L’ipocrisia al potere: punire le vittime, non i carnefici

 

 

L’ipocrisia al potere: punire le vittime, non i carnefici *

Il Governo italiano ha varato, con l’approvazione del Parlamento, una missione navale nel Mediterraneo a supporto della Guardia Costiera libica nelle operazioni di intercettazione e respingimento dei migranti che dalla Libia cercano di raggiungere le nostre coste. Quelle persone partono dalla Libia ma non sono libiche, provengono per lo più da altri paesi (Gambia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio), da cui sono fuggite perché le condizioni di vita sono intollerabili: cercano un paese che rispetti il loro diritto ad una vita sicura e dignitosa.

Ai primi di luglio Oxfam, Borderline Sicilia, MEDU e Amnesty International hanno reso pubblica la situazione che i migranti subiscono in Libia, testimoniata da interviste di donne e uomini che sono riusciti a sbarcare in Italia dopo viaggi che sono calvari: carcere, torture, schiavitù, sistematiche

violazioni dei diritti umani…commesse da trafficanti di esseri umani, bande criminali e milizie locali che operano con la connivenza della polizia e della Guardia Costiera libica…

Dati e testimonianze sono stati pubblicati su vari organi di stampa e se ne è parlato (magari di sfuggita) sui media; del resto non è la prima volta che dalla Libia ci arrivano questi racconti, prima ancora degli accordi criminali fra Berlusconi e Gheddafi, accordi portati avanti dai governi che si sono succeduti in seguito. Nessuno li ha mai messi in discussione, come nessuno si domanda che vita fanno i rifugiati segregati in Turchia a caro prezzo.

La missione navale viene varata accanto al nuovo Codice di Condotta imposto da Minniti e il cui obiettivo è quello di impedire alle ONG che operano nel Mediterraneo di intervenire nel salvataggio dei migranti. Dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, solo la presenza delle ONG ha impedito che le stragi in mare diventassero quotidiane.

Nel provvedimento si parla di centri di raccolta in Libia sotto il controllo dell’UNHCR o dell’OIM, ma questi centri non esistono, al momento, e queste organizzazioni non sono neanche presenti sul territorio libico: dal momento in cui le forze armate italiane riconsegneranno i barconi nelle mani della Guardia Costiera libica, dobbiamo sapere che quelle persone

finiranno certamente nelle carceri libiche o nelle mani di altri

trafficanti o di bande criminali.

Spenderemo nove milioni al mese per consegnare alla tortura, alla schiavitù, alla morte centinaia di migliaia di persone: questa è la nostra missione.

In un clima politico estremamente confuso e incerto, l’invio di navi militari italiane nel Mediterraneo rappresenta oltre tutto un rischio concreto di conflitto; l’”accordo” sarebbe col governo Sarraj, ma le forze in campo in Libia sono molto più numerose, e si contendono il controllo del territorio: come si comporterebbe il contingente italiano nel caso che qualcuna delle parti in campo non gradisse la sua presenza nelle acque territoriali libiche?

Nonostante i rapporti e le testimonianze, il governo italiano, come l’Europa, fa finta di non conoscere la reale situazione dei migranti in Libia, fa finta di non sapere che è una situazione (quella sì) di vera emergenza, una questione di vita e di morte, di fronte alla quale la priorità assoluta non può essere che aiutare le persone ad uscirne.

La verità è che le persone che gremiscono i barconi per l’Europa sono solo scarti, e scarti fastidiosi delle politiche colonialiste e neo-colonialiste, politiche che tuttora muovono le potenze europee, e su cui l’Italia cerca di rincorrere la Francia, dopo il brillante progetto francese di creare degli hotspots in territorio libico. Strutture che si sono già ampiamente dimostrate inefficaci anche sul nostro territorio e

nelle quali i diritti umani e il diritto internazionale non vengono rispettati.

Tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani indicano una sola strada per lottare efficacemente contro i trafficanti e per salvare la vita e la dignità delle persone: corridoi umanitari che permettano ai migranti di arrivare in sicurezza in una terra più sicura di quella da cui fuggono.

Contro il comportamento vergognoso del governo italiano e dell’Unione Europea che calpestano fondamentali diritti umani invitiamo alla mobilitazione e alla solidarietà concreta con i richiedenti asilo e con chi li salva e li aiuta.

*Rete Antirazzista Fiorentina*

*Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra*

*Coordinamento Basta Morti nel Mediterraneo*

IL CASO DI S.

IL CASO DI S.
«Ancora una volta assistiamo alla totale follia della normativa italiana e comunitaria per la gestione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti»

un report di Luca Cumbo

S. nasce nelle campagne del sud del Marocco nel 1990. Arriva minorenne a Palermo, con due fratelli più piccoli, per ricongiungersi al padre, venditore ambulante da vent’anni in Sicilia e del quale oggi non si hanno più notizie.

Dopo un periodo di convivenza estremamente problematica col padre, S. si trasferisce prima da amici e poi in un centro d’accoglienza palermitano, mentre i due fratellini venivano affidati a due comunità dal Tribunale dei minori di Palermo.

Dal 2010 collabora volontariamente con il Centro Astalli di Palermo come operatore e come mediatore culturale, mettendosi generosamente a disposizione degli altri migranti.

Nel 2011 S. trova lavoro in un’impresa edile, quest’esperienza si rivela pesante: con il miraggio di un’assunzione, viene sfruttato e mal pagato per un lavoro duro, talvolta pericoloso e in nero.

Nel frattempo S. consegue la licenza media con ottimi voti e si iscrive con grande motivazione alla scuola superiore dove si diploma nel 2016, dopo cinque anni di impegno, non solo per le difficoltà linguistiche e per gli orari scolastici serali ma anche perché già dall’autunno 2011 si manifestano i primi sintomi della sua patologia psichiatrica, una psicosi paranoidea, che il ragazzo fatica ad accettare. Da questo momento in poi sarà seguito presso i servizi di salute mentale di Palermo.

Gli anni del liceo sono intervallati da ricoveri volontari; pur con qualche con difficoltà S. segue la propria terapia.

Nel 2014 il ragazzo subisce un travagliato TSO: egli stesso, convinto di essere vittima di persecuzione e minacce, chiama impaurito la polizia. Gli agenti lo trovano in stato di agitazione e reputano opportuno un intervento sanitario coatto. Durante quel T.S.O, avvenuto in maniera spropositatamente violenta – viene contenuto fisicamente dagli agenti e dagli infermieri “ex manicomiali” – S. non capisce, si dimena, oppone resistenza e per questo viene denunciato.

Dopo un lungo periodo di degenza al reparto di psichiatria di un ospedale palermitano, nel quale S. rimane per i primi giorni legato alle caviglie e ai polsi, viene tentato un percorso riabilitativo presso una clinica privata: S. risponde bene al trattamento farmacologico e alla psicoterapia e, al momento delle dimissioni, mostra maggiore consapevolezza nei confronti del proprio disturbo.

Durante i mesi di ricovero, S. continua a studiare e ottiene permessi speciali di uscita per sostenere interrogazioni e compiti in classe. I professori premiano il suo impegno ammettendolo al quarto anno nonostante le assenze per motivi di salute.

Dopo le dimissioni dalla clinica, S. inizia ad essere seguito nuovamente dai servizi pubblici di salute mentale e trova posto in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita).

