi si è opposto e per questo è morto.

Lottiamo insieme per esistere

È giunto il momento di porre fine a questa politica mortifera. Molti di noi rifiutano di sottomettersi alle ingiunzioni dello Stato. Sono necessari tanti atti di resistenza, ma è difficile farsene carico da soli, di fronte a un’amministrazione repressiva e a una giustizia di classe. L’omicidio di Jérôme suona come un campanello d’allarme: isolati, prima o poi scompariremo, sotto le norme o sotto i proiettili. Solo un movimento collettivo ci permetterà di fermare la macchina che ci riduce in frantumi. Il sindacalismo ha mostrato i propri limiti. Impigliato nella co-gestione, non può più essere una forza d’opposizione. Basta con l’ipocrisia. Non c’è nulla da negoziare con lo Stato francese e con il suo avatar europeo dato che entrambi concentrano la produzione nelle mani degli imperi agroalimentari garantendo loro guadagni regolari. Bisogna impedirgli di fare danni attraverso la disobbedienza collettiva e l’azione diretta. Come nel caso della lotta contro l’inserimento di microchip nelle pecore, dobbiamo ristabilire un rapporto di forze con l’amministrazione organizzando una presenza collettiva nelle aziende durante i controlli. Questa presenza ha il merito di porre fine all’umiliazione, alla sensazione d’impotenza e d’isolamento. Ma data la situazione, dobbiamo andare oltre. Adesso dobbiamo rifiutare collettivamente i controlli e assicurarci che non si verifichino sanzioni.

Rifiutiamo il sistema normativo che tenta di eliminarci!           

Per contattare il movimento, partecipare alle manifestazioni e organizzare la lotta, contattateci al seguente indirizzo: hors.norme@yahoo.com. Stiamo pensando in particolare a un incontro entro la fine dell’anno.

Collettivo di agricoltori contro le norme 18 agosto 2017

NOTE 1. FDSEA (Fédération nationale des syndicats d’exploitants agricoles) e Confédération Paysanne hanno alimentato questo discorso ufficiale affermando che era «psicologicamente debole», che aveva «bisogno di cure» o suggerendo che aveva «perso la ragione».

 

 A proposito della morte di Jérôme Laronze, allevatore (a cura di istrixistrix) Continua a leggere

«ANNO 2018: VERRÀ LA MORTE»

E’ il titolo – purtroppo NON allarmistico – di un documentario di Giuliano Bugani sull’amianto

Qui in “bottega” parliamo molto di amianto (soprattutto grazie allo straordinario,, quasi quotidiano lavoro di Vito Totire) … però mai abbastanza. Perché la situazione è tragica, l’indifferenza istituzionale altissima, la disinformazione tiene duro; e nel 2018 la morte toccherà il suo tragico picco. Lo hanno raccontato – 9 anni fa – Giuliano Bugani e Salvo Lucchese in un documentario (vedi sotto la scheda e il trailer) che ha girato grazie al passaparola ma è stato ignorato ovviamente dalle “anime belle”. Perché parlare di amianto è sconveniente se non per dire che la situazione è «sotto controllo»; perché era un documentario prodotto (cioè sostenuto) dal Partito Comunista Lavoratori che per i “benpensanti” sono tre parolacce in fila. Perchè (come cantava Dario Fo) «E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam».

L’invito della “bottega” ovviamente è a recuperare questo documentario, a sostenere la lotta delle vittime presenti e… future. [Daniele Barbieri]

«Anno 2018: verrà la morte»

Regia: Giuliano Bugani, Salvo Lucchese

Musiche: Rossella Vigneri, Giuseppe Ruggeri

(Partito Comunista Lavoratori, 2008)

L’utilizzo dell’amianto in Europa viene reso illegale solo nel 1992. Fino ad allora, in migliaia di fabbriche, l’amianto viene utilizzato spesso anche senza precauzioni. La fibra dell’amianto è cancerogena, e istituzioni, sindacati, dirigenti di azienda, medici, tutti conoscono la pericolosità, ma l’amianto viene usato dai lavoratori da sempre. Il periodo di incubazione, prima che la fibra si trasformi in tumore all’interno del corpo di chi ne è venuto a contatto, è di circa quarantanni. Il periodo di massimo decesso è previsto tra il 2015 e il 2020, con circa 500.000 morti in Europa. L’amianto in corpo. Tutti lo sapevano. Tranne loro. I lavoratori.

