PER LA PACE E I DIRITTI

 

Le realtà associative e di movimento che promuovono l’iniziativa “Pace e diritti” intendono mettere in evidenza l’intreccio delle varie tematiche su cui esse si impegnano quotidianamente con la questione centrale della pace.

Sono infatti fattori di guerra la ricchezza e il potere nelle mani di pochi, gli attacchi durissimi alla dignità del lavoro, lo sfruttamento illimitato delle risorse, il disprezzo della dignità umana e della democrazia (messa in crisi dal dominio ormai senza limiti del mercato e delle grandi potenze finanziarie), la crescita, in Europa e nel mondo, di regimi fondamentalisti e fascisti. Chi detiene il potere si appropria senza scrupoli di beni che appartengono all’umanità e mette in atto una scriteriata distruzione dell’ambiente globale. Dilagano guerre e azioni terroristiche, che si alimentano a vicenda attraverso una spirale perversa e che provocano morte e distruzione fra la popolazione civile, sostenute dalle immense risorse impiegate per la ricerca, la produzione ed il commercio di armi sempre più distruttive (mentre la follia degli ordigni nucleari costituisce una minaccia costante per l’intero pianeta).

Invece di superare le frontiere in nome di un unico comune destino, l’umanità rischia di naufragare, soffocata dai nazionalismi, dai settarismi, dal sessismo e dal razzismo.

 

Non possiamo stare a guardare.

Mobilitiamoci per una società democratica, che rispetti la dignità umana e del sistema dei viventi.

Firenze, la “citta’ aperta” del Social Forum, deve tornare a far sentire la sua voce, attraverso tutti/e coloro che lottano per la pace e i diritti.

Riteniamo che un’azione per la pace comporti, in un cammino coerentemente progressivo:

 

  • l’attuazione integrale della Costituzione ed il pieno rispetto dell’art.11 – “che ripudia la guerra” -,
  • la democratizzazione delle Nazioni Unite e la riaffermazione della universalità dei diritti umani,
  • lo scioglimento della NATO, strumento di aggressione e non di difesa, e lo smantellamento del complesso politico-militare-industriale ad essa connesso,
  • la riduzione delle spese militari e la riconversione dell’industria degli armamenti,
  • la cessazione immediata della vendita di armi a paesi in guerra o non rispettosi dei diritti umani,
  • il disarmo nucleare totale, secondo la recente proposta dell’assemblea dell’ONU,
  • la difesa e la valorizzazione dell’ambiente, lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabili, la dismissione delle centrali nucleari a livello europeo e mondiale, l’economia a rifiuti zero,
  • la prevenzione e la mitigazione degli effetti del mutamento climatico,
  • il sostegno a un agricoltura che rispetti la salute e l’ambiente,
  • l’uso razionale e democratico dell’acqua,
  • la solidarietà piena e attivamente operante alle lotte dei popoli resistenti (Curdi, Palestinesi, Saharawi).
  • il rispetto della dignità umana e del diritto internazionale in tema di immigrazione ed il pieno riconoscimento del diritto di asilo, così come indicato dall’art. 10 della Costituzione,
  • l’attuazione di corridoi umanitari subito per l’ingresso legale dei profughi/delle profughe sul suolo europeo e l’annullamento degli accordi indecenti con la Turchia e con la Libia,
  • la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione, all’evasione fiscale,
  • il rispetto della dignità del lavoro e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici,
  • la lotta alle discriminazioni di genere ed il contrasto alla violenza maschile sulle donne,
  • l’affermazione della scuola pubblica e laica, per la formazione di cittadini/e consapevoli, e dotati/e di spirito critico, e per la realizzazione di una società interculturale,
  • il netto contrasto ai trattati internazionali (TTIP, CETA) che avvantaggiano le multinazionali a danno dei diritti, dell’ambiente, della democrazia.

 

Recentemente, a contribuire allo sviluppo di un clima di intolleranza nel Paese, vi sono stati due decreti governativi, poi trasformati in legge, – i decreti Minniti-Orlando –, che restringono i diritti dei/delle richiedenti asilo ed aumentano i poteri dei sindaci al fine di respingere, in nome del cosiddetto “decoro urbano”, chi vive in condizioni di emarginazione, ed è attualmente in discussione in Parlamento una normativa, già approvata alla Camera, che accresce le possibilità di usare le armi per legittima difesa, dando così in diversi casi “licenza di uccidere”.

Si tratta di provvedimenti che contrastano con quanto sosteniamo in nome della convivenza pacifica e civile. Riteniamo che debbano essere ritirati (e non approvati definitivamente nel caso di quello riguardante l’uso delle armi) e che debba essere invece, in tempi brevi, approvata la legge sulla cittadinanza basata sullo “jus soli” e sostituita, finalmente, la normativa sull’immigrazione denominata Bossi-Fini, che già tanti danni ha provocato.

