Gaza: plastica di riciclo contro armi vietate

 06.04.2018 – Gaza Patrizia Cecconi

Sono le 11,30 in Palestina e tra due ore nella Striscia di Gaza forse si cominceranno a contare morti e feriti tra uomini donne vecchi e bambini che parteciperanno pacificamente alla “grande marcia del ritorno” partita venerdì scorso per “la giornata della terra” e che si concluderà il 15 maggio per la commemorazione della Naqba, ovvero la cacciata dei palestinesi dalle loro terre il 15 maggio del 1948.

Il massacro di venerdì scorso era stato annunciato da Israele senza che nessuna organizzazione internazionale si ponesse legalmente come ostacolo al crimine e al criminale. Quindi Israele, potendo contare “oggettivamente” sul silenzio-assenso dell’ONU e sull’assenso diretto degli Usa e di altri suoi sostenitori, ha raddoppiato e per oggi ha minacciato un’ancor più dura risposta ad una marcia pacifica che chiede soltanto il rispetto delle Risoluzioni Onu che lo stesso Israele calpesta.

Questo Stato coccolato in Occidente nonostante tutto, questo Stato che possiede un altissimo numero di testate nucleari e che, ovviamente, non firma il trattato relativo alla loro messa al bando,  questo Stato il cui esercito usa regolarmente armi vietate, e lo fa anche per reprimere una marcia pacifica, ha minacciato, anzi il termine giusto è “ha garantito” di usare i suoi gas micidiali oltre ai proiettili farfalla ma l’ONU tace e la stampa servile acconsente. Anzi fa di peggio. Strumentalizza, dietro velina israeliana, anche il minimo aiuto che le autorità locali hanno deciso di dare alle famiglie dei martiri definendo questo sostegno a orfani e vedove come un incentivo al terrorismo. Per similitudine si potrebbe dire che il sostegno italiano alle vittime della mafia è un incentivo alla mafia! A volte ci si vergogna di pensare che nel nostro Paese, quello nato da una Resistenza eroica e dolorosa, possa albergare un servilismo come quello dei nostri media main stream  che scade addirittura nel ridicolo oltre che nel sostegno a forme di reale  terrorismo di Stato  come quello regolarmente attuato da Israele contro il popolo palestinese.

Questa marcia però, è bene ribadirlo, è nata dalla volontà popolare di una popolazione sotto assedio. Ha scavalcato le differenze politiche e solo per adesione strumentale alla vulgata israeliana i media seguitano a dire che è stata organizzata da Hamas. Hamas la sostiene così come tutte le organizzazioni politiche, sociali, religiose (compresi i cristiani) e laiche la sostengono. Proprio perché è un’istanza di popolo.

Ma i palestinesi non hanno voci, se non quelle della poca stampa indipendente e quelle dei social per far conoscere la verità. Non hanno neanche strumenti, ma hanno ingegno e così vediamo che oggi hanno raccolto migliaia di vecchi pneumatici per coprirsi con una cortina di fumo dai proiettili-farfalla, micidiali e vietati, che i cecchini gli spareranno contro. “La marcia si farà lo stesso e sarà pacifica e con noi ci saranno i nostri bambini”. Questo hanno detto. Ma come proteggere i bambini dall’inalazione dei micidiali gas israeliani? A Gaza le costose maschere antigas di cui può disporre Israele non ci sono se non in numero ridottissimo e allora ecco che la creatività gazauna usa il riciclo creativo. La settimana scorsa abbiamo visto bambini protetti dall’inalazione dei gas con mascherine sanitarie in cui era inserita una cipolla. Oggi invece, con vecchie bottiglie di plastica, come mostrato nella foto sono state realizzare maschere protettive per i bambini che passeggeranno insieme ai loro genitori e ai loro amici a 700 metri dal border per provare a dire al mondo che la libertà è un bene irrinunciabile. Anche a costo della vita. La stessa che i gazawi amano come poche altre comunità al mondo.

Gaza 6 aprile 2018

 

BOICOTTA IL TURISMO IN TURCHIA!

