Genuino Clandestino

Nell’autunno 2009 la rivendicazione del diritto dei contadini ad autoprodurre trasformati dalle proprie materie prime porta alla campagna per i prodotti “genuini clandestini”. Questo tema suscita grande interesse e nasce la rete nazionale GENUINO CLANDESTINO per consentire il confronto tra le realtà di produttori e co-produttori che praticano l’agricoltura contadina e organizzano mercati autogestiti. Ora questa campagna si è trasformata in una rete dalle maglie mobili di singoli e di comunità in divenire dove decine di coltivatori, allevatori, pastori, artigiani si sono uniti per resistere alle logiche economiche e alle regole dell’agroindustria. Oltre alle sue iniziali rivendicazioni, Genuino Clandestino propone alternative concrete al sistema capitalista vigente attraverso nuove forme di resistenza che si battono per il riconoscimento dell’agricoltura contadina insieme alle implicazioni in materia di alimentazione, sviluppo economico, sfruttamento del lavoro, salvaguardia dell’ambiente, accesso alla terra e all’acqua.
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Common Properties – Proprietà vs Territorio

Da Pisa a Firenze

Introduzione
Il secondo incontro del gruppo Common | Properties – Proprietà vs Territorio è stato ospitato all’interno dell’incontro nazionale di Genuino clandestino a Firenze, lo scorso 2 novembre. Qui una breve sintesi della discussione. A fronte di una iper-tutela della “proprietà privata” da parte dello Stato, si è deciso di passare da una posizione di difesa, all’attacco di questo concetto fino ad ora inviolabile e a una sua ridefinizione in riferimento agli interessi delle comunità. Secondo la Costituzione (art. 42 e 43) la tutela della proprietà privata dovrebbe infatti finire nel momento in cui perde la propria “utilità sociale” e quando va a ledere il diritto di altri. Tale concetto dovrebbe essere esteso non solo alle proprietà pubbliche ma anche a quelle private, comprese le proprietà della Chiesa, che sono abbandonate.

Obiettivi
Il Gruppo si è posto quindi l’obiettivo di:

  • individuare delle linee di lavoro e approfondimento, proseguendo la discussione iniziata a Pisa
  • individuare alcune tappe e azioni concrete per supportare le diverse vertenze territoriali
  • individuare percorsi e strumenti permanenti per connettere e garantire il collegamento tra i vari movimenti. Per questo si è ribadito il riconoscimento della difesa del “territorio” e della “terra” e del diritto di auto-determinazione delle comunità come elementi di connessione.

Discussione
Gestione e valori d’uso
Si è riconosciuta l’importanza di definire, contestualmente alla questione del diritto proprietario, anche le modalità di gestione dei beni e i loro valori d’uso, molti dei quali devono ancora essere inventati. Una volta stabilita la funzione di un bene, infatti, il soggetto proprietario può anche passare in secondo piano. Inoltre, il fatto che il bene sia di proprietà pubblica o collettiva, non è garanzia di buona gestione (es. partecipanze agrarie dell’Emilia romagna). È quindi importante lavorare anche sulle proprietà collettive dei flussi e dei beni che una data proprietà, ad esempio una terra di uso civico, produce. La consapevolezza sulle diverse forme di gestione di beni comuni la si può acquisire attraverso le sperimentazioni, è quindi fondamentale che tutte le esperienze, i progetti, le procedure utilizzate vengano il più possibile condivise e socializzate.

Strumenti
Si cercheranno di unire le diverse indagini già esistenti, per creare una mappatura dei beni abbandonati e dismessi, dei terreni soggetti a cambi di destinazione d’uso, ma anche dei percorsi/progetti di gestione già avviati. Il sostegno alle varie vertenze territoriali lo si può fare costruendo un “calendario” o “road map” che tocca i vari territori (proposta di fare il prossimo incontro di Common Properties a Bagnoli, dove è in atto un’esperienza interessante sempre attorno al tema della destinazione di parti di territorio). Prosegue il gruppo di lavoro coordinato dal prof. Pizziolo sui valori d’uso, per confrontare esperienze e potenzialità di percorsi partecipativi per un’altra economia. (email rigiochi@gmail.com)

Quale comunità
È importante lavorare sulla consapevolezza e la formazione delle comunità locali, per fare comprendere profondamente che la terra è un bene di tutti. È importante la presenza di comunità “pensanti”, che abbiano sovranità sui beni pubblici e possibilità e capacità di progettualità nella gestione della terra e, in termini più ampi, del territorio. Come definirle? La questione resta aperta.