 

La manifestazione “Pace e diritti” vuole essere una tappa per la ricostruzione di un forte movimento pacifista, all’altezza, come partecipazione, di quello dei primi anni 2000 (la 2^ potenza mondiale, secondo la definizione del “New York Times”) e in grado, questa volta, di bloccare davvero la folle corsa verso il baratro intrapresa dalle potenze mondiali – primi fra tutti gli Stati Uniti di Trump -. Con l’auspicio che, come segno di tale rinascita, “fioriscano” di nuovo sui balconi della nostra città, e non solo, le bandiere “arcobaleno”, espressioni della volontà popolare di PACE!

 

IL CASO DI S.

IL CASO DI S.
«Ancora una volta assistiamo alla totale follia della normativa italiana e comunitaria per la gestione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti»

un report di Luca Cumbo

S. nasce nelle campagne del sud del Marocco nel 1990. Arriva minorenne a Palermo, con due fratelli più piccoli, per ricongiungersi al padre, venditore ambulante da vent’anni in Sicilia e del quale oggi non si hanno più notizie.

Dopo un periodo di convivenza estremamente problematica col padre, S. si trasferisce prima da amici e poi in un centro d’accoglienza palermitano, mentre i due fratellini venivano affidati a due comunità dal Tribunale dei minori di Palermo.

Dal 2010 collabora volontariamente con il Centro Astalli di Palermo come operatore e come mediatore culturale, mettendosi generosamente a disposizione degli altri migranti.

Nel 2011 S. trova lavoro in un’impresa edile, quest’esperienza si rivela pesante: con il miraggio di un’assunzione, viene sfruttato e mal pagato per un lavoro duro, talvolta pericoloso e in nero.

Nel frattempo S. consegue la licenza media con ottimi voti e si iscrive con grande motivazione alla scuola superiore dove si diploma nel 2016, dopo cinque anni di impegno, non solo per le difficoltà linguistiche e per gli orari scolastici serali ma anche perché già dall’autunno 2011 si manifestano i primi sintomi della sua patologia psichiatrica, una psicosi paranoidea, che il ragazzo fatica ad accettare. Da questo momento in poi sarà seguito presso i servizi di salute mentale di Palermo.

Gli anni del liceo sono intervallati da ricoveri volontari; pur con qualche con difficoltà S. segue la propria terapia.

Nel 2014 il ragazzo subisce un travagliato TSO: egli stesso, convinto di essere vittima di persecuzione e minacce, chiama impaurito la polizia. Gli agenti lo trovano in stato di agitazione e reputano opportuno un intervento sanitario coatto. Durante quel T.S.O, avvenuto in maniera spropositatamente violenta – viene contenuto fisicamente dagli agenti e dagli infermieri “ex manicomiali” – S. non capisce, si dimena, oppone resistenza e per questo viene denunciato.

Dopo un lungo periodo di degenza al reparto di psichiatria di un ospedale palermitano, nel quale S. rimane per i primi giorni legato alle caviglie e ai polsi, viene tentato un percorso riabilitativo presso una clinica privata: S. risponde bene al trattamento farmacologico e alla psicoterapia e, al momento delle dimissioni, mostra maggiore consapevolezza nei confronti del proprio disturbo.

Durante i mesi di ricovero, S. continua a studiare e ottiene permessi speciali di uscita per sostenere interrogazioni e compiti in classe. I professori premiano il suo impegno ammettendolo al quarto anno nonostante le assenze per motivi di salute.

Dopo le dimissioni dalla clinica, S. inizia ad essere seguito nuovamente dai servizi pubblici di salute mentale e trova posto in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita).

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la criminalizzazione della solidarietà

Ventimiglia e non solo, la criminalizzazione della solidarietà
LIVIO PEPINO- oggi su Il Manifesto

