LA RAREFAZIONE DELLE LIBERTÀ

 

 

Grazie dell’attenzione. Un sorriso. Carmelo

Ecco un parere giuridico dell’Avvocato Daniel Monni “ai tempi del coronavirus in carcere”, penalista del Foro di La Spezia. I detenuti o i loro familiari potrebbero valutare seriamente se procedere penalmente per il reato di maltrattamenti nei casi nei quali fosse ravvisabile. È possibile chiedere informazioni anche all’Associazione Liberarsi, indirizzo mail associazioneliberarsi@gmail.com oppure a me, Carmelo Musumeci, al seguente indirizzo zannablumusumeci@libero.it
LA RAREFAZIONE DELLE LIBERTÀ
La dimensione “sacrale” del carcere – e, più profondamente, l’archetipo criminologico che lo teorizza come necessariamente diviso e separato dal consortium di riferimento – suscita, potremmo dire a fortiori, dubbi e sensazioni di disagio nei periodi etichettati come “emergenziali”.
La pena carceraria, nata dalle ceneri di una carità costrittiva ed anteposta – in epoca illuministica – allo “splendore dei supplizi” pare, infatti, ri(con)dursi – ad oggi – ad un silenzioso (ma non per questo meno doloroso) supplizio.
Se attenta Dottrina aveva, circa una decina di anni fa, acutamente notato che “ se il disconoscimento della dignità umana, la limitazione e l’oppressione ingiustificate dalla libertà fisica e morale, il sacrificio ingiustificato delle necessità ed esigenze fisiche e spirituali della persona, sono i caratteri dell’offesa sottesa alla fattispecie di maltrattamenti, appare difficile sostenere l’irriducibilità delle situazioni di sovraffollamento carcerario al paradigma offensivo delineato dall’art. 572 c.p.1 ” che potremmo dire, nelle more del periodo storico attuale, di un’istituzione totale, e in primis di una formazione sociale, che non sembra tutelare (o, quantomeno, non pare farlo abbastanza) il diritto alla salute dei suoi cittadini posto che – come direbbe, forse, Monsieur De La Palice – i detenuti non possono, quasi tautologicamente, provvedere “in proprio” alla tutela dei propri diritti?
Non sembra, dunque, del tutto paradossale ed azzardato non escludere aprioristicamente l’integrazione del delitto di cui all’art. 572 c.p. da parte delle istituzioni carcerarie che non garantiscano le misure idonee a tutelare il diritto alla salute dei detenuti: argomentazione, questa, che sembra valore a fortiori – con espressione ampiamente (ab)usata – “ai tempi del coronavirus”, temperie nella quale la scienza medica suggerisce a più riprese le cautele ed i presidi da adottare per il contenimento dell’epidemia. L’ablazione della tutela dei diritti dei detenuti, purtuttavia, non sembra vestirsi del manto novellistico: Brissot de Warville, nel lontano(?) 1871 definiva il carcere una “ cloaque d’infection2 ” e, cionnonostate, assuefarsi alla rarefazione dei diritti non sembra essere “cosa grata”. La rarefazione dei diritti, infatti, pare tendere favorevolmente all’evanescenza e può, quasi paradossalmente, far ascendere sé stessa alla ieraticità ed alla solennità proprie della metafisica.
18.03.2020
Avv. Daniel Monni
1 GARGANI A., Sovraffollamento carcerario e violazione dei diritti umani: un circolo virtuoso per la legalità dell’esecuzione penale, in Cassazione Penale, III, 2011, p.1263.
2 BRISSOT DE WARVILLE J.P., Théorie des lois criminelles, Paris, I, 1871, p.171.

Corso di formazione/aggiornamento per tutti i volontari e gli aspiranti al volontariato carcerario

L’associazione Pantagruel organizza per il prossimo autunno un corso di formazione/aggiornamento per tutti i volontari e gli aspiranti al volontariato carcerario, e per chi avesse interesse a conoscere la realtà carceraria. Il corso è infatti volto a “conoscere la complessa realtà del carcere”, indispensabile per perseguire la nostra finalità di difesa dei diritti dei detenuti.