BOICOTTA IL TURISMO IN TURCHIA!

Perché potresti pensare di visitare la Turchia La Turchia è nota per i suoi pacchetti vacanza poco costosi e per il clima piacevole, le spiagge e i siti storici che risalgono a millenni fa. Perché dovresti evitare di visitare la Turchia La Turchia è diventata sempre più dispotica, con il consolidamento, da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, del proprio potere a seguito di un referendum dalla dubbia legittimità riguardo i poteri presidenziali tenuto nel 2017.

Erdogan ha epurato i ranghi del governo, della magistratura e delle forze armate del paese e la Turchia è diventata la nazione numero uno al mondo per giornalisti imprigionati. Il regime autoritario di Erdogan strumentalizza l’Islam per i propri interessi e ha posto una pressione enorme sulle donne e sulle minoranze etniche e religiose come Aleviti e Yezidi, così come sono la normalità l’antisemitismo e la retorica anticristiana.

I visitatori stranieri potrebbero non sentirsi accolti a braccia aperte, o almeno vedranno istantaneamente un cambiamento di atteggiamento, allorquando dovessero contestare le azioni di Erdogan e della Turchia – agire in tal senso può significare rischiare l’arresto e l’espulsione o anche la detenzione.

Se non vuoi trascorrere il tuo periodo di vacanza insieme a uno dei più malfamati gruppi jihadisti del mondo, dovresti evitare la Turchia La Turchia adesso è un centro di coordinamento per i gruppi jihadisti islamici radicali del Medio Oriente. Per anni, la Turchia ha agito da corridoio principale per combattenti stranieri e rifornimenti diretti allo Stato Islamico (ISIS) e a molti altri gruppi jihadisti in Siria e Iraq.

La Turchia ospita diversi gruppi jihadisti entro i propri confini e questi gruppi mantengono una presenza in diverse città in tutta la Turchia. Le forze armate turche stanno lavorando apertamente e in maniera diretta con vari gruppi jihadisti in Siria per combattere le Forze Democratiche Siriane (SDF), un alleato-chiave locale della Coalizione Globale contro l’ISIS. I tuoi soldi da turista saranno usati per finanziare gli sforzi per terrorizzare i più attivi avversari dell’ISIS La Turchia ha rinnovato la propria campagna militare e politica di negazione e oppressione contro i curdi.

Oltre ad aver imprigionato migliaia di giornalisti, sindaci, capi di partito, insegnanti, artisti e attivisti per i diritti delle donne curdi, la Turchia ha scatenato tutta la potenza del suo apparato militare contro le aree a maggioranza curda, tra cui Nusaybin, Cizre e Sur, storico distretto di Diyarbakir, senza mostrare alcun riguardo nei confronti delle vite dei civili. Secondo l’ONU, è possibile che siano stati sfollati più di 1 milione di civili nella guerra sanguinaria dello stato contro i curdi in Turchia. Oltre a colpire i curdi all’interno della Turchia, l’esercito turco attacca regolarmente le aree curde in Iraq e Siria – cercando di distruggere quello stesso popolo che è l’avversario più fiero dell’ISIS, che ha resistito coraggiosamente e sconfitto l’ISIS per anni.

La resistenza del popolo curdo ha indebolito significativamente l’ISIS, il quale minaccia il Medio Oriente e l’Europa, con grande delusione da parte della Turchia. Bilancio militare per il 2018 aumentato del 41% Il governo dell’AKP ha approvato un aumento del 41% del bilancio militare nel corso di un periodo di solo un anno, fissando il budget per la difesa e la sicurezza per il 2018 in 92,7 miliardi di lire turche.