Ci sono fatti illuminanti su quello che sarà il nostro futuro se non si
contrastano prassi e culture che si stanno diffondendo in modo preoccupante.
Il primo fatto è accaduto a Ventimiglia, confine ligure con la Francia e,
per questo, luogo di «stazionamento» di molti migranti in attesa di varcare
il confine.
Ventimiglia e la zona dei «Balzi rossi» sono stati nell¹estate scorsa sotto
i riflettori per le proteste contro il blocco della frontiera francese poste
in essere da migranti, dapprima accampati sulla spiaggia e successivamente
ripiegati in città dove, peraltro, le strutture di accoglienza erano e sono
insufficienti. Così molti dormono in strada e vengono sfamati dalla Caritas
o da una mensa parrocchiale. Ma anche queste non bastano. Perciò ogni sera
volontari francesi provenienti dalla Val Roja distribuiscono a chi ne ha
bisogno panini, acqua e the.
Ma a Ventimiglia vige una ordinanza, emessa dal sindaco l¹11 agosto 2016,
che vieta la distribuzione di cibo ai migranti e così  incredibile ma vero
nei giorni scorsi tre volontari sono stati denunciati per il reato di
«inosservanza dei provvedimenti dell¹autorità» previsto all¹art. 650 del
codice penale.
All¹altro capo dell¹Italia, nel mare che divide la Sicilia dalle coste
africane e in acque internazionali, si muovono da qualche tempo alcune navi
di organizzazioni non governative che vigilano su eventuali naufragi e, nel
caso, soccorrono i naufraghi o recuperano i corpi di chi non ce l¹ha fatta.
Anche qui è accaduto che la Procura della Repubblica di Catania abbia aperto
una «indagine conoscitiva» sulle organizzazioni interessate sospettate di
favorire l¹immigrazione clandestina se non addirittura  come sostengono
alcuni commentatori  di agevolare gli scafisti.
Questa criminalizzazione della solidarietà che, paradossalmente (o forse
no), colpisce chi cerca di sopperire alle lacune delle istituzioni ha dei
riferimenti precisi. Essa, infatti, è ormai regola negli Stati Uniti, dove
il diritto penale sempre più persegue non solo i poveri ma anche chi vuole
esercitare il diritto (o il dovere morale) di aiutarli.
Il fenomeno è descritto in termini analitici, e con ampia esemplificazione,
in un recente e lucido libro di Elisabetta Grande (Guai ai poveri. La faccia
triste dell¹America, Edizioni Gruppo Abele, 2017) da cui si apprende, tra
l¹altro, che in molti Stati il divieto di camping penalmente sanzionato
colpisce non solo l¹homeless che vi fa ricorso, ma addirittura il
proprietario che consenta al senza tetto di dormire in tenda sul proprio
terreno per più di cinque giorni consecutivi, o che analogo divieto si
estende all¹autorizzazione a parcheggiare nel proprio spazio privato l¹auto
utilizzata da un homeless come abitazione.
Quanto alla somministrazione di cibo ai poveri, poi, si è assistito finanche
all¹arresto di un novantenne, fondatore di un¹organizzazione benefica,
colpevole di servire pasti caldi agli homeless su una spiaggia e, come lui,
di altri attivisti dalla Florida al Texas o alla richiesta di cifre
altissime, come tassa per l¹occupazione di suolo pubblico richiesta, in
California e in South Carolina, alle organizzazioni che distribuiscono cibo
nei parchi.
Il meccanismo della criminalizzazione è lo stesso adottato dal sindaco di
Ventimiglia: l¹adozione di ordinanze contenenti proibizioni dettate da
motivazioni per lo più speciose, come quella di garantire la sicurezza dei
consociati, messa in pericolo dall¹assembramento dei bisognosi che si recano
a mangiare, o addirittura quella di proteggere la sicurezza alimentare o la
dignità degli homeless, che meriterebbero un cibo controllato e un luogo
coperto in cui consumare il pasto (tacendo che cibi e luoghi siffatti in
realtà non esistono).
La cosa più inquietante è che quelle ordinanze, comparse la prima volta alla
fine degli anni Novanta, hanno visto di recente una notevole
intensificazione, con un aumento del 47% nel solo periodo tra il 2010 e il
2014, parallelamente al crescere della povertà e del numero di soggetti
esclusi anche dai buoni alimentari assistenziali.
Ci fu, nella storia, un tempo (nell¹Alto Medioevo) in cui la povertà divenne
fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della Chiesa a
«proprietà dei poveri», destinata a chi non era in grado di mantenersi con
il proprio lavoro e non alienabile neppure dai vescovi.
Ma fu eccezione: quando il diritto si è occupato dei poveri lo ha fatto, per
lo più, in chiave di punizione e di difesa della società.
Ciò è stato messo in discussione, nel nostro Paese, dalla Costituzione
repubblicana, che pone a tutti un dovere di solidarietà e indica
l¹uguaglianza sociale come obiettivo delle istituzioni.
Sarebbe bene non dimenticarlo, anche da parte dei sindaci e dei procuratori
della Repubblica.

denunciato per aver dato da mangiare ai migranti

 

Ventimiglia, denunciato per aver dato da mangiare ai migranti

Il primo verbale di polizia dopo l’ordinanza del sindaco pd Enrico Ioculano che vieta di distribuire alimenti ai migranti.

24 marzo 2017

Il verbale di polizia Sul verbale della Polizia di Stato, commissariato di Ventimiglia, si legge: “Indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti”. È datato 20 marzo ed è il primo provvedimento di cui si ha notizia, in seguito all’ordinanza dell’11 agosto 2016, con la quale il sindaco della città di confine con la Francia, Enrico Ioculano (Pd), vieta la distribuzione di alimenti ai migranti.