Il corso persegue l’obbiettivo citato chiedendo l’intervento dei responsabili delle funzioni fondamentali del carcere, comprese quelle esercitate anche dalle altre associazioni di volontariato con le quali costituiamo una rete operativa con diverse caratteristiche ma con intenti convergenti.

Il corso si articolerà nel programma che si riporta di seguito con gli incontri che alla lezioni frontali, della durata di 30’ minuti, farà seguito una parte di rielaborazione, analisi critica, e chiarimenti.  Gli incontri si terranno nei locali della Comunità Valdese in via Manzoni 21, Firenze, nei giorni indicati dal 16.09 al 16.12 (dalle ore 18.30 alle ore 20,30):

16/09 Presentazione del corso e dell’associazione (Giuseppe Matulli e Salvatore Tassinari);

23/09 La Magistratura di Sorveglianza nell’ordinamento penitenziario (incontro col Dott. Marcello Bortolato);

30/09 La rete delle associazioni del volontariato (incontro con L’Altro Diritto, AVP, Il Muretto, Ciao);

07/10 La Direzione del Carcere di Sollicciano  (incontro col Dott. Fabio Prestopino);

14/10 L’Istituto M. Gozzini (incontro con la Dr.ssa Antonella Tuoni);

21/10 La sicurezza (incontro con il comandante Massimo Mancaroni);

28/10 Il trattamento per il recupero (incontro con Gianfranco Politi e Claudio Pedron);

04/11 La sanità in carcere (incontro con la Dr.ssa Sandra Rogialli);

11/11 La malattia psichiatrica e il carcere (incontro col Dott. Franco Scarpa);

18/11 incontro con i Garanti dei detenuti (comunale Eros Cruccolini, e regionale Franco Corleone);

25/11 Le dipendenze (incontro con il SERD  Dr.ssa M.Grazia di Bello e Susanna Falchini);

02/12 Le pene alternative (incontro con la Dr.ssa Susanna Rollino dell’UEPE);

09/12 Incontro con lo psicologo;

16/12 Incontro con uno o più ex detenuti.

Per iscriversi è sufficiente far avere alla nostra associazione rispondendo a questa mail: nome, cognome, numero di telefono e mail.

Quota d’iscrizione da versare al primo incontro in programma: 20 € per studenti e disoccupati, 35 € per lavoratori.

L’associazione rilascerà un attestato finale a chi abbia frequentato almeno 9 incontri.

Per info :

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Associazione Pantagruel ODV
Via di Mezzo, 39R
50121 Firenze
tel/fax 055473070
C.F. 90012090479
e-mail: segreteria@pantagruel.org
PEC: asspantagruel@pcert.postecert.it
www.asspantagruel.org
www.lapoesiadellebambole.it

Nato colpevole

 

l’ultimo libro di Carmelo Musumeci Prodotto e venduto da Amazon

Cosa è successo a Carmelo? A 36 anni è stato arrestato e condannato all’ergastolo ostativo.

Era il 1991. Le accuse: omicidio, associazione mafiosa, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina.

Carmelo era alla testa della lotta tra i clan che ha infiammato la Versilia tra gli anni Ottanta e Novanta

per il controllo del gioco d’azzardo e dello spaccio. “Nato colpevole” è una riflessione in forma di racconto. È lo sguardo del Carmelo di oggi sul Carmelo bambino, sul Carmelo ragazzo. Carmelo che mette in fila le sofferenze e le azioni che hanno portato all’uomo che è oggi. Scrive Carmelo, senza vergogna, senza vanto, senza compiacimento, con garbo. Descrive l’amore, descrive il dolore, descrive le scelte fatte, il male subito, quello imposto. A tratti la lettura di “Nato colpevole” può essere fastidiosa. Non c’è filtro: se è “facile” leggere di un bambino maltrattato,

meno facile è entrare nella storia di quel bambino che, una volta ragazzo, arriva prende a pugni una donna o a uccidere un uomo.

O, ancora, dell’adolescente che a quindici anni è stato legato a un letto di contenzione per una settimana. Come mi ha detto Carmelo «sono sì nato colpevole, poi io ci ho messo del mio a diventarlo». Ma, anche, ci ha messo del suo a uscire,

a far uscire la sua voce, a esistere. Carmelo è entrato in carcere con la licenza elementare,

all’Asinara ha ripreso gli studi e da autodidatta ha terminato le scuole superiori.