Questo bilancio rappresenta chiaramente il desiderio di perpetuare i conflitti esistenti e iniziarne di nuovi nel corso del prossimo anno. Erdogan ha bisogno di più denaro per la sua guerra È ovvio che le entrate turistiche sono necessarie come componente principale dei finanziamenti per l’aumento delle spese militari e paramilitari (p. es. ISIS, al Qaeda e altri gruppi jihadisti). Il turismo è una delle più grandi fonti di entrate per la Turchia, che attualmente si colloca al sesto posto delle mete turistiche mondiali, attirando più di 30 milioni di turisti ogni anno. Lo scorso anno, le entrate turistiche della Turchia sono state stimate in oltre 25 miliardi di dollari e, nei piani di Erdogan, si prevede che aumentino a 86 miliardi. Il denaro speso per le vacanze in Turchia sarà inserito nel budget militare, trasformato in missili, gas lacrimogeno, carri armati e cecchini.

Il tuo denaro da turista non sarà usato per costruire una Turchia migliore, sarà impiegato per finanziare la macchina da guerra turca e aiutare gli alleati jihadisti della Turchia – sarà usato per alimentare le fiamme della guerra nel Medio Oriente e rendere la crisi dei rifugiati ancora peggiore. La Turchia sta conducendo aggressivamente una campagna militare per destabilizzare la Siria e rafforzare i gruppi jihadisti le cui mire non sono limitate al Medio Oriente.

I recenti attacchi della Turchia e l’invasione contro Afrin, cantone della Federazione Democratica della Siria Settentrionale, parte dello stato sovrano della Siria, sono un’aggressione che viola il diritto internazionale. Il denaro che hai guadagnato con fatica non dovrebbe contribuire alla strategia di Erdogan di pulizia etnica contro bambine e bambini, donne e uomini! Non passare le tue vacanze in Turchia!

L’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e villaggi del Rojava

Giriamo un comunicato diffuso dall'Associazionismo Curdo

Annuncio urgente

L’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e villaggi del Rojava

Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan).

Secondo le ultime informazioni, 26 aerei da guerra turchi hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. Il bombardamento è ancora in corso.  Si è saputo che prima dell’operazione aerea, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione.

Molti civili curdi e combattenti curdi sono stati uccisi o sono rimasti feriti

La scorsa notte aerei da guerra turchi hanno bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik.  In relazione all’attacco, il comandante generale delle YPG ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha fatto appello alla popolazione del Rojava perché insorga per difendersi. La dichiarazione delle YPG recita; “Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.”

“Noi come Unità di Difesa del Popolo” continua la dichiarazione “ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”

Il Terrorismo di Stato turco e le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio.

Il co-presidente del PYD ha affermato che attacchi aerei del genere vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS. Per questo, ha proseguito, le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione. Ha anche aggiunto; “Loro [gli aerei da guerra turchi] attaccano una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”

La Turchia vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa

L’Assemblea Siriana Democratica (MSD) in una dichiarazione ha affermato che un attacco del genere servirà solo a rafforzare la loro determinazione contro il terrorismo.

La dichiarazione della MSD recita come segue: Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.

LIBERTA’ E GIUSTIZIA PER IL POPOLO CURDO

LIBERTA’ E GIUSTIZIA PER IL POPOLO CURDO

  

Venerdì 10 febbraio ore 16 – 19

PRESIDIO in piazza dei Ciompi

promosso dal Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra

Perché l’Unione Europea cancelli il PKK dalla lista delle organizzazioni terroriste

Per la liberazione di Ocalan

Per la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Turchia

Per il sostegno alla resistenza del popolo curdo e di tutti i democratici che si oppongono al terrorismo fondamentalista dell’ISIS e al fascismo del regime di Erdogan.

Milano, sabato 11 febbraio ore 14, Porta Venezia/Palestro

Corteo Nazionale per la libertà di Ocalan e per tutte le prigioniere e i prigionieri politici in Turchia

 

Turchia, 500mila curdi costretti a lasciare casa

Turchia, 500mila curdi costretti a lasciare casa

di Redazione Video / de.pi

Sfollamento forzato, punizione collettiva e pulizia etnica di Sur, centro storico della città di Diyarbakir

Decine di migliaia di abitanti di Sur, il centro storico della città di Diyarbakir -dichiarato patrimonio dell’umanità dell’Unesco-, fanno parte di una stima di circa 500.000 persone costrette a lasciare le loro abitazioni durante l’ultimo anno a causa della brutale repressione esercitata dalle Autorità turche. La denuncia è di Amnesty International. Questo sfollamento forzatopuò essere considerato una punizione collettiva.

