“per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”

VENERDI’ 28 OTTOBRE-  ATENEO LIBERTARIO BORGO PINTI 50 r FIRENZE

Ho sempre pensato che fosse necessario anche confrontarsi e trarre ispirazione anche da esperienze molto lontane da noi, per poter trovare soluzioni alle contraddizioni che viviamo quotidianamente. Secondo me è necessario comprendere e combinare tra loro diversi punti di vista per ottenere una comprensione generale e profonda, che a sua volta porti ad una pratica finalizzata ad un miglioramento reale della situazione in cui viviamo. È proprio per questo che penso che le vite e le esperienze di donne non molto lontane possano contribuire al dibattito riguardo come costruire il nostro futuro, ed è appunto per questo che le ho raccontate in un libro.

Viaggiando, quindi, si impara. E credo di avere imparato alcune cose (poche, ma pur sempre qualcosa), trascorrendo più di un anno e mezzo in Rojava.

Ho respirato una lotta contro il sistema che ci vuole schiave1, e che usa come primo strumento per farci schiave quello di metterci una contro l’altra, di farci l’una all’altra nemiche. Ho compreso come la migliore difesa contro di questo sia l’amore: è per questo che ho intitolato il libro che ho scritto “per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”. Uno degli scopi principali di questa lotta è ricomporre la società che il capitalismo vuole distruggere, fare in modo che gli esseri umani si incontrino, ed apprendere assieme come fare a risolvere problemi comuni in maniera collettiva: è per questo che esistono le komine, cellula di base del confederalismo democratico, e tutte le altre assemblee e luoghi di incontro.
Il contrario di capitalismo è società, perché il capitalismo distrugge la società e perché una rete sociale più forte degli interessi personali è antidoto al capitalismo. Nel momento in cui contribuiamo a costruire muri, a mettere distanze tra persone e gruppi, non siamo quindi altro che schiave del sistema.

Ho visto quanto sia importante non chiudere il proprio pensiero e le proprie azioni dentro a dogmi limitanti, come sia importante liberarsene per sperimentare strade nuove. Ho visto come i dogmi con cui cresciamo possono impedirci di comprendere tutto quello che non riusciamo ad incasellare nelle nostre griglie preconcette. Ho anche compreso quanto difficile sia liberarsi di queste letture cariche di pregiudizi che ci impediscono di librarci in aria, ho visto quanto dolore e rabbia possa portare questa lotta interiore per imparare a volare, e quanto splendido e grandioso sia poi il volo. Ho osservato le rotture che può portare rinnegare sé stesse, e in questo senso deve essere chiaro che rompere con i dogmi non significa rinnegare la propria storia: chi rinnega sé stessa e la propria identità non è in grado di volare.

Soprattutto, in Rojava, ho visto che è possibile creare qualche cosa di diverso. Che raccontano bugie quando vogliono farci credere che il mondo capitalista sia l’unica possibile soluzione ai bisogni della gente, o che lo Stato sia l’unica possibile forma di organizzazione. Ho visto che realmente la società può organizzarsi senza uno Stato, che si può dare a ciascuna secondo i suoi bisogni senza necessità dell’accumulazione di capitale. Ho capito che è una strada difficile da percorrere, che in ogni momento è necessario fare autocritica, e non pensare che tutto sia chiaro limpido e incontrovertibile: perché i tranelli sono moltissimi, e dobbiamo essere vigili per non cadere o forti per rialzarci. Ho visto però che una forma di organizzazione sociale diversa e più umana è possibile, è necessaria: sono convinta che sarà il nostro futuro.

Ho poi osservato l’importanza della bellezza. Parafrasando una vecchia frase, “se non c’è bellezza, non è la nostra rivoluzione”. La bellezza è necessaria quanto l’aria che respiriamo, perché la bellezza non è solo la meta, ma soprattutto la strada.

Ho quindi riportato un pezzo di quello che ho imparato in Rojava in questo libro, trascrivendo i racconti delle donne che descrivevano la propria vita. Verrà data voce alle donne del Rojava, sarano loro a raccontare, non io. Ho messo nero su bianco poi alcune delle domande che secondo me questo pezzo di mondo ci pone, senza pensare di aver trovato qui la Verità, ma una realtà da cui è necessario prendere spunti, perché ci pone domande critiche su quello che stiamo costruendo, ci obbliga a riflettere su cosa ci spinge in una certa direzione. Perché non siamo guardiane di braci, che cercano di fare in modo che non si spengano del tutto: siamo invece fuoco ardente, in grado di diffondersi e scaldare ed illuminare il presente ed il futuro.