Nuove parole d’ordine
Accanto al diritto all’abitare e a un reddito per tutti della piattaforma che ha dato vita al 19 ottobre e nella quale Genuino clandestino si riconosce (a Firenze c’erano infatti un gruppo di lavoro sul diritto di abitare la terra e uno sul riuso dei beni pubblici come risposta alla crisi e alla disoccupazione), si propongono nuove parole d’ordine:

  •  l’autodeterminazione delle comunità locali
  •  la difesa dell’ambiente e della terra
  •  la “fertilità” complessiva del territorio, in riferimento al suo valore sociale

Per info su questi temi:
http://genuinoclandestino.noblogs.org
http://terrabenecomune.noblogs.org
http://www.perunanuovafinanzapubblica.it
<http://www.recommon.orgRecommon

 

6-12-2013 assedio in Prefettura

Dal primo settembre a Firenze è ripresa, senza esclusione di colpi, una guerra a “bassa intensità”… Al forsennato ritmo di cinque esecuzioni di sfratto al giorno si consumano quotidiane violenze nei confronti delle nuove povertà… Si consumano scene di violenza e di umiliazione, di offese e di vere e proprie persecuzioni, non è solo la violenza della esecuzione stessa, ma il sentirsi colpevole di essere povero che genera frustrazione e isolamento … Un meccanismo perverso che ha costretto il Movimento di lotta per la Casa e i sindacati degli inquilini a PRESENZE quotidiane e mutuo soccorso collettivo. Nonostante questo negli ultimi giorni l’esercizio e l’arbitrio delle esecuzioni sommarie a costretto due persone anziane al ricovero in ospedale. Uno di questi, Salvotore Lo Presti di 74 anni è vittima della violenza dei PIGNORAMENTI ed è attualmente ricoverato a Careggi… Istituzioni e Servizi Sociali non pervenuti … oramai il Comune di Firenze è latitante davanti alle emergenze senza fine… Così come la Regione Toscana che non finanzia pìù investimenti per l’edilizia sociale, ma stanzia macabri finanziamenti per il cosìdetto Housing sociale… UN GIOCO AL MASSACRO CHE DEVE FINIRE… È ORA CHE DAVANTI ALLA CRISI INFINITA SI UTILIZZINO LE RISORSE IN CASE POPOLARI E IN SALARIO SOCIALE E NON PIU’ IN GRANDI OPERE E AEREI DA GUERRA… SENZA CASA MAI PIU’ ! VENERDI’ 6 DICEMBRE DALLE ORE 9,30 IN POI TUTTE E TUTTI SOTTO LA PREFETTURA DI FIRENZE, VIA CAVOUR 2…
IL MOVIMENTO DI LOTTA PER LA CASA

Suicidio per indifferenza

Claudio era un bravo informatico, era membro del gruppo Closed che unisce le persone che soffrono del db (disturbo bipolare), aveva anche problemi fisici … la sua famiglia vive a Roma non l’hanno mai aiutato … lui era stanco di chiedere, umiliarsi, essere in bilico tra dormitori vari e il futuro per strada … Penso che sia stato l’eminente sfratto dalla Struttura in questione a ucciderlo … a farla finita … Claudio oltre ad essere povero (CON FAMIGLIA BEN PIAZZATA A ROMA, padre, madre e sorella) era anche invalido …. Firenze – Suicidio per indifferenza – Ennesimo suicidio del disagio cittadino. Questa mattina ho avuto la conferma della notizia del suicidio di un giovane all’Albergo popolare di Firenze. La disperazione, la povertà e il disagio sono ancora una volta diventate emergenze strutturali e già si vedono e si sentono le problematiche che portano alla disperazione. La vita è un valore anche dopo … La vita è una scelta difficile come la morte: ho conosciuto molte persone che in questi anni hanno scelto di andarsene (dalla galera, dalla malattia, dalla scuola, dal precariato, dai debiti…).
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Giulia Materassi: poesia