E poi ha conseguito tre lauree: Scienze Giuridiche, Giurisprudenza e Filosofia.

E poi scrive: tanto, di tutto, con tenacia, garbo e coraggio.

(Dalla Prefazione di Francesca Barca) Francesca Barca è giornalista. Dal 2013 è coordinatrice editoriale di AgoraVox Italia.

Montelupo, l’abbraccio dei mille che riapre le porte dell’ex Opg

Firenze: Montelupo, l’abbraccio dei mille che riapre le porte dell’ex Opg

di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 10 settembre 2017

 Presentato il concorso di idee per il futuro di Villa Ambrosiana, luogo simbolo per secoli. Villa Ambrogiana torna alla cittadinanza, dopo un secolo e mezzo. Oltre mille persone, ieri pomeriggio, hanno creato un lunghissimo cerchio attorno all’ex ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo, un abbraccio ideale che ha simboleggiato la nuova vita della struttura, non più luogo di detenzione e sofferenza, ma spazio aperto alla città, da rivalorizzare per farne un polo d’attrazione.

Un evento storico per Montelupo, un abbraccio lungo il quale le persone si sono passate simbolicamente la chiave con cui è stata aperta la porta della residenza medicea. E poi tutti dentro, 500 per volta, per visitare un luogo che per decenni è rimasto invalicabile. Famiglie con bambini, giovani e anziani, associazioni sportive, la banda e i droni in mezzo al cielo. Tantissimi volontari a coordinare l’evento.
E poi le magliette per celebrare un momento storico.
Adesso il futuro della Villa, passata di competenza dal Ministero della Giustizia al Demanio, è affidato a un bando di progetti. Entro fine settembre saranno selezionate dieci proposte per la riconversione della villa medicea. Ad annunciarlo, ieri mattina in Consiglio comunale, è stato il ministro dello sport Luca Lotti, originario proprio di Montelupo. I selezionati parteciperanno a una gara, con termine a dicembre, per la quale dovranno presentare le proprie offerte economiche e il vincitore sarà annunciato entro aprile del prossimo anno.
“La valorizzazione della Villa dell’Ambrogiana – ha detto il ministro Lotti – è una grande sfida per ridare lustro a un bene che rappresenta fortemente questa comunità e una grande opportunità di crescita e sviluppo”. Tra le priorità del bando, l’accessibilità al pubblico, la destinazione pubblica della parte nobile del complesso dell’Ambrogiana e la sostenibilità economica del progetto.
“L’Ambrogiana – ha poi aggiunto Lotti – adesso torna ai montelupini, finalmente accessibile, sia la villa vera e propria, sia il parco che la circonda. È un figlio che viene restituito alla famiglia e deve essere curato da tutti assieme. È un’occasione che deve far discutere ma non dividere: mi appello a forze politiche e cittadini di essere uniti per il recupero della Villa”. L’idea, per i prossimi mesi, è quella di abbattere il muro di cinta che era stato eretto nella riconversione della villa signorile a manicomio. Un muro che certamente stona con l’eleganza dell’edificio storico e che anche gli abitanti vorrebbero eliminare. La Regione Toscana, tramite l’assessore Stefano Ciuoffo, ha fatto sapere “che lavorerà per far aggiungere questa villa all’elenco delle ville medicee tutelate dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità”. Mentre il direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Raggi, ha detto che “il Demanio intende mantenere anche per il futuro la proprietà, almeno nella parte vincolata dalla Sovrintendenza”.

 

Suicidi in carcere: è strage

Suicidi in carcere: è strage. Clamorosa iniziativa del Garante

 

di Valter Vecellio

 

L’Indro, 27 luglio 2017

 

La media è di un morto a settimana. Si sta parlando dei suicidi “ufficiali” nelle carceri italiane. Dall’inizio anno, in 29 hanno scelto di “evadere” in questo modo. Un dato preoccupante (e in crescita), che spinge il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma, ad avviare un’azione che non ha precedenti: intervenire come parte offesa nelle indagini relative a tutti i casi di suicidio, a cominciare dall’anno in corso.