Nel libro ci sono alcune donne che raccontano la loro storia, come vivevano prima della rivoluzione, come partecipano alla realizzazione di una società democratica, e quali cambiamenti ci sono stati nella loro vita. Queste storie sono intervallate da alcune brevi riflessioni, non volte a portare soluzioni quanto a porre quesiti: che domande pone a noi la rivoluzione del Rojava? Quasi certamente questo testo è incompleto, molto probabilmente si potrebbe fare di più, ma sicuramente è un inizio, un sasso nel lago. Senza pretese, un contributo al dibattito.

Non troverete questo libro nelle librerie, solo nelle presentazioni che verranno organizzate, o al massimo in qualche “banchetto” di compagne. Perché? Perché questo libro è uno strumento, un canale per poterci conoscere, un laccio per avvicinarci. Non serve leggerlo da sole chiuse nella corazza proprio isolamento. Incontriamoci, discutiamone, critichiamoci a vicenda. E facciamo fiorire nuove idee, senza dimenticare le vecchie o rinnegare la storia che ci ha portate ad essere quello che siamo.
Insieme.

 SILVIA

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

«La ditta Rwm Italia ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente». I dati sulle esportazioni degli armamenti made in Italy sono opachi ma dalla ministra della Difesa Pinotti arriva la conferma indiretta del nostro coinvolgimento nelle stragi dei civili

di Giorgio Beretta (*)

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82).

 

Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.

 

Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama).

 

La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».

 

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L’Italia è in guerra in Libia

L’Italia è in guerra in Libia

 Ippocrate, la chiamano così questa guerra definita “sanitaria-militare”. Ippocriti

 

Angelo Del Boca: «L’Italia è in guerra in Libia»

- Tommaso Di Francesco, 14.09.2016
Intervista. Lo storico italiano: «Il governo può chiamarlo
sanitario-militare ma è un intervento di soldati a terra. Ci infiliamo dentro la seconda guerra civile libica, in un imbuto rischioso e senza fine»
Abbiamo rivolto alcune domande sull’attuale crisi libica e sul ruolo dell’Italia ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italianio, esperto di Libia e di Africa e
autore tra l’altro di una biografia di Gheddafi.
Ieri alla camere, la ministra della difesa Pinotti e il ministro degli
esteri Gentiloni hanno presentato il piano del governo sulla Libia, subito operativo.

(D) Il Parlamento è ridotto ad ascoltatore, non decide nulla. E la portaerei Garibaldi con il suo carico è già partita.
Interverremo in Libia con una missione «sanitaria-militare» che si
chiama Ippocrate, con «60 sanitari tra medici e personale infermieristico» ma con «135 uomini a supporto logistico e 100 parà» della Folgore, più i droni e i cacciabombadieri
della base di Trapani, più la portaerei Garibaldi. Che ne pensi?
Direi che siamo in guerra e stavolta con i soldati sul terreno, non si tratta più solo di raid dall’alto dei cieli. E un intervento sanitario dovrebbe essere caratterizzato da
una presenza militare più che ridimensionata, assolutamente diversa e di supporto. Qui è proprio il contrario: i militari appaiono predominanti.

(R) In genere si comincia così, poi si aggiungono sempre altri soldati.
Che cosa è accaduto perché si arrivasse a questa decisione, in qualche
modo annunciata e che diventa operativa nel momento, ci pare, peggiore visto che in Libia
è sempre più caos e guerra civile?
È accaduto che la battaglia di Sirte non sta andando come si immaginava.
Da più di un mese la città è data, anche dai media, per caduta e nelle mani delle truppe fedeli a Tripoli, e invece le milizie dello Stato islamico non cedono.

Si è sottovalutato la struttura quasi blindata della città, costruita così da
Gheddafi come la nuova Tripoli ma turrita e di cemento.
Tra l’altro continuiamo a presentare le milizie di Misurata che combattono a Sirte come l «esercito libico», quando sono solo alleate del governo di Al Serraj, ora internazionalmente riconosciuto anche dall’Onu, un governo che non controlla nemmeno tutta la Tripolitania  e che si è insediato solo per chiedere l’intervento internazionale e perché vuole l’unità nazionale.
Probabilmente è il peggior momento anche per Serraj.