I denunciati in realtà sarebbero stati tre, tutti di cittadinanza francese. «Siamo di fronte al capovolgimento di ogni logica. Utilizzare il diritto per colpire e punire episodi di solidarietà non può avere e trovare alcuna giustificazione», dice il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. Uno dei fermati si è rifiutato di firmare la denuncia perché nessuno era in grado di tradurre il documento e i contenuti in francese. Dura condanna anche da parte di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia: “Questa sanzione non è che l’ennesimo segnale dell’avvio, anche in Italia, di un allarmante processo di criminalizzazione della solidarietà. Iniziano a moltiplicarsi i provvedimenti amministrativi e giudiziari, in varie parti d’Italia, ma soprattutto in liguria, che rischiano di avere un effetto raggelante nei confronti di chi intende manifestare solidarietà nel modo più pratico e semplice possibile, con l’effetto paradossale di andare a colpire persone e associazioni che si assumono la responsabilità di colmare le gravi lacune lasciate dalle istituzioni”.
L’ordinanza del primo cittadino di Ventimiglia, Enrico Ioculano, era nata adducendo motivi di ordine igienico-sanitario. Lo stesso sindaco, in seguito, aveva spiegato che in molti volevano “farsi pubblicità” offrendo solidarietà di questo tipo ai migranti e quindi lo scopo del suo provvedimento era fermarne il “protagonismo”, dal momento che associazioni autorizzate svolgevano già il servizio di distribuzione di alimenti.

Ma “l’ordinanza è inattuale – commenta l’avvocato Alessandra Ballerini, che a Ventimiglia collabora con Caritas e Terres des Hommes – perché fa riferimento a ragioni igienico-sanitarie correlate alle ‘temperature medie della stagione estiva’ e si basa inoltre su una situazione diversa, ovvero quella di agosto, quando a Ventimiglia il centro predisposto dalla Prefettura e gestito dalla Croce Rossa Italiana era aperto a tutti, mentre oggi l’accesso è vincolato alla disponibilità, da parte dei migranti, di lasciarsi identificare e avviare la richiesta di asilo. L’articolo 2 della Costituzione italiana – aggiunge l’avvocato – impone il dovere della solidarietà, non capisco come si possa legittimamente vietare di dare cibo e acqua a chi si trova in condizioni di bisogno” .

Per questo, ogni giorno a Ventimiglia, nel tardo pomeriggio, dai paesi francesi della Val Roja, arriva un’automobile piena di panini, acqua e tè che vengono distribuiti a decine di migranti che vagano in attesa di provare a fare il grande salto verso la Francia: non facile, perché la frontiera di fatto è chiusa. Se gli arrivi sono costanti, il numero dei migranti che dormono in strada è aumentato nelle ultime settimane da quando, al Centro gestito dalla Croce Rossa al Parco Roja, è presente posto di polizia che identifica i migranti attraverso le impronte digitali e quindi li avvia al ricollocamento in altri centri in Italia.

Per questo, dal momento che chi è arrivato fino a Ventimiglia con l’intenzione di passare la frontiera con la Francia non ha alcuna intenzione di essere trasferito in altre parti d’Italia, da settimane molti migranti si tengono lontani dal campo governativo. Per mangiare, chi dorme in strada può ora rivolgersi solamente presso la Caritas e il campo totalmente autofinanziato “Ventimiglia Con-Fine Solidale” presso la Chiesa di Sant’Antonio. Ma non essendo possibile sfamare tutti, sono gli stessi volontari “autorizzati” a dichiarare che il servizio svolto ogni sera dai cittadini francesi, che distribuiscono un centinaio di pasti in strada, si rivela essenziale. Nel verbale di identificazione, consegnato al cittadino francese, si legge che “verrà segnalato in stato di libertà alle competenze dell’autorità giudiziaria in quanto indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti, art. 650 c.p. contravvenendo ad un’ordinanza del Sindaco di Ventimiglia”.

Torna attuale il commento del Vescovo di Ventimiglia Antonio Suetta, che

all’entrata in vigore dell’ordinanza che avrebbe impedito la distribuzione diretta da parte di volontari e attivisti di cibo a acqua ai migranti, aveva dichiarato: “L’accanimento su chi aiuta è una forma moderna di martirio, ma non bisogna aver paura e bisogna andare avanti: la storia dell’umanità è fatta di persone che , pagando sulla propria pelle, hanno sfidato delle leggi ingiuste, e se quelle persone non avessero fatto questi passi coraggiosi noi oggi non potremmo godere di certe libertà che hanno reso migliore la nostra società.” Contattato l’avvocato d’ufficio del foro di Imperia indicato nel verbale, riferisce di non aver ancora ricevuto la notifica dall’autorità

giudiziaria.”Sono tappe decisive del nostro paese verso la barbarie” commenta in serata il deputato di Sinistra Italiana Giovanni Paglia, che annuncia l’intenzione di depositare un’interrogazione al Ministro dell’Interno Minniti sull’ordinanza di Ventimiglia. “Multare chi dà da mangiare ai migranti è incredibile. Dalla guerra alla povertà alla guerra ai poveri.” aggiunge, sempre per Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

di PIETRO BARABINO

fonte: Repubblica.it

LIBERTA’ E GIUSTIZIA PER IL POPOLO CURDO

LIBERTA’ E GIUSTIZIA PER IL POPOLO CURDO

  

Venerdì 10 febbraio ore 16 – 19

PRESIDIO in piazza dei Ciompi

promosso dal Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra

Perché l’Unione Europea cancelli il PKK dalla lista delle organizzazioni terroriste

Per la liberazione di Ocalan

Per la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Turchia

Per il sostegno alla resistenza del popolo curdo e di tutti i democratici che si oppongono al terrorismo fondamentalista dell’ISIS e al fascismo del regime di Erdogan.