Mentre il Governo di Ankara intensifica la soppressione delle voci dell’opposizione curda, il rapporto ‘Sfollati ed espropriati. Il diritto degli abitanti di Sur al rientro a casa‘ di Amnesty International rivela la disperazione e la sofferenza delle famiglie costrette a lasciare il centro storico di Diyarbakir -la principale città del sud-est turco, a maggioranza curda- a causa delle operazioni militari lanciate alla fine del 2015 e di mesi di coprifuoco 24 ore su 24. Le case di quello che una volta era un quartiere affollato sono state distrutte dai bombardamenti, demolite ed espropriate per far posto a un progetto di sviluppo di cui probabilmente beneficeranno ben pochi ex residenti.

«Un anno dopo l’imposizione del coprifuoco 24 ore al giorno, migliaia di abitanti di Sur restano lontani dalle loro case, lottando per arrivare alla fine della giornata e avendo di fronte a sé un destino incerto in un contesto sempre più repressivo», ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa di Amnesty International.
«Mentre la repressione contro la società civile nel sud-est della Turchia è ampiamente nota, si conosce assai poco dello sfollamento forzato che ha devastato la vita di persone comuni col pretesto della sicurezza», ha proseguito Dalhuisen.

Nel luglio 2015, dopo l’interruzione del cessate-il-fuoco, sono ripresi gli scontri tra gruppi armati legati al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e le forze di sicurezza turche. Dopo la proclamazione dell’autogoverno e la costruzione di barricate e trincee a Sur, come in altri centri del sud-est, le Autorità hanno imposto il coprifuoco 24 ore su 24 e hanno avviato operazioni di sicurezza col massiccio impiego dell’esercito.
L’11 dicembre 2015 è stato dichiarato un coprifuoco a tempo indeterminato 24 ore su 24 in sei dei 15 quartieri di Sur. Agli abitanti è stato vietato di lasciare le loro abitazioni anche per acquistare cibo e medicinali. La Polizia ha iniziato a girare per le strade con gli altoparlanti, ordinando agli abitanti di lasciare la zona. Le forniture di acqua e di elettricità sono state interrotte per lunghi periodi di tempo mentre le case venivano centrate dall’artiglieria e crivellate dai proiettili.
Una donna che ha tentato di resistere in casa ha raccontato ad Amnesty International: «Ero con i miei due bambini, non abbiamo avuto acqua per una settimana. Un giorno hanno lanciato in casa un candelotto di gas lacrimogeno. Non abbiamo avuto l’elettricità per 20 giorni. Volevo andare via ma non avevo alcun posto dove dirigermi».
Gli scontri sono terminati nel marzo 2016 ma il coprifuoco è rimasto in vigore in buona parte di Sur.

Dopo lo sfollamento forzato degli abitanti, le proprietà sono state espropriate dalle autorità turche e molti edifici sono stati demoliti. Sebbene il coprifuoco e le distruzioni lo rendessero praticamente impossibile, alcuni abitanti sono tornati a Sur per trovare le loro case sottosopra e le loro proprietà saccheggiate o distrutte.
«Non riesco neanche più a piangere. Tutte le lacrime le ho versate per la mia casa che non c’è più» – ha dichiarato ad Amnesty International un uomo che, rientrato a Sur dopo otto mesi, ha trovato le mura di casa sbriciolate.
Un altro uomo ha trovato tutti i suoi beni personali dati alle fiamme. La Polizia l’aveva costretto a lasciare l’abitazione, dove viveva col padre e col fratello: «Ci hanno puntato le pistole alla tempia», ha raccontato. Inizialmente i tre uomini erano stati accusati di reati di terrorismo, poi sono stati prosciolti.
Una donna è stata minacciata dalla Polizia al rientro a Sur, sei mesi dopo averla abbandonata, e ora non intende più tornare: «Abbiamo trovato tutte le nostre cose a pezzi e accatastate in un cortile». Alla sua famiglia è stato proposto un risarcimento equivalente a circa 800 euro per la perdita dei loro beni, una frazione rispetto al valore effettivo. «Volevamo fare ricorso ma ci hanno detto che non avremmo ottenuto di più, quindi abbiamo firmato».