(D) Qual è la situazione sul terreno e quali schieramenti  si contrappongono?
Dall’inizio di agosto è cominciata una nuova fase della guerra. In appoggio a Serraj sono intervenuti anche gli Stati uniti con massicci bombardamenti aerei che, vista la
struttura della città di Sirte, a quanto pare non hanno sortito l’effetto definitivo, nonostante le tante perdite dell’Isis.

Misurata, dove arrivano centinaia di feriti, morti e  vittime dei combattimenti, è
sempre più in prima linea, non è solo una retrovia di  intelligence, vettovaglie, addestramento, ospedali.
È iniziata ora la fase concreta della spartizione della Libia. Perché
intanto, dall’altra parte, la Francia, che ha mire sulla Cirenaica e sul Fezzan collegato alle crisi africane di Mali, Ciad e Niger,

(R)Insieme all’Egitto di Al Sisi, tanto esaltato da Matteo Renzi, stanno  appoggiando anche militarmente il generale Khalifa Haftar, il leader militare del governo di Tobruk.
Che non riconosce quello di Tripoli e che rivendica il fatto che, un anno fa, era proprio
l’esecutivo della capitale della Cirenaica ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale che diffidava degli islamisti al potere a Tripoli.
Proprio in questi giorni il generale Haftar, mentre continua a bombardare Derna in mano alle milizie di Al Qaeda, è all’attacco e sta conquistando città e porti  petroliferi
libici decisivi per la continuazione della guerra e del controllo futuro della Libia. Come di ogni possibile trattativa diplomatica sul campo. Ecco perché inviare ora tanti soldati a copertura di una esigua missione sanitaria vuol dire partecipare alla seconda guerra civile libica, infilarci dentro un imbuto rischioso e senza fine.
Ma il governo italiano sostiene che l’invio dei nostri soldati è un «obbligo morale» perché non possiamo permettere che al di là delle sponde del Mediterraneo si
rafforzi lo Stato islamico
È un’affermazione perfino giustificabile. Se non ci fosse di mezzo il piccolo particolare davvero immorale: che l’Italia con i partner della Nato, in primis la Francia e
in seguito gli Stati uniti, sono  responsabili del disastro dello Stato libico. Qualcuno dovrà prima o poi ammettere ufficialmente il fallimento dell’intervento militare internazionale della Nato nel 2011 che abbatté Gheddafi garante
almeno dell’unità del Paese. E che, pochi  giorni prima di venire ucciso,
ammoniva che se fosse stato eliminato lui allora sarebbero arrivati i veri nemici integralisti dell’Occidente.
Siamo in guerra. Stavolta non la chiamano umanitaria ma sanitaria-militare, «Ippocrate», c’è una evoluzione. La chiamassero come vogliono, di fatto stiamo partecipando
della spartizione della Libia e delle sue preziose fonti petrolifere.

© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE
http://ilmanifesto.info/angelo-del-boca-litalia-e-in-guerra-in-libia/

 

 

24 luglio fiaccolata per la pace

 

L’Associazione Tiravento  invita tutti a partecipare alla “Fiaccolata” da Panzano a Greve in programma Domenica 24 luglio e promossa con “Greve per la Pace”.
Una camminata per chiedere che si fermino in ogni parte del mondo le guerre, le violenze, il terrorismo e il razzismo.
Per un’Europa che superi muri, paure e divisioni e scelga prima di tutto il dialogo, la solidarietà e l’accoglienza.

PROGRAMMA
Ore 18:30  Piazza Bucciarelli a Panzano in Chianti
Laboratorio “per la pace” per tutti i bambini


ore 19:00  Piazza Bucciarelli a Panzano in Chianti
Musica, distribuzione delle fiaccole e partenza per la camminata

Ore 21:00 Piazza Matteotti a Greve in Chianti
Arrivo della fiaccolata e incontro con tutta la comunità

Seguiranno musica, video, interventi
Alle 23:00  servizio bus gratuito per rientrare a Panzano
(gentilmente offerto da Stedop di Greve in Chianti)