Milano, sabato 11 febbraio ore 14, Porta Venezia/Palestro

Corteo Nazionale per la libertà di Ocalan e per tutte le prigioniere e i prigionieri politici in Turchia

 

Ex Aiazzone, ancora in piazza

NO al business dell’accoglienza.

28 gennaio 2017

Oggi pomeriggio un migliaio di persone hanno sfilato in corteo per le strade di Firenze, gridando un forte no al business e alla speculazione delle politiche di accoglienza.

In testa al corteo gli occupanti di via Spaventa che hanno portato in piazza le ragioni per cui lottano da due settimane. Dopo l’incendio dell’ex Aiazzone occupato e la morte del loro compagno Alì Muse, la rabbia per le continue ingiustizie subite e la voglia di riscatto per una vita di oppressione hanno spinto i rifugiati a scendere in strada a più riprese e pretendere che il prefetto ed il comune si assumessero le proprie responsabilità. Abbiamo raccontato come hanno risposto le istituzioni: porte chiuse, cariche della polizia e le solite fumose promesse.

I ragazzi di ex Aiazzone hanno ricevuto la proposta di essere inseriti in strutture per l’emergenza freddo, ospitati per poco più di 2 mesi senza alcuna garanzia sul proprio futuro. Hanno detto no. Esattamente come ribadito nel corteo di oggi, hanno rifiutato una finta soluzione che non garantiva la casa a tutti e continuato a lottare uniti per avere una casa, per vedersi riconosciuti i diritti minimi.

Con molto coraggio hanno denunciato le mistificazioni dei giornali e dei politici che hanno tentato di dividerli, le condizioni di vita dei rifugiati occupanti, dovute alle leggi inique del governo PD e le speculazioni delle cooperative che gestiscono l’accoglienza dei rifugiati e di chi si ritrova senza casa.

Nell’attuale sistema di accoglienza i richiedenti asilo vengono ospitati per alcuni mesi dalle cooperative, che lucrano risparmiando su ogni servizio che dovrebbero fornire ed accelerano il processo di “ricambio”. Passato questo periodo, durante il quale non viene garantito nessun tipo di inserimento, le persone, una volta ottenuto il riconoscimento dell’asilo, vengono letteralmente abbandonate. Senza una casa, senza un lavoro e privati di ogni possibilità, continuamente sotto ricatto per i documenti sempre in scadenza.

Dal furgone i rifugiati hanno continuato a intervenire per parlare della propria condizione e per invitare tutti a supportarli nella nuova occupazione di via Spaventa. Hanno ribadito come la loro lotta sia la lotta di tutti coloro che pagano le conseguenze della crisi e si vedono calpestare i propri diritti in nome della ricchezza di pochi. “Non esistono razze, le uniche differenze sono tra chi sfrutta e chi è sfruttato”, ha affermato uno di loro.

Una battaglia che, anche nella manifestazione di oggi, ha unito l’istanza dei rifugiati con quella delle tante altre persone, migranti e italiane, che subiscono le politiche mafiose dell’accoglienza a fronte dei problemi sociali. A più riprese i manifestanti hanno ribadito che risolvere i problemi sociali, a partire dalla casa, sarebbe possibile se il PD, dal governo al Comune, smettesse di dire che “non ci sono i soldi” quando in questione ci sono le case popolari, i sussidi economici, la sanità, i servizi per i cittadini. Ci sono invece quando si tratta di salvare le banche, come i 20 miliardi per MPS, per foraggiare le cooperative, per costruire opere inutili. E in questo, al di là della propaganda, non c’è distinzione tra italiani e migranti, come è stato ricordato anche in merito alle popolazioni terremotate del centro Italia.

Proprio per questo oggi, insieme ai rifugiati, è scesa in strada la Firenze meticcia e solidale, i collettivi studenteschi e i movimenti di lotta per la casa venuti da tutta la Toscana, i sindacati di base e tante realtà territoriali che si battono ogni giorno per i diritti dei migranti e di chi subisce la crisi.

Lo slogan “Accoglienza mafia! Cooperative ladri!” ha dato il ritmo alla manifestazione, che ha attraversato il centro della città fino a Piazza della Signoria, sede del comune. Al microfono si sono susseguiti gli interventi dei molti presenti sulla questione dei rifugiati, ma anche più in generale sulla questione del diritto alla casa e delle politiche di sgombero che prefettura, regione e comune continuano a propagandare.

Il lungo serpentone umano è arrivato infine a piazza dei Ciompi, dove, prima di sciogliersi ha espresso un saluto caloroso ad Alì Muse ed ha rilanciato la lotta per i documenti, per le case, in difesa dei diritti e della dignità.