“Pur considerando la difficoltà di ricondurre eventi del genere a un’unica matrice e di fermarli completamente”, chiarisce Palma, “ritengo che la situazione meriti tutti gli approfondimenti necessari per perfezionare il sistema di prevenzione elaborato dal ministero della Giustizia con la Direttiva del 3 maggio 2016. Per questo, come titolare della tutela dei diritti delle persone detenute e, di conseguenza, di persona danneggiata dalle violazioni dei diritti protetti, interverrò come parte offesa nelle indagini relative a tutti i casi di suicidio, a cominciare dall’anno in corso, per fornire il mio eventuale contributo di conoscenza e per seguire gli accertamenti che saranno condotti. Nei prossimi giorni invierò le relative richieste di informazioni sullo stato dei procedimenti alle diverse Procure della Repubblica competenti per i vari casi”.
Un provvedimento, come si è detto, che non ha precedenti. Servirà? Palma non dubita che le procure che indagano sui suicidi facciano con scrupolo il loro lavoro. Tantomeno, assicura, “ho alcuna velleità di mettere in dubbio le varie ricostruzioni. I suicidi sono situazioni molto spesso imperscrutabili. Ma c’è un problema: quello di averne avuti solo quest’anno 27 in carcere e 1 in una Rems e sono numeri che fanno pensare.
Tanto più che lo scorso anno il ministro stesso aveva emanato una direttiva sulla prevenzione ponendo l’attenzione su molti elementi: per esempio sui trasferimenti “passivi”, cioè non richiesti dalla persona, sull’accoglienza o sul momento del rilascio. Chi ha il compito, come il Garante nazionale, di tutelare i diritti, ha anche il compito e il dovere di guardare come sono avvenute le cose e aiutare le procure. Anche per contribuire a togliere un po’ i sospetti che vengono rimbalzati, come leggo spesso sui social. Insomma, una figura di garanzia che tiene sott’occhio la questione secondo me è di aiuto ed è un segnale della gravità del problema”.
Altro doloroso capitolo quello dei cittadini incarcerati e dopo un lungo, lunghissimo, penare, assolti con formula piena, e in via definitiva. Quanti sono ogni anno? Più o meno 90mila. Facciamo che ogni anno una media città italiana sia assolta da reati che evaporano come neve al sole, ma dopo lunga, preventiva, carcerazione: tante scuse: il reato non sussiste. Si tratta del 38 per cento delle sentenze. L’Istat calcola che ogni dieci condanne, in media arrivano quasi quattro assoluzioni piene. A questa contabilità vanno poi aggiunti le migliaia di imputati assolti perché il fatto non costituisce reato, o perché non è previsto dalla legge come reato (accade anche questo); infine le circa 140 mila prescrizioni.
Qualche riflessione, infine, su Leonardo Sciascia. I lettori del settimanale “L’Espresso” in edicola questa settimana si possono imbattere in un corposo fascicolo dedicato alla cosiddetta vicenda di Mafia capitale. Non è qui in questa rubrica che si vuole discutere di una sentenza di cui comunque è bene conoscere le motivazioni. Qui ci si limita a qualche considerazione a margine dell’editoriale del direttore Tommaso Cerno. Il titolo già dice molto: “Cari giudici, è l’ora di rileggere Sciascia”. C’è poi un brano, tratto da “Il giorno della civetta”. Cerno tra l’altro scrive: “Diciamo che qualcuno dovrebbe rileggersi Sciascia. Se si ricorda chi sia. Denunciava già nel 1961 questa tendenza italica, quella di non sapere o volere adattare alla modernità la criminalità organizzata che cambia metodi e modi con maggiore velocità rispetto al codice penale”.
Poi si ricorda la sintetica come già nel 1957 Sciascia definì sinteticamente la mafia: “Associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi di violenza”. È vero che il fine della mafia è quello sopra detto; non è però vero che tutti coloro che coltivano questo fine debbano essere necessariamente mafiosi. Ma non è neppure questo che si vuole qui discutere.
È il suggerimento a rileggere Sciascia, e segnatamente “Il giorno della civetta”; è lettura preziosa non tanto per quello che dice Cerno, quanto per il fatto che già nel 1960 indica come davvero lottare la mafia e le mafie: con il diritto, con il rispetto della legge; senza cedere alla tentazione di usare metodi alla Cesare Mori; e soprattutto seguendo la pista e le tracce che lascia il denaro.
La lezione, se così si può dire, del “Giorno della civetta” è questa; e fa piacere che Cerno e “L’Espresso” invitino a leggere questo grande romanzo di questo grande autore. Perché da ambienti vicini a “L’Espresso” non troppo tempo fa, ben altra valutazione è venuta, a proposito di Sciascia e del suo romanzo. Impareggiabile, per esempio, il sociologo Pino Arlacchi per il quale Sciascia non lo si può considerare un maestro: gravissimi i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche.
Quanto a “Il giorno della civetta” fa l’apologia di Cosa Nostra. Testuale: “Una storia ben narrata… della sconfitta della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentanti di fronte a un delitto di mafia”. Il figlio del generale Dalla Chiesa, Nando dice: “Ci ho pensato a lungo, e sono giunto alla conclusione che “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia è uno splendido libro sulla mafia, una fotografia perfetta, ma non uno strumento di lotta contro la mafia”.
Il filosofo Manlio Sgalambro definisce Sciascia “uno scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico. La sua funzione è esaurita, Sciascia non ci serve più”. Andrea Camilleri sostiene che Sciascia, coi suoi libri, ha reso “la mafia simpatica.
A teatro gli spettatori applaudivano, quando nel Giorno della civetta don Mariano distingue tra “uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà”. Leonardo mi chiedeva: ma perché applaudono? “Perché hai sbagliato”, gli rispondevo. Altre volte rendeva la mafia affascinante. “Lei è un uomo”, fa dire a don Mariano. Ma la mafia non ti elogia, la mafia ti uccide; per questo di mafia ho scritto pochissimo, perché non voglio darle nobiltà”.
Fermiamoci qui, anche se tanti altri esempi si potrebbero fare. “L’Espresso”, ora, rivaluta Sciascia e “Il giorno della civetta”. Chissà: tra un po’ troveranno del buono anche in quel famoso articolo intitolato “I professionisti dell’antimafia” da tanti vituperato e che procurò a Sciascia accuse, sospetti e insulti a non finire.

