Fermiamo la guerra

 
*SABATO 19 Ottobre a Firenze, in Piazza contro l’aggressione turca in Siria del Nord*

Da oltre una settimana i carri armati e gli aerei turchi stanno attaccando
il Rojava e l’esperienza di autogoverno della Siria del Nord. In un quadro
di grande crisi economica interna, l’attacco del fascista Erdogan ha
l’obiettivo di indebolire il movimento kurdo, in Siria come in Turchia,
conquistare posizioni territoriali e recuperare consenso interno. La guerra
ricompatta il fronte nazionalista turco al governo (AKP-MHP), individuando
ancora nel PKK e nel movimento kurdo di liberazione il nemico da
combattere.

Le responsabilità politiche e militari, oltre che nel regime turco, vanno
cercate nelle politiche imperialiste e delle potenze regionali che
rischiano di scatenare ancora una volta pericolosi scenari di guerra,
generare nuove migrazioni di profughi in fuga e continuare a mantenere
tutto il Medio Oriente in situazione di conflitto permanente. Da una parte
gli Stati Uniti, che una volta ritenuto sconfitto l’ISIS, si ritirano
lasciando all’alleato NATO e acquirente di miliardi di armi, campo libero
nella repressione del tentativo di autogoverno nella Siria del Nord.
Dall’altra l’acquiescenza russa, che nonostante la ripresa del dialogo fra
la federazione della Siria del nord e governo di Assad in funzione di
protezione delle popolazioni sotto attacco, non nega lo spazio aereo ai
bombardieri di Ankara, perché l’indebolimento delle strutture autonome del
Rojava è comunque funzionale alle proprie mire imperialiste. Infine la
falsità dell’Unione Europea, che a parole condanna l’attacco turco ma
sottostà di buon grado al ricatto dei profughi pur di non compromettere
lauti affari economici. Timide le prese di posizione italiane: nessuna
reale intenzione di rinunciare alle relazioni con un partner economico
importante come la Turchia, fra i principali acquirenti degli armamenti
“made in Italy” prodotti da Leonardo-Finmeccanica, per conto dello Stato
italiano anche nello stabilimento di Campi Bisenzio; nessuna intenzione di
rinunciare agli affari finanziari per banche come Unicredit e Intesa San
Paolo; nessuna intenzione di rinunciare alle commesse turche per Impregilo,
Alenia e Beretta spa. E attraverso la missione NATO Active Fence dispiega
militari italiani a protezione dello spazio aereo degli aggressori turchi!

In tutto il mondo le comunità kurde chiamano alla mobilitazione contro la
guerra, sostenute da milioni di compagni/e solidali che vedono nella lotta
del movimento kurdo e nelle sue prospettive di liberazione popolare,
ecologista, antisessista e di convivenza tra popoli e religioni, un
concreto tentativo di affermazione rivoluzionaria in un contesto di estrema
debolezza dei movimenti in tutto il globo.

In tutta la Toscana e a Firenze, città del compagno Tekosher Orso, siamo
già scesi in piazza e tante altre iniziative sono in corso o già in
programma, tra cui il Presidio promosso dai ragazzi di Friday For Future
per *Venerdì 18 alle ore 15.30* proprio sotto la Leonardo a Campi Bisenzio,
per denunciare il legame profondo tra guerra ed inquinamento ambientale.

*SABATO 19 OTTOBRE* un CORTEO REGIONALE attraverserà di nuovo la città, per
denunciare gli interessi economici e finanziari italiani e la passività e
complicità delle nostre amministrazioni che, di fronte a questa ennesima
guerra, si riempiono la bocca di parole come “democrazia e diritti umani”,
ma di fatto non pongono in essere fatti concreti, negando qualsiasi
sostegno concreto alla resistenza kurda.

*NO ALLA GUERRA, NO ALL’AGGRESSIONE TURCA in Rojava e Siria del Nord, per
la liberazione del presidente Ocalan e degli 11.000 prigionieri politici in
Turchia, per ritiro del Pkk dalla lista antiterrorismo UE, sosteniamo
l’esperienza di liberazione popolare del movimento kurdo in Turchia e Siria
del Nord!*

*SABATO 19 OTTOBRE* - *ORE 15.00 - TUTT* a Firenze in Piazza Santa Maria
Novella!*

*Toscana per il Kurdistan*

*Comunità kurda toscana*

La lettera delle donne curde al mondo

In primo piano

“Come donne siamo determinate a combattere fino a quando non otterremo la vittoria della pace, della libertà e della giustizia”. Le donne curde si rivolgono al mondo, mentre assistono all’avanzare delle truppe di Erdogan nel loro territorio e cercano di fermarle. Chiedono che la comunità internazionale agisca affinché venga posta fine all’ “invasione e dell’occupazione della Turchia nella Siria del nord”. Lo fanno con una lettera intitolata “A tutte le donne e ai popoli del mondo che amano la libertà”.

Nel testo si legge:

“Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi.

Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni”.

 

Le testimonianze non si fermano qui. Nel documento si legge degli attacchi aerei che stanno distruggendo i villaggi, delle persone che sono costrette alla fuga, ma anche della resistenza, senza sconti, che i curdi hanno stanno mettendo in atto. Quindi l’appello alla comunità internazionale, affinché si adoperi per fermare la Turchia. Le donne curde hanno stilato una serie di richieste, tra queste lo stop alla vendita delle armi a Erdogan. Una misura che alcuni Paesi Ue hanno già messo in campo. Tra questi per il momento non c’è l’Italia.