QUI IL TRAILER: Anno 2018: verrà la morte – YouTube

Comunicato mondeggi settembre 2017 sul comportamento della città metropolitana

Nei tre anni della nostra custodia di Mondeggi, che è valsa a recuperare il territorio dal degrado in cui era stato abbandonato dall’incuria e dall’assenteismo istituzionale, molte sono state le iniziative rivolte anche all’esterno che abbiamo sviluppato o favorito. Diverse hanno avuto un respiro internazionale, come l’ultima in ordine di tempo che per dieci giorni ha visto un gruppo di volontari provenienti da Italia, Belgio, Spagna, Repubblica Ceca, Russia, partecipare a un campo di lavoro con corsi formativi, organizzato con l’associazione Servizio Civile Internazionale.
All’inizio dell’estate tuttavia, la Città Metropolitana di Firenze ha inviato all’associazione Il Melograno una diffida a svolgere, come nello scorso anno, le attività dei propri Centri estivi nell’area auto-gestita da Mondeggi Bene Comune, utilizzandone spazi e strutture. Tale diffida ha fatto seguito all’altra indirizzata ai gestori del chiosco dei Giardini della Resistenza all’Antella, a cui è stato intimato – pena il ritiro del patrocinio comunale e il conseguente fortissimo aumento dei costi – di togliere dal loro programma di eventi estivi qualsiasi riferimento a Mondeggi Bene Comune.
Come è evidente, siamo in presenza del tentativo di fare terra bruciata intorno a Mondeggi per spezzare le solidarietà territoriali e le relazioni socio-culturali che ne consolidano e ne sviluppano il progetto. Che tali decisioni vengano prese sulla pelle dei bambini dei centri estivi ai quali viene sottratta l’opportunità di muoversi in un ambiente più sano conoscendo direttamente ciò che ormai, nella più rosea delle ipotesi, vedono soltanto sui poster o su internet, non sembra preoccupare più di tanto i solerti amministratori.
Non c’è da meravigliarsi: isolare le esperienze scomode e non conformi è una strategia adottata da tempo immemorabile da ogni potere. Quel che francamente comincia a diventare seccante è che si continui a voler far passare questi provvedimenti come inevitabili conseguenze di una nostra presunta illegalità. A tal proposito, chiariamo allora alcuni punti.
Primo. L’illegalità di cui veniamo accusati è inesistente in quanto tale, contrariamente a quella posta in essere dagli amministratori pubblici che contravvengono il dettato costituzionale almeno per quanto riguarda la finalità sociale della proprietà (soprattutto l’art. 41) e il principio di sussidiarietà (art. 118). Occorrerà sottolineare che tale interpretazione non è nostra, ma di alcune fra le figure della giurisprudenza italiana ritenute più autorevoli in campo nazionale ed internazionale: come, per citare solo alcuni nomi, Stefano Rodotà (purtroppo appena scomparso), Ugo Mattei, Paolo Maddalena. Proprio quest’ultimo, forse il nome più prestigioso per gli alti incarichi istituzionali ricoperti, ci ha recentemente inviato alcune considerazioni dalle quali emerge che per gli ordinamenti italiani nessun bene pubblico può essere ritenuto proprietà di qualsivoglia istituzione e che quindi sono i cittadini, semmai, a detenere «la “proprietà collettiva” di Mondeggi a titolo di “sovranità”», il che tra l’altro impedisce di ritenere legittima qualsiasi iniziativa unilaterale delle istituzioni tesa all’alienazione di un bene pubblico. Sempre citando Maddalena, c’è inoltre «la questione della “funzione sociale” della proprietà. Se la Provincia è stata inerte, bene hanno fatto i cittadini, considerati come “parte” dell’intera Comunità, a prendersi cura della fattoria e non si può certo parlare di occupazione abusiva». Non va poi dimenticato che circa 200 amministrazioni in Italia hanno affrontato situazioni consimili in maniera del tutto diversa, stipulando accordi stabili con coloro che si sono “illegalmente” presi cura di beni pubblici abbandonati.
Secondo. A proposito di illegalità: siamo proprio sicuri che la fallimentare gestione dell’Azienda Agraria Mondeggi Srl di cui l’ex Provincia è socio unico, non configuri alcun profilo di reato? Dobbiamo registrare soltanto l’ennesimo caso di mancata abilità manageriale o, come poi viene quasi sempre accertato, questa è solo un’interpretazione ufficiale il cui scopo è nascondere ben altro tipo di abilità? Non interessa davvero a nessun magistrato cercare di capire come è maturato l’enorme disavanzo alla fine ripianato (tanto per essere originali) con i soldi dei cittadini che, in caso di vendita, si ritroverebbero ad aver coperto gli ammanchi causati da altri per poi perdere comunque la disponibilità del bene? Non sarebbe istruttivo dare un’occhiata ai verbali dei Consigli di amministrazione per verificarne la coerenza economica delle decisioni; o magari appurare se i tecnici che ne facevano parte condividevano le scelte dei consiglieri di nomina politica e, in caso contrario, per quale motivo? Magari ci attiveremo di più in tal senso.
Terzo. Coloro che si appellano così maldestramente alla legalità sono comunque qualificati esponenti della categoria professionale italiana – ovvero i politicanti (definirli politici pare troppo) – di gran lunga a più alto tasso di delinquenza, sebbene per una tipologia piuttosto ristretta di reati. E’ un dato sociologico (oltre che di senso comune) inoppugnabile e corroborato da una pletora di inchieste, procedimenti e sentenze che non hanno soltanto disvelato le malversazioni dei singoli ma anche il loro organico inserimento all’interno di un sistema di governo pervasivo e strutturalmente fondato sul malaffare. Per merito di tale categoria professionale e della sua attenzione alla legalità, su 176 paesi, l’Italia nel 2016 era distante 60 posizioni (il terz’ultimo posto in Europa) da quella occupata dallo Stato più virtuoso a livello mondiale.
Quarto. Dato che siamo così illegali, com’è che si è fatto ugualmente ricorso a noi per garantire la messa in sicurezza dei luoghi rispetto alle normative anti-incendio in vigore nella stagione secca? Per anni l’ex Provincia ha abbandonato Mondeggi innalzando a dismisura il rischio; recentemente ha inoltre svenduto tutti i macchinari e licenziato il dipendente che poteva impiegarli per svolgere questa mansione. Certo utile ma molto ipocrita contattarci per risolvere un problema dell’istituzione, senza pagare pegno e soprattutto senza pagare salari. Pare insomma che la nostra sia un’illegalità talvolta tollerabile se risponde alle convenienze della Città Metropolitana.
Diciamola tutta. Se l’indifferenza etica, l’ipocrisia morale, la mendacia politica, l’arroganza del potere spesso connaturate ai politici di professione, non impedissero loro di togliere il disturbo obbligandoci così a ricercarne l’interlocuzione, eviteremmo volentieri il rischio di comprometterci frequentando personaggi i cui comportamenti e la cui reputazione (collettiva, quando non personale) sono giustamente così dubbi.

MONDEGGI BENE COMUNE – FATTORIA SENZA PADRONI