Hanno aderito:
Arci di Greve, Panzano,  Montefioralle,  Chiocchio, Associazione culturale islamica Greve, Associazione culturale Tiravento, Associazione Il Grondino Panzano, Associazione Le nostre mani per gli altri, Associazione Mulino di Botti, Associazione Al di là del Giordano, AVG, Avis Strada, Biblioteca di Strada, CGIL  Zona Chianti, Comitato cittadini del Ferrone, Comunità Eremo delle Stinche, Cooperativa Italia Nuova Greve, Cooperativa sociale La Stadera, Croce Rossa Greve e  Strada, Federazione Calcistica Panzano, Filarmonica G. Verdi Panzano, Legambiente Circolo Chianti Fiorentino, Medicina Democratica sez. Mirabelli Firenze, Il Paglialio mercato biologico, Istituto Comprensivo Greve in Chianti, Operazione Mato Grosso, Parrocchia Greve, Parrocchia Panzano, Parrocchia S.Polo, Proloco Panzano e Proloco S. Polo, Pubblica Assistenza S. Polo, Società Mutuo Soccorso Greve, Spi Lega Greve e Strada
La manifestazione  ha ricevuto il patrocinio del Comune di Greve.


Vi aspettiamo… e grazie se potete diffondere l’invito!
https://www.facebook.com/events/1769901146557434/

info: 338 788 8401

L’ecologista Van der Bellen sconfigge l’estrema destra in Austria

Alexander Van der Bellen ha vinto di misura il secondo turno delle presidenziali in Austria, sconfiggendo il candidato dell’estrema destra Norbert Hofer con un vantaggio di soli 31mila voti. Determinanti sono stati i voti per corrispondenza che hanno portato Van der Bellen al 50,3 per cento dei consensi contro il 49,7 per cento di Hofer. Sono circa 900mila gli austriaci che hanno votato per corrispondenza, il 14 per cento dell’elettorato. Buono il dato sull’affluenza del secondo turno, 71,8 per cento, più alto rispetto al primo turno. Hofer ha riconosciuto la sconfitta su Facebook, dicendo di essere molto triste.

Chi è il nuovo presidente austriaco

Alexander Van der Bellen, 72 anni, ex leader dei Verdi, ex professore di economia, appassionato di letteratura russa, tirolese. È stato deputato dei Verdi per 18 anni, per undici anni è stato a capo del partito. Ha fatto uscire il partito dalla marginalità a cui era relegato e lo ha fatto diventare capace di sfidare i grandi partiti tradizionali come l’Spo (socialdemocratici) e i conservatori (Övp, cristiani). Sposato in seconde nozze da qualche mese con una militante dei Verdi, Van der Bellen è un uomo estremamente riservato e pacato. Non ha mai demonizzato l’avversario, né ha troppo sottolineato di essere il candidato appoggiato dalle élite europee.

La famiglia del nuovo presidente austriaco è di origine olandese, è emigrata dai Paesi Bassi verso la Russia nel settecento, quindi è fuggita dalla Russia verso l’Estonia nel 1917 dopo la rivoluzione bolscevica. Alexander è nato a Vienna, in Austria, da padre russo e madre estone nel 1944, ma considera le valli tirolesi, dove è cresciuto, la sua patria. Il suo slogan elettorale era “Patria”, con la foto dei ghiacciai tirolesi alle spalle. È stato votato soprattuto dalle donne, dalle minoranze, dagli intellettuali, dalle femministe, dagli ecologisti.

Il candidato austriaco ha fatto molti sforzi per dimostrare durante la campagna elettorale di essere un indipendente, lontano dai socialdemocratici al potere con un governo di coalizione. È stato accusato dai suoi avversari di essere “come un cocomero: verde fuori e rosso dentro”. Oppure un erede dei sessantottini o ancora “un socialista”. In realtà per anni all’interno del suo schieramento lo hanno accusato di essere troppo liberista sul piano economico.

Basta NATO

Le vostre guerre, i nostri morti. Basta NATO 

Ieri pomeriggio a Firenze oltre 800 persone, in un pomeriggio infrasettimanale, sono scese in piazza rispondendo all’appello dell’Assemblea Fiorentina contro il Vertice Nato.

Dietro lo striscione iniziale,

“LE VOSTRE GUERRE, I NOSTRI I MORTI – BASTA GUERRE, BASTA NATO”

che ribadiva con forza l’opposizione alla ricetta di un’ennesima “guerra necessaria” nella quale tutti dovremmo arruolarci nel nome delle vittime della strage di Parigi, in tanti hanno chiaramente espresso il rifiuto alle politiche belliche. 