Continua a leggere

la criminalizzazione della solidarietà

Ventimiglia e non solo, la criminalizzazione della solidarietà
LIVIO PEPINO- oggi su Il Manifesto

Ci sono fatti illuminanti su quello che sarà il nostro futuro se non si
contrastano prassi e culture che si stanno diffondendo in modo preoccupante.
Il primo fatto è accaduto a Ventimiglia, confine ligure con la Francia e,
per questo, luogo di «stazionamento» di molti migranti in attesa di varcare
il confine.
Ventimiglia e la zona dei «Balzi rossi» sono stati nell¹estate scorsa sotto
i riflettori per le proteste contro il blocco della frontiera francese poste
in essere da migranti, dapprima accampati sulla spiaggia e successivamente
ripiegati in città dove, peraltro, le strutture di accoglienza erano e sono
insufficienti. Così molti dormono in strada e vengono sfamati dalla Caritas
o da una mensa parrocchiale. Ma anche queste non bastano. Perciò ogni sera
volontari francesi provenienti dalla Val Roja distribuiscono a chi ne ha
bisogno panini, acqua e the.
Ma a Ventimiglia vige una ordinanza, emessa dal sindaco l¹11 agosto 2016,
che vieta la distribuzione di cibo ai migranti e così  incredibile ma vero
nei giorni scorsi tre volontari sono stati denunciati per il reato di
«inosservanza dei provvedimenti dell¹autorità» previsto all¹art. 650 del
codice penale.
All¹altro capo dell¹Italia, nel mare che divide la Sicilia dalle coste
africane e in acque internazionali, si muovono da qualche tempo alcune navi
di organizzazioni non governative che vigilano su eventuali naufragi e, nel
caso, soccorrono i naufraghi o recuperano i corpi di chi non ce l¹ha fatta.
Anche qui è accaduto che la Procura della Repubblica di Catania abbia aperto
una «indagine conoscitiva» sulle organizzazioni interessate sospettate di
favorire l¹immigrazione clandestina se non addirittura  come sostengono
alcuni commentatori  di agevolare gli scafisti.
Questa criminalizzazione della solidarietà che, paradossalmente (o forse
no), colpisce chi cerca di sopperire alle lacune delle istituzioni ha dei
riferimenti precisi. Essa, infatti, è ormai regola negli Stati Uniti, dove
il diritto penale sempre più persegue non solo i poveri ma anche chi vuole
esercitare il diritto (o il dovere morale) di aiutarli.
Il fenomeno è descritto in termini analitici, e con ampia esemplificazione,
in un recente e lucido libro di Elisabetta Grande (Guai ai poveri. La faccia
triste dell¹America, Edizioni Gruppo Abele, 2017) da cui si apprende, tra
l¹altro, che in molti Stati il divieto di camping penalmente sanzionato
colpisce non solo l¹homeless che vi fa ricorso, ma addirittura il
proprietario che consenta al senza tetto di dormire in tenda sul proprio
terreno per più di cinque giorni consecutivi, o che analogo divieto si
estende all¹autorizzazione a parcheggiare nel proprio spazio privato l¹auto
utilizzata da un homeless come abitazione.
Quanto alla somministrazione di cibo ai poveri, poi, si è assistito finanche
all¹arresto di un novantenne, fondatore di un¹organizzazione benefica,
colpevole di servire pasti caldi agli homeless su una spiaggia e, come lui,
di altri attivisti dalla Florida al Texas o alla richiesta di cifre
altissime, come tassa per l¹occupazione di suolo pubblico richiesta, in
California e in South Carolina, alle organizzazioni che distribuiscono cibo
nei parchi.
Il meccanismo della criminalizzazione è lo stesso adottato dal sindaco di
Ventimiglia: l¹adozione di ordinanze contenenti proibizioni dettate da
motivazioni per lo più speciose, come quella di garantire la sicurezza dei
consociati, messa in pericolo dall¹assembramento dei bisognosi che si recano
a mangiare, o addirittura quella di proteggere la sicurezza alimentare o la
dignità degli homeless, che meriterebbero un cibo controllato e un luogo
coperto in cui consumare il pasto (tacendo che cibi e luoghi siffatti in
realtà non esistono).
La cosa più inquietante è che quelle ordinanze, comparse la prima volta alla
fine degli anni Novanta, hanno visto di recente una notevole
intensificazione, con un aumento del 47% nel solo periodo tra il 2010 e il
2014, parallelamente al crescere della povertà e del numero di soggetti
esclusi anche dai buoni alimentari assistenziali.
Ci fu, nella storia, un tempo (nell¹Alto Medioevo) in cui la povertà divenne
fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della Chiesa a
«proprietà dei poveri», destinata a chi non era in grado di mantenersi con
il proprio lavoro e non alienabile neppure dai vescovi.
Ma fu eccezione: quando il diritto si è occupato dei poveri lo ha fatto, per
lo più, in chiave di punizione e di difesa della società.
Ciò è stato messo in discussione, nel nostro Paese, dalla Costituzione
repubblicana, che pone a tutti un dovere di solidarietà e indica
l¹uguaglianza sociale come obiettivo delle istituzioni.
Sarebbe bene non dimenticarlo, anche da parte dei sindaci e dei procuratori
della Repubblica.