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“per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”

VENERDI’ 28 OTTOBRE-  ATENEO LIBERTARIO BORGO PINTI 50 r FIRENZE

Ho sempre pensato che fosse necessario anche confrontarsi e trarre ispirazione anche da esperienze molto lontane da noi, per poter trovare soluzioni alle contraddizioni che viviamo quotidianamente. Secondo me è necessario comprendere e combinare tra loro diversi punti di vista per ottenere una comprensione generale e profonda, che a sua volta porti ad una pratica finalizzata ad un miglioramento reale della situazione in cui viviamo. È proprio per questo che penso che le vite e le esperienze di donne non molto lontane possano contribuire al dibattito riguardo come costruire il nostro futuro, ed è appunto per questo che le ho raccontate in un libro.

Viaggiando, quindi, si impara. E credo di avere imparato alcune cose (poche, ma pur sempre qualcosa), trascorrendo più di un anno e mezzo in Rojava.

Ho respirato una lotta contro il sistema che ci vuole schiave1, e che usa come primo strumento per farci schiave quello di metterci una contro l’altra, di farci l’una all’altra nemiche. Ho compreso come la migliore difesa contro di questo sia l’amore: è per questo che ho intitolato il libro che ho scritto “per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”. Uno degli scopi principali di questa lotta è ricomporre la società che il capitalismo vuole distruggere, fare in modo che gli esseri umani si incontrino, ed apprendere assieme come fare a risolvere problemi comuni in maniera collettiva: è per questo che esistono le komine, cellula di base del confederalismo democratico, e tutte le altre assemblee e luoghi di incontro.
Il contrario di capitalismo è società, perché il capitalismo distrugge la società e perché una rete sociale più forte degli interessi personali è antidoto al capitalismo. Nel momento in cui contribuiamo a costruire muri, a mettere distanze tra persone e gruppi, non siamo quindi altro che schiave del sistema.

Ho visto quanto sia importante non chiudere il proprio pensiero e le proprie azioni dentro a dogmi limitanti, come sia importante liberarsene per sperimentare strade nuove. Ho visto come i dogmi con cui cresciamo possono impedirci di comprendere tutto quello che non riusciamo ad incasellare nelle nostre griglie preconcette. Ho anche compreso quanto difficile sia liberarsi di queste letture cariche di pregiudizi che ci impediscono di librarci in aria, ho visto quanto dolore e rabbia possa portare questa lotta interiore per imparare a volare, e quanto splendido e grandioso sia poi il volo. Ho osservato le rotture che può portare rinnegare sé stesse, e in questo senso deve essere chiaro che rompere con i dogmi non significa rinnegare la propria storia: chi rinnega sé stessa e la propria identità non è in grado di volare.

Soprattutto, in Rojava, ho visto che è possibile creare qualche cosa di diverso. Che raccontano bugie quando vogliono farci credere che il mondo capitalista sia l’unica possibile soluzione ai bisogni della gente, o che lo Stato sia l’unica possibile forma di organizzazione. Ho visto che realmente la società può organizzarsi senza uno Stato, che si può dare a ciascuna secondo i suoi bisogni senza necessità dell’accumulazione di capitale. Ho capito che è una strada difficile da percorrere, che in ogni momento è necessario fare autocritica, e non pensare che tutto sia chiaro limpido e incontrovertibile: perché i tranelli sono moltissimi, e dobbiamo essere vigili per non cadere o forti per rialzarci. Ho visto però che una forma di organizzazione sociale diversa e più umana è possibile, è necessaria: sono convinta che sarà il nostro futuro.