IL CARCERE COME LUOGO DI ESCLUSIONE E DI ANNULLAMENTO DELLA PERSONA:

 

 UNA CONVERSAZIONE CON CARMELO MUSUMECI*

Written by Roberto Fantini

Fin dall’inizio della mia carcerazione (un quarto di secolo fa), ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce e sto continuando a farlo anche in regime di semilibertà. Carmelo Musumeci

Tutti i grandi saggi e maestri dell’umanità, dalle epoche più lontane ad oggi, sempre ci hanno spiegato e insegnato che non sarà mai possibile spegnere l’odio alimentando l’odio, mai estinguere la violenza praticando la violenza, mai estirpare la sofferenza generando sofferenza. Principio filosofico questo assai ben recepito dai Padri costituenti che, nell’affrontare la “questione giustizia”, previdero chiaramente il carattere rieducativo delle pene. Il che dovrebbe comportare, nella realtà, che ogni sistema punitivo venga essere pensato, progettato, diretto ed attuato al fine di favorire al massimo un processo positivo di sviluppo della persona del reo, nella prospettiva di innescare un percorso maieutico volto a far emergere le sue migliori potenzialità, contenendo, arginando, eliminando progressivamente, altresì, tutte quelle inclinazioni di tipo distruttivo che lo hanno precedentemente condotto ad arrecare danni alla collettività. Tutto ciò, purtroppo, è ancora troppo spesso qualcosa di chimerico. Ancora oggi, le pene che si abbattono sul condannato sono pene che offendono, che feriscono, che seminano dolore e umiliazione, che gettano nella disperazione.Di questo abbiamo avuto la possibilità di parlare con una persona straordinaria che, nonostante le durezze di una lunga vita imprigionata, ha saputo trovare la via per compiere un bellissimo cammino di maturazione interiore.

Carmelo, tu, durante la tua lunga esperienza carceraria, hai saputo attuare un ammirevole percorso di autoformazione.

In un tuo recente articolo, però, dici che la cosa che più detesti è quando ti viene rivolta la seguente domanda: “Ma, allora, il carcere ti ha fatto bene?” Ci spieghi perché?

Quando mi fanno questa domanda sembra sottointeso che sono migliorato grazie al carcere, invece penso che sono riuscito a crescere interiormente nonostante il carcere, perché questo è un luogo oscuro ai più, dove il concetto di espiazione diventa un concetto di dominio, di sopraffazione, per farti diventare più cattivo e più criminale. Diciamoci la verità, a molti politici non interessa assolutamente sconfiggere certi fenomeni criminali e devianti, hanno interesse che il carcere continui a essere solo una discarica sociale, per acquisire consensi sociali e voti elettorali.

Ritengo che la tua notevole esperienza personale possa costituire una fonte preziosa di opportunità per ragionare con maggiore consapevolezza sulla complessità della natura umana, sui suoi limiti, ma anche sulle sue infinite risorse. Non credi?

Sono d’accordo anche perché, in particolar modo per i giovani, può essere utile conoscere il male, per evitarlo. E raccontare la mia esperienza negativa può essere da deterrente a molti ragazzi a rischio di devianza. Per alcuni anni ho fatto parte di un’ iniziativa che portava intere scolaresche in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Le modalità erano semplici: venivano intere classi di scuola superiore (a volte più di una classe) e ascoltavano tre storie di detenuti, partendo dalla loro situazione familiare, sociale e ambientale, di dove uno era nato e dove era maturato il reato. Credo che non sia facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita con onestà e obiettività, ma penso anche che sia un modo terapeutico per prendere le distanze dal proprio passato e riconciliarsi con se stessi. Penso che parlare a dei ragazzi, aiuti a formarsi una coscienza di sé e del significato del male fatto agli altri. E guardare gli sguardi e gli occhi innocenti dei ragazzi aiuta molto ciascuno di noi a capire quali siano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza dei nostri reati, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla. Penso che non sia neppure facile per i ragazzi ascoltare dal vivo le nostre brutte storie, anziché sentirle solo alla televisione o leggerle sommariamente nei giornali. Credo che, in questo modo, percepiscano meglio che molte volte dietro certi reati non ci sono dei mostri, ma ci sono semplicemente delle persone umane che hanno sbagliato. Poi dalle nostre risposte alle loro domande scoprono anche che il carcere rappresenta spesso un inutile strumento d’ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona, dove nella maggioranza dei casi si vive una vita non degna di essere vissuta.

Sicuramente, i problemi da risolvere nel nostro universo carcerario sono molteplici e assai complessi. A tuo avviso, cosa andrebbe modificato in maniera assolutamente prioritaria e ineludibile? Le strutture? La formazione del personale penitenziario? Il sistema legislativo? Le strategie politiche?

Tutte queste cose insieme e molto ancora di più. Penso pure che il carcere che funziona sia quello che non costruiranno mai. Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso questi “altri” sono peggiori di te e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità e orgoglio. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo.

Ti sembra che, nonostante i tanti gravi problemi irrisolti, in questi ultimi anni sia stato possibile registrare qualche segnale di progresso di una certa importanza?

Qualche segnale c’è stato, ma ancora troppo poco per salvare qualche vita umana ed ho notato che nell’anno appena passato i suicidi in carcere sono stati ancora molti.