“Via Palazzuolo è casa mia”

Firmiamo per Via Palazzuolo

I nostri amici di Via Palazzuolo, una zona vicino a noi priva di spazi di aggregazione, ci chiedono una mano.
Hanno promosso un progetto da presentare all’Autorità Regionale per la Partecipazione, che ha bisogno di 856 firme di cittadini rigorosamente residenti nel Quartiere 1.

Si può firmare da lunedì 23 a venerdì 27 gennaio presso la Cartoleria Costanza angolo via Sant’Agostino/Via de’ Serragli.

Si tratta di una richiesta ufficiale, non di una petizione, per cui dovete fornire anche gli estremi di un vostro documento e (ripetiamo) dovete essere residenti nel Quartiere 1.

E’ importante che i quartieri si diano una mano a vicenda!

 

“Via Palazzuolo è casa mia”
Promozione di un percorso partecipativo sull’area di Via Palazzuolo.

L’Associazione Anelli Mancanti in partenariato con realtà associative, commerciali e di comitato presenti nell’area di Via Palazzuolo, è promotrice del progetto “Via Palazzuolo è casa mia”.
Obiettivo principale del progetto è quello di ricostruire il tessuto associativo, di residenti e commercianti del quartiere, attraverso l’attivazione di un percorso di partecipazione ed ascolto e l’organizzazione di attività concrete di rigenerazione sociale ed economica dell’area.

Alcune delle proposte del progetto:

- creazione di uno spazio aggregativo ad uso culturale e sociale
- coinvolgimento dei commercianti attraverso iniziative di promozione territoriale e condivisione di buone pratiche (legalità , raccolta differenziata, etc.)
- avvio di un percorso di creazione di una social street

La proposta progettuale verrà presentata all’Autorità Regionale per la Partecipazione, che finanzia percorsi attivati da cittadini.
A tal fine è necessario presentare insieme alla proposta una raccolta di firme di cittadini residenti nella zona interessata.
In questo caso, saranno necessarie 856 firme di cittadini residenti nel Quartiere 1.
La scadenza del bando è il 31 gennaio.
Se il finanziamento sarà accordato avrà inizio il percorso di partecipazione della durata di 6 mesi. In questo periodo le attività saranno pubblicizzate attraverso una campagna di comunicazione per informare la cittadinanza sul calendario degli appuntamenti e le modalità di partecipazione.

Alla fine del percorso, i risultati verranno condivisi con l’amministrazione comunale e di quartiere.

L’invito è quello di aiutarci nella raccolta firme necessarie a iniziare questo percorso, per avviare un processo virtuoso di ricostruzione di comunità in una zona il cui tessuto sociale è venuto sgretolandosi negli ultimi anni.
In allegato il modulo per la raccolta firme (possono firmare solo i residenti del Quartiere 1, non è ammessa la patente come documento di identità ).