Ho poi osservato l’importanza della bellezza. Parafrasando una vecchia frase, “se non c’è bellezza, non è la nostra rivoluzione”. La bellezza è necessaria quanto l’aria che respiriamo, perché la bellezza non è solo la meta, ma soprattutto la strada.

Ho quindi riportato un pezzo di quello che ho imparato in Rojava in questo libro, trascrivendo i racconti delle donne che descrivevano la propria vita. Verrà data voce alle donne del Rojava, sarano loro a raccontare, non io. Ho messo nero su bianco poi alcune delle domande che secondo me questo pezzo di mondo ci pone, senza pensare di aver trovato qui la Verità, ma una realtà da cui è necessario prendere spunti, perché ci pone domande critiche su quello che stiamo costruendo, ci obbliga a riflettere su cosa ci spinge in una certa direzione. Perché non siamo guardiane di braci, che cercano di fare in modo che non si spengano del tutto: siamo invece fuoco ardente, in grado di diffondersi e scaldare ed illuminare il presente ed il futuro.

Nel libro ci sono alcune donne che raccontano la loro storia, come vivevano prima della rivoluzione, come partecipano alla realizzazione di una società democratica, e quali cambiamenti ci sono stati nella loro vita. Queste storie sono intervallate da alcune brevi riflessioni, non volte a portare soluzioni quanto a porre quesiti: che domande pone a noi la rivoluzione del Rojava? Quasi certamente questo testo è incompleto, molto probabilmente si potrebbe fare di più, ma sicuramente è un inizio, un sasso nel lago. Senza pretese, un contributo al dibattito.

Non troverete questo libro nelle librerie, solo nelle presentazioni che verranno organizzate, o al massimo in qualche “banchetto” di compagne. Perché? Perché questo libro è uno strumento, un canale per poterci conoscere, un laccio per avvicinarci. Non serve leggerlo da sole chiuse nella corazza proprio isolamento. Incontriamoci, discutiamone, critichiamoci a vicenda. E facciamo fiorire nuove idee, senza dimenticare le vecchie o rinnegare la storia che ci ha portate ad essere quello che siamo.
Insieme.

 SILVIA

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

«La ditta Rwm Italia ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente». I dati sulle esportazioni degli armamenti made in Italy sono opachi ma dalla ministra della Difesa Pinotti arriva la conferma indiretta del nostro coinvolgimento nelle stragi dei civili

di Giorgio Beretta (*)

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82).

 

Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.

 

Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama).

 

La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».

 

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L’Italia è in guerra in Libia

L’Italia è in guerra in Libia

 Ippocrate, la chiamano così questa guerra definita “sanitaria-militare”. Ippocriti

 

Angelo Del Boca: «L’Italia è in guerra in Libia»

- Tommaso Di Francesco, 14.09.2016
Intervista. Lo storico italiano: «Il governo può chiamarlo
sanitario-militare ma è un intervento di soldati a terra. Ci infiliamo dentro la seconda guerra civile libica, in un imbuto rischioso e senza fine»
Abbiamo rivolto alcune domande sull’attuale crisi libica e sul ruolo dell’Italia ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italianio, esperto di Libia e di Africa e
autore tra l’altro di una biografia di Gheddafi.
Ieri alla camere, la ministra della difesa Pinotti e il ministro degli
esteri Gentiloni hanno presentato il piano del governo sulla Libia, subito operativo.

(D) Il Parlamento è ridotto ad ascoltatore, non decide nulla. E la portaerei Garibaldi con il suo carico è già partita.
Interverremo in Libia con una missione «sanitaria-militare» che si
chiama Ippocrate, con «60 sanitari tra medici e personale infermieristico» ma con «135 uomini a supporto logistico e 100 parà» della Folgore, più i droni e i cacciabombadieri
della base di Trapani, più la portaerei Garibaldi. Che ne pensi?
Direi che siamo in guerra e stavolta con i soldati sul terreno, non si tratta più solo di raid dall’alto dei cieli. E un intervento sanitario dovrebbe essere caratterizzato da
una presenza militare più che ridimensionata, assolutamente diversa e di supporto. Qui è proprio il contrario: i militari appaiono predominanti.