 

1992 – 2017: 25 ANNI DI 41 BIS

 

                                                   Associazione Liberarsi Onlus

                                                                

                                                   1992 – 2017: 25 ANNI DI 41 BIS

                                                       25 ANNI DI TORTURA

                                                       Sabato 8 aprile 2017

                                                 Sala Centro Sociale Valdese

                                                 via Manzoni, 21 – FIRENZE

Ore 9,30 iscrizione al convegno;

Ore 9,45 presentazione della giornata: Giuliano Capecchi, associazione Liberarsi;

Letizia Tomassone, pastora chiesa valdese di Firenze;

Ore 10 intervento di Beniamino Deidda, Sandro Margara: il carcere speciale e l’ergastolo;

Ore 10,20 Venticinque anni di 41bis: interventi di: Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza di Nuoro e Presidente di Magistratura Democratica; Carlo Fiorio, ordinario di diritto processuale penale, università di Perugia; Carla Serra, avvocatessa; Giuseppe Mosconi, ordinario sociologia del diritto, università di Padova;

Ore 11,30 testimonianze di: Pasquale De Feo (una lettera), Jean Félix Kamba Nzolo, pastore valdese, Benedetto Labita, Maria Milazzo Labita, Carmelo Musumeci, Sebastiano Prino, Pepè Ritorto, Giovanni Farina (una lettera);

Ore 12,30 dibattito.

Ore 13,30 pausa momento conviviale.

Ore 14,30 ripresa lavori, interventi sulla tortura: Emilio Santoro, ordinario sociologia, università di Firenze; Maria Rita Prette, Edizioni Sensibili alle Foglie; Gustavo Leone, avvocato; Alessio Scandurra, Associazione Antigone;

Ore 15,30 Allora che fare? Interventi di: Ornella Favero, Presidente Conferenza nazionale volontariato giustizia; Alessia Petraglia, senatrice; Luca Maggiora, camera penale di Firenze; Elisabetta Zamparutti, rappresentante del governo italiano nel Comitato Prevenzione Tortura del Consiglio di Europa; Elton Kalica, ricercatore Università di Padova; Ristretti Orizzonti di Padova.