Grazie molte.

Promotori & sostenitori

Anelli Mancanti: associazione di volontariato presente da anni in Via Palazzuolo con una scuola di italiano per cittadini migranti, sportelli di orientamento al lavoro, legale e salute. Vengono inoltre organizzati corsi di lingue, teatro, attività sportive ed eventi che si rivolgono e coinvolgono tutta la cittadinanza, in un’ottica di incontro e conoscenza reciproca.

Palazzuolo Strada Aperta: gruppo antirazzista e solidale, nato nel 2012 sui problemi di Via Palazzuolo e strade vicine in uno spirito di apertura e rispetto, ponendo al centro le persone con le loro storie, i loro diritti inalienabili e il contributo che tutti possono dare al vivere comune. Diffonde un foglio periodico agli abitanti della strada, organizza cene in via Palazzuolo e ogni sabato fa uscire in strada una bicicletta – biblioteca ambulante che presta libri in varie lingue a passanti e residenti.

Caritas: Caritas Firenze è presente in via Palazzuolo con una casa famiglia.

Il Grillo Parlante: centro sociale anziani in Via Palazzuolo

Multiverso: spazio di coworking, via del Porcellana


APPELLO alla SOLIDARIETÀ con i rifugiati di ex- Aiazzone

++ APPELLO alla SOLIDARIETÀ con i rifugiati di ex- Aiazzone++

Oggi, dopo aver rifiutato le proposte indecenti di Comuni e Prefettura, i rifugiati di Ex- Aiazzone hanno occupato uno stabile.
La maggior parte degli effetti personali degli abitanti sono andati distrutti durante l’incendio, per questo all’occupazione c’è bisogno di:
-letti e materassi
-coperte
-lenzuola e cuscini
-vesititi caldi e giubbotti
-scarpe
-stufe
Da portare in via Spaventa 4 (zona Parterre, vicino piazza Libertà) tutti i giorni dalle 17 alle 21.
CASA,DIRITTI, DIGNITÀ PER TUTTI!

Movimentodilotta PerlacasaFirenze

“Alì è morto per colpa dello Stato”: migranti sotto la Prefettura dopo l’incendio all’ex Aiazzone

L’incendio divampato la scorsa notte nell’ex mobilificio Aiazzone di Sesto Fiorentino (occupato da tempo da decine di migranti) ha provocato la morte di Alì Moussa, rifugiato politico somalo di 35 anni. Secondo quanto riferito dagli altri occupanti, Alì era riuscito a mettersi in salvo ma ha poi deciso di rientrare nel capannone per prendere i documenti necessari al ricongiungimento con la propria famiglia. “Alì è morto per colpa dello Stato”: questa l’accusa riportata sullo striscione dietro il quale questa mattina – dopo un’assemblea – migranti, movimento di lotta per la casa e solidali si sono mossi in corteo fino a raggiungere la Prefettura di Firenze, dove è stato bloccato il traffico per protesta. I migranti hanno denunciato la situazione vergognosa e di ricatto nella quale sono costretti a vivere e hanno rivendicato il diritto a una vita dignitosa.

Abbiamo sentito Luca del movimento di lotta per la casa fiorentino per un aggiornamento sulla situazione e sulle prime iniziative di mobilitazione seguite agli avvenimenti di questa notte:

—-

Di seguito la nota diffusa dal Movimento di Lotta per la Casa Firenze dopo l’incendio:

Alì Moussa, rifugiato politico somalo, è morto durante l’incendio dell’ex-Aiazzone.
Si era salvato dalle fiamme che hanno distrutto la struttura, ma poi ha deciso di rientrare dentro. Non era pazzo. E’ rientrato perchè voleva portare in salvo i suoi documenti. Quei pezzi di carta a cui la vita di ogni migrante è appesa. Pezzi di carta da sudare per ottenere il proprio diritto ad esistere qui in Italia.