Fugge questa neve, ma non sa da cosa
né sa dove andare.
E’ un po’ come me.
E quale sublime spettacolo regalano ai miei
occhi spettrali la sua fuga e il suo terrore.
E in un orrendo vortice si precipitano i cristalli
verso il loro al di là, sulle note
di un cigolio tremendamente lontano.
Ghiacciato scende questo soave temporale
affidato al potere del vento; addormentato
da questa ninna nanna di ruggine.
E immondi gridano i miei pensieri per risvegliarlo
ma il mio sguardo cieco e la mia voce muta
non romperanno stanotte l’incanto del cielo.
Fuggire. E fuggirò adesso,
fantasma mi aggiro tra i mortali, scontando una
pena troppo severa per i crimini commessi.
Non lasciano orme i miei passi nel gelido bianco
tappeto.
Volerò via col vento.
Volerò lontano senza lasciare scia negli sguardi
degli spettatori.
Vorrei sentirmi vivere ma non posso, vorrei aver
freddo ma non posso.
Perché io non esisto. Così me ne vado.
Mi scaglierò contro muri, rami e pareti.
Ma non un lamento uscirà dal mio corpo finito.
Non un gemito nascerà sulle mie labbra
consumate. Non ci sarà più alcuno sguardo
nei miei occhi traditi finché non esalerò
il mio ultimo sospiro.
Ho soltanto una notte di tempo, finché le stelle vorranno
proteggermi dalla luce di domani.
E domani, ormai inerme e lurida pozzanghera d’acqua,
sarò calpestata dal pubblico all’uscita del silenzioso e
agghiacciante teatro.
E mai, mai sarà pronunciato il mio nome, mai
sarà ricordato il mio viso.
Finisco così.
Dimenticata dal tempo dimenticata per sempre
Giulia Materassi

“Scusi Prof. ma cosa c’entra questo col Programma?”

Non sempre gli alunni dei miei corsi si rendevano conto della differenza tra la loro personale immagine della scuola e la peculiarità del percorso che stavano per iniziare. Il loro vissuto scolastico precedente si sovrapponeva in modo automatico alla realtà, adeguandola. E come poteva essere altrimenti? Nella stessa classe convivevano spesso persone con esperienze scolastiche diversificate sia nel tempo, nei luoghi che nelle modalità di accesso. C’erano allievi che avevano abbandonato la scuola da decenni e altri più giovani che provenivano dai fallimenti della scuola del mattino.
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I diritti non sono un costo