Se il sindaco di Firenze Nardella ha cercato di definire il vertice NATO come un “convegno di pace”, vanto per la città di Firenze e per i fiorentini, le centinaia di persone scese in piazza hanno dimostrato come questa propaganda ipocrita non sia servita denunciando invece il ruolo della NATO come principale strumento di aggressione dell’occidente, ieri nei balcani, poi in Afghanistan, Iraq e adesso in Siria. Un vertice di guerra, presieduto da chi le guerre le fa, le foraggia, le finanzia, arma bombardieri ed eserciti e proprio dalle guerre trae affari e benefici.

Il corteo ha espresso la propria solidarietà a chi lotta nei territori contro l’occupazione militare, come in Sardegna con le numerose e nocive basi Nato, ed in Sicilia dove da anni i comitati popolari No Muos si battono contro l’installazione dei radar statunitensi.

Il numeroso spezzone studentesco ha denunciato i continui tagli all’istruzione e al diritto allo studio, mentre ogni anno aumento le spese militari e dove è sempre più presente la cultura della guerra, della “difesa” e della collaborazione con le industrie militari, ribadendo con lo striscione

“Fuori le divise dalle scuole” la solidarietà agli studenti del liceo Alberti sgomberati “manu militari” -giustappunto- da Digos e celere.

Forte e chiaro è stato anche l’appoggio a chi in Medio Oriente resiste e combatte l’ISIS pagandone un duro prezzo di sangue, come la resistenza della sinistra rivoluzionaria curda in lotta per la costruzione di un modello sociale inclusivo, che rifiuta le differenze etniche, religiose, di genere, basato sulla solidarietà e la cooperazione, libero dalle maglie degli stati e del fondamentalismo religioso, così come si è ribadito il diritto del popolo palestinese a vivere in pace sulla propria terra, occupata e strangolata dal sempre più feroce apartheid dello stato d’Israele.

Se qualcuno pensava, come il questore di Firenze, che il sentimento di “paura”, la logica dell’emergenza e dell’unità nazionale, avesse fatto il gioco di chi cerca di creare consensi per nuove guerre, per fomentare xenofobia,  retate e razzismo e mettere a tacere qualsiasi voce non allineata, mentre chi ci governa si riunisce e banchetta decidendo nuove missioni militari, nuovi tagli ai servizi e nuovi sacrifici, la manifestazione di ieri sera è stata la dimostrazione di come in tanti non siano disposti a tacere, a credere alle loro menzogne, ad “arruolarsi” nelle loro guerre.

 Assemblea fiorentina contro il vertice NATO

 

BASTA STRAGI!

Riceviamo dalla comunità curda e dalla rete Kurdistan questo appello con le informazioni sulle prime iniziative nelle diverse città.
Rete della pace invita a mobilitarsi: “Non sono le bombe, il vostro silenzio ci uccide” è la frase che l’appello ricorda, citando una scritta su di un muro comparsa ad Ankara questa mattina.

BASTA STRAGI!

Al fianco del  popolo curdo contro il terrorismo di stato, pace subito!

A poco meno di un mese dalla elezioni politiche in Turchia che si svolgeranno il 1° Novembre, ieri mattina un attentato ha colpito la manifestazione per la pace organizzata ad Ankara da KESK, DISK, TMMOB, TTB e diverse sindecati , associazioni, organziazioni  e HDP ha artecipato. Una delle due esplosioni si è verificata durante il passaggio dell’HDP (Partito democratico dei popoli) e l’altra durante il passaggio dei manifestanti di Partizan-Kaldıraç.

Secondo unita di crisi dell’HDP il bilancio aggiornato delle vittime delle bombe è di 128 morti e 516 feriti. Una strage terribile che è solo l’ultimo episodio di una strategia della  violenza e della repressione che Erdogan sta portando avanti in Turchia: nel mese di Maggio durante la campagna elettorale sono stati lanciati 150 attacchi contro le sedi dell’HDP ; il 5 giugno a due giorni dalle elezioni due bombe sono esplose a Diyarbakir durante il comizio (5 morti oltre 400 feriti), l’attentato all’Amara Center di Suruc il 20 Luglio (33 morti), i bombardamenti contro il PKK ed il terrorismo di stato contro le città del Kurdistan turco da più di due mesi sottoposte a continui coprifuochi;attacchi, torture ed omicidi contro la popolazione (negli ultimi 78 giorni sono stati uccisi 113 civili). “Non sono le bombe, il vostro silenzio ci uccide” è la frase scritta su di un muro comparsa ad Ankara questa mattina.