Alì Moussa è stato ucciso dalle leggi dello Stato Italiano, dagli arbitrari ritardi e dinieghi delle questure, dal ricatto continuo che viene esercitato nei confronti dei migranti attraverso la minaccia della clandestinità. Noi questo non lo dimenticheremo.
La stampa aspettava un morto per accorgersi di come sono costretti a vivere nella tanto decantata “culla del rinascimento” i rifiugiati. La stampa può pure fingere di non sapere. Ma le istituzioni no. Queste sanno benissimo da due anni che all’interno dell’ex-mobilificio, in condizioni più che precarie, vivevano più di cento richiedenti asilo somali. Gli stessi che hanno sgomberato dall’occupazione di via Slataper. Gli stessi che hanno rimandato in mezzo ad una strada dopo i soliti tre mesi di “progetto”.

Ali Moussa è stato ucciso da un sistema dell’accoglienza finalizzato ad arricchiere le cooperative che lo gestiscono. Che l’unica “integrazione” che offre è quella del lavoro gratuito per i profughi tanto sponsorizzato dal “socialista” (!) Enrico Rossi. Un sistema che usa-e-getta i migranti, come ha fatto con Ali Moussa. Noi questo non lo dimenticheremo.

In due anni, le istituzioni si sono ricordate dei rifugiati dell’ex-aiazzone solo quando si è trattato di portare operai, ruspe e reparti di polizia in assetto anti-sommossa per sabotare l’allaccio dell’energia elettrica degli occupanti. Per rendere ancora più precaria (e pericolosa) la fornitura, oltre che la vita degli abitanti. Noi questo non lo dimenticheremo.

Alì Moussa è stato ucciso da uno Stato – quello dell’art.5 e degli sgomberi – che ha deciso di fare la guerra a chi è costretto ad occupare invece di fare quello che dovrebbe: garantire una casa e una vita dignitosa a tutti.

Un uomo è morto, come nessuno mai dovrebbe morire. Da parte nostra tanta tristezza, indignazione rabbia. Altrettanta la convinzione che sono questi i momenti in cui c’è bisogno di schierarsi.

Perchè non accada mai più.

FONTE: http://radioblackout.org/2017/01/ali-e-morto-per-colpa-dello-stato-migranti-sotto-la-prefettura-dopo-lincendio-allex-aiazzone/

Tutti i giorni…..

 Tutti i giorni…
…tutti i giorni, una visita medica nel nostro ambulatorio o in un’area
dismessa della città, una consulenza legale, un tè offerto per strada, una
lezione della scuola di italiano, un colloquio con un detenuto, una
medicazione, un’informazione fornita sono l’occasione per entrare in
contatto con una storia diversa.
Questo è quello che facciamo, questo è quello che siamo: questa è la nostra ricchezza

Immagine anteprima YouTube

Anche grazie a te. Sostieni Naga, adesso.

Turchia, 500mila curdi costretti a lasciare casa

Turchia, 500mila curdi costretti a lasciare casa

di Redazione Video / de.pi

Sfollamento forzato, punizione collettiva e pulizia etnica di Sur, centro storico della città di Diyarbakir

Decine di migliaia di abitanti di Sur, il centro storico della città di Diyarbakir -dichiarato patrimonio dell’umanità dell’Unesco-, fanno parte di una stima di circa 500.000 persone costrette a lasciare le loro abitazioni durante l’ultimo anno a causa della brutale repressione esercitata dalle Autorità turche. La denuncia è di Amnesty International. Questo sfollamento forzatopuò essere considerato una punizione collettiva.