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*Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, è attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Perugia. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara, in regime di 41 bis, riprende gli studi da autodidatta, terminando le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo Vivere l’ergastolo. Nel maggio 2011 si è laureato presso l’Università di Perugia, al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Il 16 giugno 2016 si è laureato in Filosofia, presso l’Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi Biografie devianti. Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora condivide il progetto Oltre le sbarre, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Da anni promuove una campagna contro il “fine pena mai”, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivere a Carmelo Musumeci può farlo al seguente indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Per conoscere la ricchezza delle sue numerose pubblicazioni: 

www.carmelomusumeci.com

www.flipnews.org/component/k2/il-carcere-come-luogo-di-esclusione-e-di-annullamento-della-persona-una-conversazione-con-carmelo-musumeci.html

immagine da web

Assemblea pubblica in via Spaventa: “Chiediamo una vita normale”

 

 

 

 

 

 

 

Chiediamo una vita normale”

Firenze – Che l’occupazione dei somali in via Spaventa sia qualcosa di diverso, nella sostanza e nella forma, ma soprattutto nel senso che sta coinvolgendo ciò che potremmo chiamare la “coscienza collettiva” della città, lo si avverte subito, dal primo affacciarsi nell’ampia sala, gremita, dell’edificio di proprietà della Compagnia di Gesù dove circa un centinaio (si parla di novanta persone) hanno trovato rifugio: all’assemblea pubblica convocata per questa sera martedì 24 gennaio, sono presenti infatti anche un gruppetto di residenti. Lo si avverte dalla domanda che una signora dai capelli candidi pone ai ragazzi rifugiati, ma anche a qualche appartenente al Movimento di Lotta per la Casa che “presta” il proprio aiuto al gruppo: “Perché non dite che le soluzioni proposte a queste persone è a termine?”. La richiesta infatti che sale è: informazioni, precise, sulle vite, il passato, i perché di questa gente, perché dopo aver ottenuto lo status di rifugiato politico ci si trovi ancora in una situazione precaria, di lavoro, casa e vita. Insomma, perché dopo quasi quindici anni di presenza sul territorio e per molti anche varie esperienze di lavoro, periodicamente il “loro” problema riemerga, con sempre più urgenza e gravità.

Occupazione “diversa”, si diceva. Diversa anche perché per porre un’altra volta, l’ennesima, il loro problema alle istituzioni, è stata scelta una sede particolare: lo stabile è infatti di proprietà (almeno fino ad aprile, dal momento che si sta concludendo una compravendita con un ‘Università cinese) della Compagnia di Gesù. E fra i ragazzi, le persone c’è anche padre Ennio Brovedani, che farà un breve, ma significativo intervento. Diversa anche per un’altra ragione: i somali infatti lo dicono apertamente, “questa non è solo un’occupazione per noi”, vale a dire che intende porre un problema preciso e chiede una risposta precisa. Sul tavolo infatti non stanno solo le vite di circa novanta persone, ma in discussione ètutto un sistema di accoglienza che non solo fa acqua da tutte le parti ma si rivela, fatti alla mano, inadeguato per dare la possibilità di condurre “una vita normale”. Che è poi la richiesta fondamentale e imprescindibile della gente che ha ricevuto asilo politico.

Non solo. Sotto il fuoco dell’analisi, anche la virata “privata” che ha subito l’accoglienza nel nostro paese. Un sistema di affidamenti a cooperative, ad esempio, che danno e hanno dato il via a un “business” tragico sulla pelle di chi viene accolto. Progetti di breve respiro, che quando vengono (e non sempre vengono) messi in atto riescono a malapena ad assicurare un periodo di tranquillità, di vita “normale” per poi lasciare nuovamente cadere i destinatari in un inferno di provvisorietà da cui è sempre più difficile uscire, col passare degli anni. Soldi ce ne sono, tanti, ma spesso non giungono ai rifugiati.

Un’occupazione tanto diversa da far respingere la mittente le accuse di ”strumentalizzazione” piombate sul Movimento di Lotta per la casa, come precisa Lorenzo Bargellini: è impossibile infatti strumentalizzare chi sa già cosa vuole, chi ha dentro di se’ la precisa e serena consapevolezza che spinge Mohamed, il primo giovane uomo il cui intervento apre l’assemblea, a dichiarare: Mi sento italiano, vorrei che mi fosse permesso sentirmi italiano”.

E sono molti, i motivi per cui la consapevolezza che questo è il Paese di cui vorrebbero sentirsi parte è stata messa a dura prova, in questi lunghi anni. Ad esempio, il problema della casa: spesso viene attribuito un alloggio solo per il tempo del “progetto”: tre mesi, sei mesi, quanto dura, insomma. Tutto ciò condiziona il lavoro: “Se mi attribuiscono una casa in un luogo, da cui è impossibile raggiungere il lavoro, cosa faccio? Se viceversa non ho la casa, come faccio ad andare al lavoro? “. Domande senza risposta, domande quotidiane per tutti, domande che si trascinano da anni. Molti lavorano, nonostante magari la loro vita si trascini (fra un progetto e l’altro) in occupazioni, perché, e questo è un dato oggettivo, da qualche parte, sotto qualche tetto bisognerà pur appoggiare il capo, la sera. E’ la condizione, dice Mohammed, di Alì Muse, l’uomo che è morto nell’incendio della struttura dell’ex-Aiazzone a Sesto: era tornato dal lavoro, ha trovato l’incendio. Dentro quel rogo, bruciavano i documenti per il ricongiungimento con la moglie e i figli, che aspettavano in Kenia. Documenti per ottenere i quali aveva fatto una trafila di due anni. Alla prospettiva di ricominciare tutto da capo, ha deciso di rischiare, e purtroppo ha perso la scommessa con la morte.