Ore 16,30 dibattito;

Ore 17,30 interventi di: Caterina Calia, avvocatessa; Nicola Valentino, Edizioni Sensibili alle Foglie; tortura, ergastolo, pena di morte.

Aderiscono alla giornata: Associazione l’Altro Diritto; Associazione Antigone; Coordinamento fiorentino contro l’ergastolo; Commissione carcere camera penale di Firenze; Edizioni Sensibili alle foglie; Conferenza nazionale volontariato giustizia.                                                               

Si pregano tutti gli invitati di dare conferma della loro partecipazione per una questione logistica.

Con il contributo dell’otto per mille della Tavola Valdese.

 

Il pacchetto di Minniti su immigrazione e “sicurezza urbana”

di ·

Non ci sono ancora i testi dei due nuovi decreti legge su immigrazione e sicurezza urbana approvati dal Consiglio dei ministri. Potremo valutarne a pieno la portata solo quando potremo conoscerne gli ambiti di applicazione. Un fatto tuttavia è certo. Sul fronte della guerra ai poveri il governo si è dotato di nuove armi.

I CIE cambiano nome e diventano CPR, centri per il rimpatrio, ma la sostanza non cambia. Ce ne sarà uno per ogni regione. L’unica novità è che dovrebbero essere più piccoli e sorgere lontani dai centri urbani, “vicini agli hub di comunicazione”. Oggi quelli rimasti aperti dopo le rivolte sono solo quattro.
Minniti ha annunciato che i fondi per i rimpatri assistiti saranno raddoppiati.
Stretta anche per i profughi, cui viene negato il diritto al ricorso in caso di respingimento della domanda di asilo. In compenso i richiedenti asilo potranno riempire il tempo, in attesa della sentenza sul loro futuro, lavorando gratis, “in favore delle collettività locali”. Ogni comune, in accordo con la Prefettura locale, potrà richiederne l’impiego per attività di “pubblica utilità”. Le cooperative che gestiscono i profughi non garantiscono i loro diritti? Non gli insegnano la lingua, non offrono assistenza legale? Non importa! Grazie al nuovo governo i profughi saranno “messi al lavoro” volontariamente. Quanti si negheranno, nell’illusione che qualche mese di lavoro al verde pubblico o per le strade possa “fare curriculum” per le commissioni territoriali?
Appena respinta la domanda di asilo si perde ogni diritto all’accoglienza: così le strutture hanno più spazi per i nuovi arrivati. Minniti spinge nella clandestinità e getta in strada migliaia di persone e chiama tutto questo “sicurezza”.
Il daspo dei sindaci, il provvedimento adottato dal ministero dell’Interno, per garantire “il decoro urbano” ha caratteri più fumosi.
“Di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio – ha spiegato Minniti – le autorità possono proporre che chi li ha commessi non possa più frequentare quel determinato territorio”.
Secondo i giornali potrebbe scattare il daspo sull’intera città o per specifici luoghi o quartieri, “di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio”.
Quali regole? Certo non quelle del codice penale che hanno un proprio ambito di applicazione. Secondo la stampa nel mirino ci sarebbero accattoni, writer, prostitute, gente che bivacca. Poveri ed irregolari. Forse anche chi, nelle città, lotta con i poveri e gli irregolari che cercano di aprirsi spazi di vita. Questi decreti si basano, come diversi altri dispositivi già adottati, alla logica del diritto penale del nemico.
Il ministro vuole attuare le stesse politiche auspicate dalle destre xenofobe senza usare il loro linguaggio.

E dice: “non abbiamo bisogno di sindaci sceriffi o di un ministro dell’Interno sceriffo, abbiamo bisogno di cooperazione tra territorio e Stato”
Nella conferenza stampa di presentazione dei due decreti, ha esordito dichiarando che “la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico”.
La neolingua del ministro dell’Interno ha il sapore acre della burocrazia che trita le vite delle persone per il bene di tutti.
Ne abbiamo parlato con Eugenio Losco, avvocato milanese, che cura la difesa di migranti e compagni.

Ascolta la diretta: 2017-02-14-losco-daspo-e-profughi

da: http://radioblackout.org/2017/02/il-pacchetto-di-minniti-su-immigrazione-e-sicurezza-urbana/