Mentre il Governo di Ankara intensifica la soppressione delle voci dell’opposizione curda, il rapporto ‘Sfollati ed espropriati. Il diritto degli abitanti di Sur al rientro a casa‘ di Amnesty International rivela la disperazione e la sofferenza delle famiglie costrette a lasciare il centro storico di Diyarbakir -la principale città del sud-est turco, a maggioranza curda- a causa delle operazioni militari lanciate alla fine del 2015 e di mesi di coprifuoco 24 ore su 24. Le case di quello che una volta era un quartiere affollato sono state distrutte dai bombardamenti, demolite ed espropriate per far posto a un progetto di sviluppo di cui probabilmente beneficeranno ben pochi ex residenti.

«Un anno dopo l’imposizione del coprifuoco 24 ore al giorno, migliaia di abitanti di Sur restano lontani dalle loro case, lottando per arrivare alla fine della giornata e avendo di fronte a sé un destino incerto in un contesto sempre più repressivo», ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa di Amnesty International.
«Mentre la repressione contro la società civile nel sud-est della Turchia è ampiamente nota, si conosce assai poco dello sfollamento forzato che ha devastato la vita di persone comuni col pretesto della sicurezza», ha proseguito Dalhuisen.

Nel luglio 2015, dopo l’interruzione del cessate-il-fuoco, sono ripresi gli scontri tra gruppi armati legati al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e le forze di sicurezza turche. Dopo la proclamazione dell’autogoverno e la costruzione di barricate e trincee a Sur, come in altri centri del sud-est, le Autorità hanno imposto il coprifuoco 24 ore su 24 e hanno avviato operazioni di sicurezza col massiccio impiego dell’esercito.
L’11 dicembre 2015 è stato dichiarato un coprifuoco a tempo indeterminato 24 ore su 24 in sei dei 15 quartieri di Sur. Agli abitanti è stato vietato di lasciare le loro abitazioni anche per acquistare cibo e medicinali. La Polizia ha iniziato a girare per le strade con gli altoparlanti, ordinando agli abitanti di lasciare la zona. Le forniture di acqua e di elettricità sono state interrotte per lunghi periodi di tempo mentre le case venivano centrate dall’artiglieria e crivellate dai proiettili.
Una donna che ha tentato di resistere in casa ha raccontato ad Amnesty International: «Ero con i miei due bambini, non abbiamo avuto acqua per una settimana. Un giorno hanno lanciato in casa un candelotto di gas lacrimogeno. Non abbiamo avuto l’elettricità per 20 giorni. Volevo andare via ma non avevo alcun posto dove dirigermi».
Gli scontri sono terminati nel marzo 2016 ma il coprifuoco è rimasto in vigore in buona parte di Sur.

Dopo lo sfollamento forzato degli abitanti, le proprietà sono state espropriate dalle autorità turche e molti edifici sono stati demoliti. Sebbene il coprifuoco e le distruzioni lo rendessero praticamente impossibile, alcuni abitanti sono tornati a Sur per trovare le loro case sottosopra e le loro proprietà saccheggiate o distrutte.
«Non riesco neanche più a piangere. Tutte le lacrime le ho versate per la mia casa che non c’è più» – ha dichiarato ad Amnesty International un uomo che, rientrato a Sur dopo otto mesi, ha trovato le mura di casa sbriciolate.
Un altro uomo ha trovato tutti i suoi beni personali dati alle fiamme. La Polizia l’aveva costretto a lasciare l’abitazione, dove viveva col padre e col fratello: «Ci hanno puntato le pistole alla tempia», ha raccontato. Inizialmente i tre uomini erano stati accusati di reati di terrorismo, poi sono stati prosciolti.
Una donna è stata minacciata dalla Polizia al rientro a Sur, sei mesi dopo averla abbandonata, e ora non intende più tornare: «Abbiamo trovato tutte le nostre cose a pezzi e accatastate in un cortile». Alla sua famiglia è stato proposto un risarcimento equivalente a circa 800 euro per la perdita dei loro beni, una frazione rispetto al valore effettivo. «Volevamo fare ricorso ma ci hanno detto che non avremmo ottenuto di più, quindi abbiamo firmato».

Continua a leggere