(R) In genere si comincia così, poi si aggiungono sempre altri soldati.
Che cosa è accaduto perché si arrivasse a questa decisione, in qualche
modo annunciata e che diventa operativa nel momento, ci pare, peggiore visto che in Libia
è sempre più caos e guerra civile?
È accaduto che la battaglia di Sirte non sta andando come si immaginava.
Da più di un mese la città è data, anche dai media, per caduta e nelle mani delle truppe fedeli a Tripoli, e invece le milizie dello Stato islamico non cedono.

Si è sottovalutato la struttura quasi blindata della città, costruita così da
Gheddafi come la nuova Tripoli ma turrita e di cemento.
Tra l’altro continuiamo a presentare le milizie di Misurata che combattono a Sirte come l «esercito libico», quando sono solo alleate del governo di Al Serraj, ora internazionalmente riconosciuto anche dall’Onu, un governo che non controlla nemmeno tutta la Tripolitania  e che si è insediato solo per chiedere l’intervento internazionale e perché vuole l’unità nazionale.
Probabilmente è il peggior momento anche per Serraj.

(D) Qual è la situazione sul terreno e quali schieramenti  si contrappongono?
Dall’inizio di agosto è cominciata una nuova fase della guerra. In appoggio a Serraj sono intervenuti anche gli Stati uniti con massicci bombardamenti aerei che, vista la
struttura della città di Sirte, a quanto pare non hanno sortito l’effetto definitivo, nonostante le tante perdite dell’Isis.

Misurata, dove arrivano centinaia di feriti, morti e  vittime dei combattimenti, è
sempre più in prima linea, non è solo una retrovia di  intelligence, vettovaglie, addestramento, ospedali.
È iniziata ora la fase concreta della spartizione della Libia. Perché
intanto, dall’altra parte, la Francia, che ha mire sulla Cirenaica e sul Fezzan collegato alle crisi africane di Mali, Ciad e Niger,

(R)Insieme all’Egitto di Al Sisi, tanto esaltato da Matteo Renzi, stanno  appoggiando anche militarmente il generale Khalifa Haftar, il leader militare del governo di Tobruk.
Che non riconosce quello di Tripoli e che rivendica il fatto che, un anno fa, era proprio
l’esecutivo della capitale della Cirenaica ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale che diffidava degli islamisti al potere a Tripoli.
Proprio in questi giorni il generale Haftar, mentre continua a bombardare Derna in mano alle milizie di Al Qaeda, è all’attacco e sta conquistando città e porti  petroliferi
libici decisivi per la continuazione della guerra e del controllo futuro della Libia. Come di ogni possibile trattativa diplomatica sul campo. Ecco perché inviare ora tanti soldati a copertura di una esigua missione sanitaria vuol dire partecipare alla seconda guerra civile libica, infilarci dentro un imbuto rischioso e senza fine.
Ma il governo italiano sostiene che l’invio dei nostri soldati è un «obbligo morale» perché non possiamo permettere che al di là delle sponde del Mediterraneo si
rafforzi lo Stato islamico
È un’affermazione perfino giustificabile. Se non ci fosse di mezzo il piccolo particolare davvero immorale: che l’Italia con i partner della Nato, in primis la Francia e
in seguito gli Stati uniti, sono  responsabili del disastro dello Stato libico. Qualcuno dovrà prima o poi ammettere ufficialmente il fallimento dell’intervento militare internazionale della Nato nel 2011 che abbatté Gheddafi garante
almeno dell’unità del Paese. E che, pochi  giorni prima di venire ucciso,
ammoniva che se fosse stato eliminato lui allora sarebbero arrivati i veri nemici integralisti dell’Occidente.
Siamo in guerra. Stavolta non la chiamano umanitaria ma sanitaria-militare, «Ippocrate», c’è una evoluzione. La chiamassero come vogliono, di fatto stiamo partecipando
della spartizione della Libia e delle sue preziose fonti petrolifere.

© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE
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