Lo racconta Mohamed, come racconta tutta la disperazione del continuo anda e rianda fra un aiuto e l’altro, e poi di nuovo ricominciare da capo. E’ questa sofferenza, quella che tutti portano dentro, un dolore che si rinnova tutte le volte che si pensa di aver raggiunto finalmente il traguardo: una vita normale. 

Poi, ci sono le polemiche, le immagini sui media: Non dite che facciamo i furbi – dice Mohamed – i furbi non vivono in una struttura senza riscaldamento, senza acqua calda, con la luce che va e viene”. Furbi ben poveri, ma che non vogliono, dopo anni di sgomberi, “progetti” e promesse, ricadere nella solita logica dell’aiuto per qualche mese e poi la prospettiva di ricominciare tutto da capo. E’ questo, in buona sostanza, ciò che li spinge a rifiutare le proposte avanzate finora: non la “pretesa” di essere “sistemati” tutti insieme, punto, come spiega anche Bargellini, “avanzato subito dopo la tragedia di Sesto per tentare un’accelerazione della soluzione”, ma che la “sistemazione” ci sia per tutti, questo sì. E che sia finalmente quella buona, che conceda un minimo di stabilità a questi rifugiati, per dar loro la possibilità di ricominciare la loro vita. Perché sopravvivere non basta.

Si fa silenzio, parla padre Brovedani. E parla sì di legalità, da rispettare sempre e comunque, ma che non deve essere tale da prevalere sul cuore. Mi vergogno della sofferenza in cui siete – dice e il silenzio si fa quasi liquido – ma ascoltare la sofferenza insegna. Bisogna aprire il cuore e la testa”. Chiede il dialogo, bisogna parlarsi guardandosi negli occhi”, dice. Chiede anche rispetto per il luogo in cui si trovano e dice: Grazie per la vostra lealtà”. Non mancherà l’aiuto e l’ascolto, da parte dei soldati di Gesù. Poche parole, ma che sono come un abbraccio. Intanto, ricorda qualcuno, quello di questa sera, martedì 24 gennaio, è anche un primo passo in preparazione dell’appuntamento di sabato 28 gennaio, in cui si terrà una manifestazione cittadina sulle tematiche dell’accoglienza e dell’abitare.

Stefania Valbonesi – STAMP Toscana

Vogliamo una casa e una vita dignitosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’incendio dell’ Ex-Aiazzone e la morte di Alì hanno messo in luce le reali condizioni di vita dei migranti in Italia ed il fallimento di un intero modello di accoglienza, anche del tanto millantato modello Toscano. Un vero e proprio “sistema” con cui ingenti risorse pubbliche vengono dirottate nelle tasche delle solite cooperative senza dare alcun tipo di soluzione ai migranti.

Durante questi giorni di proteste, gli ex abitanti di Aiazzone, hanno preteso risposte e soluzioni differenti da quelle indegne proposte dalle istituzioni, dal Comune alla Città metropolitana passando dal Prefetto e la Regione Toscana. Più volte sono stati caricati sotto il palazzo della prefettura, mentre chiedevano di partecipare al tavolo che avrebbe deciso delle loro vite. La sordità delle istituzioni ha portato il Cosp di sabato, riunito a porte chiuse e blindato dalla polizia, a riproporre le stesso ed identico modello di accoglienza – temporanea ed indegna – che ha prodotto la tragedia dell’ex-Aiazzone. Soluzioni come quelle relative all’ “emergenza freddo” rifiutate in blocco dei rifugiati perché destinate a farli sprofondare nelle medesima situazione attuale tra poche settimane, dopo essere stati utilizzati per l’ennesima volta come vero e proprio strumento di business per le cooperative che gestiscono queste strutture.
La protesta dei rifugiati somali si è scagliata contro quello stesso modello di “welfare privato” che il PD propone come unica risposta sociale all’emergenza abitativa. E’ un intero “sistema”, infatti, che deve essere messo denunciato e contrastato affinché venga messo definitivamente in discussione.

Martedì 24 gennaio alle 18.00 si terrà un assemblea pubblica allo stabile di via Spaventa occupato dai rifugiati somali, una tappa da condividere verso la costruzione di una

GRANDE MANIFESTAZIONE da tenere sabato 28 gennaio che rimetta al centro il diritto per tutti ad UNA CASA E UNA VITA DIGNITOSA.