Proprio per questo è urgente passare all’azione, è ora di agire! Scendiamo in piazza in tutta Italia a sostegno della pace, contro le stragi di stato ed il terrorismo di Erdogan

Primi appuntamenti:

Domenica 11 Ottobre
BOLOGNA ore 15 – Piazza Maggiore

Lunedi  12 Ottobre
ROMA ore 17 Piazza delle Repubblica

Martedì 13 Ottobre
TORINO ore 17:30 – Stazione  Porta Nuova

Martedì 13 Ottobre
PISA ore 17:30 – Piazza del Comune (Quando?)

Martedì 13 Ottobre
MILANO  ore 19 dal Piazza XXIV Maggio presidio verso Piazza Duomo

Rete Kurdistan e Comunita curda

NETANYAHU: NON SEI GRADITO A FIRENZE!

 

 

 NETANYAHU:  NON SEI GRADITO A FIRENZE!

A poco più di un anno dall’ultimo massacro israeliano a Gaza, quando le strade di Firenze si riempirono di manifestanti per chiedere la fine dell’aggressione sionista contro la popolazione della Striscia, quella stessa città che ha a cuore la pace, i diritti umani e il rispetto del Diritto Internazionale, dichiara ospite non gradito il criminale Netanyahu, che nell’estate del 2014 ordinò l’operazione “Margine Protettivocontro Gaza, costata la vita a più di 2000 civili palestinesi e un numero incalcolabile di feriti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu visiterà Firenze su invito del premier Renzi, che nel suo recente viaggio in Israele ha ribadito i legami eccellenti tra i due paese in materia di sicurezza e cooperazione scientifico-militare. Nel suo tentativo di revisionismo del conflitto israeliano- palestinese Renzi non ha mancato di sottolineare come Israele, nato nel 1948, rappresenti addirittura le nostre radici e il nostro futuro. La Firenze antifascista, antirazzista e antisionista ritiene di non aver niente in comune con chi ha fatto delle aggressioni militari, dell’apartheid, della pulizia etnica e dell’occupazione la cifra della propria azione politica.

Benjamin Netanyahu, a capo del governo più oltranzista nella storia di Israele, sostenuto dall’ultra destra e dal partito dei coloni ampiamente rappresentato nel suo esecutivo, è fervido sostenitore della politica aggressiva degli insediamenti illegali in Cisgiordania che rubano terra e risorse ai palestinesi, contravvenendo al Diritto Internazionale e a qualsiasi possibilità di un futuro stato unico, multietnico e democratico. Entrambi i governi Netanyahu, responsabili di aver promosso l’odio razziale e messo in atto una lunga serie di norme contro l’eguaglianza tra ebrei e non ebrei, che hanno contribuito a determinare lo stato di apartheid in cui vivono oggi i palestinesi, hanno trascinato la società israeliana in un abisso razzista.

Renzi ha invitato questo criminale nella città del David di Michelangelo, simbolo di lotta per la libertà dichiarando:”In questo momento tutti siamo un David contro il Golia della barbarie”.          Renzi e Netanyahu:  Il David di oggi è il ragazzo palestinese che rappresenta la resistenza palestinese e lancia pietre contro l’apparato distruttivo militare e contro la barbarie dello stato razzista di Israele!

 Invitiamo la Firenze antifascista ed antirazzista ad esprimere il 28 agosto il suo dissenso alla visita di Netanyahu, ma anche per chiedere la fine dell’occupazione in Palestina e il rispetto da parte di Israele dei diritti del popolo palestinese, del Diritto Internazionale ed Umanitario.

Siamo sì antisionisti ma rigettiamo ogni possibile accusa di antisemitismo. Ribadiamo che anche i palestinesi sono semiti. Il sionismo non ha nulla a che vedere con la religione ebraica, ma cerca di sfruttare la memoria dell’olocausto per giustificare la propria esistenza e ogni barbarie che commette nei confronti del popolo palestinese

Renzi nel suo discorso servile alla Knesset ha garantito che “l’Italia sarà sempre in prima linea contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”. Noi rispondiamo:”sterile e stupido” non è il boicottaggio di Israele, ma non far rispettare il diritto internazionale!

FIRENZE PER LA PALESTINA