L’immigrazione costituisce davvero un rischio per la sostenibilità del nostro sistema economico? Dati alla mano, l’allarme che tanto appassiona i movimenti xenofobi e nazionalisti pesa per il 2,07 percento sulla spesa pubblica. Un’anticipazione del rapporto “I diritti non sono un costo”, che verrà presentato a Roma il 29 novembre “Noi moriamo disoccupati voi pensate a Rom e immigrati”. È il testo di uno striscione con il quale è stata “accolta” a Lamezia Terme il 19 luglio scorso la Presidente della Camera invitata dal sindaco a partecipare alla cerimonia di conferimento della cittadinanza italiana a 422 bambini e ragazzi “figli dell’immigrazione” nati in Italia. La protesta, tutt’altro che spontanea, non rappresenta un caso isolato. Gli slogan, i manifesti, i discorsi e i post sui social network che agitano lo spettro di una crescente competizione tra cittadini italiani e stranieri sul mercato del lavoro così come nell’accesso al welfare sono numerosi. Ne costituisce fra tutti l’esempio iconografico più classico il manifesto elettorale diffuso a San Benedetto del Tronto nel marzo 2011: alcuni cittadini stranieri sono rappresentati in fila mentre chiedono l’assegnazione di case popolari, l’accesso ai servizi sociali, agli asili e alle scuole. In fondo alla fila si trova un cittadino italiano. Il titolo del manifesto recita: “Indovina chi è sempre l’ultimo”. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di messaggi veicolati da minoranze chiassose ma estreme e non rappresentative dell’opinione pubblica. Giusto. Tuttavia, se insieme a questi segnali registriamo anche quelli che emergono dai sondaggi internazionali che hanno indagato la “percezione” che i cittadini nativi di diversi paesi hanno dell’impatto dell’immigrazione sui conti pubblici e i frequenti riferimenti di amministratori e rappresentanti istituzionali a fatidiche “soglie” oltre le quali l’intolleranza verso i cittadini stranieri sarebbe “da considerarsi automatica”, è facile comprendere che il discorso sull’insostenibilità sociale ed economica dell’immigrazione è tutt’altro che poco diffuso nel dibattito pubblico. Un discorso che potrebbe incontrare un consenso crescente in una società che sta affrontando con grandi difficoltà gli esiti della crisi economica ancora in corso. I diritti non sono un “costo” raccoglie l’ultima parte di un percorso di ricerca che ha voluto confrontarsi con l’esigenza di contrastare i luoghi comuni e le inquietudini più diffuse che identificano la presenza di cittadini stranieri come un “peso” insostenibile per il nostro sistema economico e sociale. In tutti i rapporti prodotti lungo questo percorso, abbiamo esplicitato che il nostro punto di partenza non è neutrale. Non condividiamo l’approccio economicista che ispira troppo spesso le scelte dei decisori politici e li induce a disegnare le politiche migratorie sulla base di una fredda e spesso sbrigativa misurazione dei “costi/benefici” che caratterizzerebbero il fenomeno migratorio. Ci sono, lo ribadiamo, diritti umani e sociali universali che dovrebbero essere garantiti a tutti, incluso il diritto a migrare. Ma combattere la xenofobia, le discriminazioni e il razzismo significa anche confrontarsi con l’esigenza di influenzare il dibattito pubblico offrendo argomentazioni sufficientemente solide per cambiarne l’indirizzo. Quello del rapporto tra immigrazione, sistema economico e welfare è uno degli argomenti più utilizzati per alimentare l’intolleranza e l’ostilità verso chi proviene da altrove. È dunque opportuno contribuire a tematizzarlo nel modo più corretto possibile. Le domande con le quali abbiamo voluto confrontarci sono sostanzialmente tre. L’immigrazione costituisce davvero un rischio per la sostenibilità del nostro sistema economico e di welfare? I provvedimenti discriminatori adottati a livello locale negli ultimi anni, tesi a limitare l’accesso dei cittadini stranieri ad alcune prestazioni sociali, si fondano su un qualche inoppugnabile presupposto empirico? E infine: le politiche migratorie e sull’immigrazione sin qui realizzate sono le più giuste e le più “sostenibili” dal punto di vista degli equilibri della finanza pubblica? I dati e le informazioni raccolti ci consegnano una risposta negativa a tutte e tre le domande. Naturalmente qualsiasi rappresentazione di un fenomeno complesso è condizionata dal punto di vista di chi lo osserva, dall’ambito di indagine prescelto e dalle metodologie utilizzate per osservarlo. Per rispondere alle domande sopra indicate, I diritti non sono un “costo” propone in primo luogo un quadro aggiornato della popolazione straniera residente in Italia (capitolo uno), della sua distribuzione nel mercato del lavoro, del suo impatto fiscale e del suo contributo al Prodotto Interno Lordo (capitolo due). Una stima della spesa sociale imputabile alla popolazione straniera viene offerta nel terzo capitolo mentre nel quarto viene proposta una ricognizione delle risorse pubbliche specificamente dedicate all’accoglienza e all’inclusione sociale dei migranti. La risposta alla terza domanda è affidata alle conclusioni che confrontano i dati raccolti nel dossier Costi disumani. La spesa pubblica per il “contrasto all’immigrazione irregolare” con quelli qui presentati, rapportandoli alla spesa pubblica complessiva. “L’allarme” che tanto appassiona i movimenti xenofobi e nazionalisti, le preoccupazioni che agitano molti dei nostri amministratori locali, la “prudenza” che contraddistingue il governo delle politiche migratorie, si riferiscono, secondo le nostre stime relative all’anno 2011, al 2,07% della spesa pubblica complessiva se consideriamo congiuntamente la spesa sociale imputabile (con qualche riserva) ai cittadini stranieri e gli stanziamenti destinati alle politiche di contrasto, di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti. Se invece restringiamo il campo di osservazione alle politiche per così dire “dedicate”, gli stanziamenti per le politiche di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti rappresentano lo 0,017% della spesa pubblica complessiva rispetto allo 0,034% di incidenza degli stanziamenti destinati alle politiche del rifiuto. E qui è d’obbligo evidenziare lo squilibrio che Lunaria, nell’ambito della campagna Sbilanciamoci!, denuncia da tempo: lo Stato investe poco nel governo di un fenomeno che è ormai strutturale, ma investe anche male. Mediamente gli stanziamenti ordinari destinati alle politiche di accoglienza e di inclusione sociale dei migranti si aggirano intorno ai 123,8 milioni di euro l’anno, pari a circa la metà degli stanziamenti medi destinati alle politiche del rifiuto, circa 247 milioni l’anno. Guardare al futuro significa ribaltare questo rapporto e cambiare approccio. Il rifiuto costa troppo, è disumano e inefficace. Investire nell’accoglienza, nell’inclusione sociale, nella garanzia dei diritti di cittadinanza è ciò che serve. La nostra speranza è che questo lavoro offra stimoli sufficienti per andare in tale direzione e, dunque, per guardare più lontano di quanto è stato fatto fino ad oggi.

Lunaria