Questi gli interventi richiesti:

- Fine dell’invasione e dell’occupazione della Turchia nella Siria del nord
- Istituzione di una No-Fly zone per la protezione della vita dela popolazione nella Siria del nord e dell’est
- Prevenire ulteriori crimini di guerra e la pulizia etnica da parte delle forze armate turche
- Garantire la condanna di tutti i criminali di guerra secondo il diritto internazionale
- Fermare la vendita di armi in Turchia
- Attuare sanzioni economiche e politiche contro la Turchia
- Adottare provvedimenti immediati per una soluzione della crisi politica in Siria con la partecipazione e la rappresentanza di tutte le differenti comunità nazionali, culturali e religiose in Siria.

Il testo è stato pubblicato da Repubblica ed è la testimonianza della situazione che oggi si trovano a fronteggiare i curdi che abitano nella Siria del nord, da quando il territorio dove vivono è ostaggio dell’offensiva della Turchia. Continua a leggere

NO ALLA GUERRA! SOSTENIAMO LA RESISTENZA KURDA!

*NO ALLA GUERRA! SOSTENIAMO LA RESISTENZA KURDA! *

La Casa Bianca ha dato il via libera e la Turchia si prepara ad invadere la
Siria settentrionale.

Il regime fascista turco di Erdogan, sconfitto alle ultime elezioni e
segnato dalla crisi economica crescente, cerca di reagire alle difficoltà
utilizzando l’arma del nazionalismo e della guerra contro i kurdi per
recuperare consensi e mettere fine all’esperienza che si sta sviluppando in
Rojava.

L’invasione del Rojava e della Siria del Nord scatenerà nuovamente la
guerra in quei territori. Il Medio Oriente continua ad essere al centro
dello scontro e dell’attenzione degli stati capitalisti e imperialisti, che
cercano attraverso la guerra di espandere i propri interessi. E per fare
questo, tutti gli attori regionali ed internazionali coinvolti, dagli USA
alla Russia, dall’Iran alla Unione Europea, sono ben disposti a lasciare
che la Turchia continui la sua guerra al movimento kurdo, dentro e fuori
dai confini del paese, attraverso politiche di repressione, sostituzione
etnica e di aperto sostegno a ciò che resta delle milizie jihadiste in
Siria. Mentre Ankara continua ad utilizzare il ricatto dei profughi e
dell’invasione migratoria come arma contro l’Unione Europea..

Come sta facendo da oltre 40 anni, il movimento kurdo non si arrenderà.
Attraverso il PKK le YPG e le YPJ fà sapere che non ha intenzione di cedere
alle minacce e in caso di occupazione turca difenderà il proprio territorio
e resisterà come ancora resiste in Turchia, sulle montagne del Kurdistan e
nell’enclave di Afrin.

La loro determinazione deve essere anche la nostra e darci l’esempio!

Come militanti internazionalisti continueremo ad opporci alle politiche di
guerra e sfruttamento che i nostri governi sostengono direttamente anche
quando in maniera ipocrita elogiano i kurdi per il loro contributo
fondamentale nella lotta contro l’ISIS.

Continueremo a sostenere il movimento kurdo ed il suo progetto di
liberazione fondato su anticapitalismo, emancipazione di genere, ecologismo
ed abbattimento delle frontiere nazionali, etniche e religiose!

Continueremo ad essere attivi nella solidarietà, portando con noi l’esempio
di Lorenzo Orso Tekosher, giovane internazionalista morto combattendo in
Rojava e sostenendo con ancor più forza i compagni e le compagne di Orso,
perché la loro lotta è anche la nostra.

*Raccogliendo l’appello delle organizzazioni kurde , invitiamo tutti/e a
manifestare contro la guerra e a sostegno della resistenza kurda in Rojava
a partire dal primo appuntamento*

*A Firenze GIOVEDI’ 10 OTTOBRE – alle ore 18.00 – in Piazza Santa Maria
Novella per raggiungere insieme il Consolato USA*

*Assemblea fiorentina per il Kurdistan*

Nuova strage a Kobane

1 novembre 2018  di: Stefania Battistini e Ivan Grozny

Da Kobane in queste ore arrivano video molto simili a quando la città siriana in mano ai curdi veniva attaccata da Isis. Questa volta però le bombe sono sganciate dalla Turchia, il secondo esercito della Nato. Dopo Afrin, Erdogan viola ancora una volta il diritto internazionale e bombarda i villaggi abitati dai civili. L’obiettivo è colpire l’esercito curdo YPG e YPJ, il primo che ha resistito, combattuto e vinto contro Daesh, sostenuto dalla coalizione internazionale.

Nei video postati dagli abitanti si vede il terreno saltare, si sentono le urla delle persone. Le stesse persone che da tre anni stanno pazientemente ricostruendo tutto ciò che lo Stato islamico aveva distrutto. Con Ivan Compasso Grozny, a giugno, siamo stati a Kobane. A 4 anni dalla devastazione di Isis abbiamo visto la rinascita di una città e della sua gente, dopo il sangue versato. Abbiamo visto muratori ricostruire case e quartieri. Abbiamo visto nuovi ospedali e nuove scuole nate anche grazie ai soldi raccolti dalle fondazione delle donne del Rojava in Germania, Austria, Svizzera, Olanda. Coi finanziamenti della provincia Trento è stato rifatta una scuola per i bimbi rimasti orfani perché Daesh ha ucciso i loro genitori: si chiama l’Arcobaleno di Aylan, il piccolo curdo trovato sulle rive del Bosforo in Turchia, simbolo del dramma dei popoli che sfuggono dalle guerre.

Abbiamo visto le strade tornare a vivere. Fino a mezzanotte donne, uomini, bambini insieme per respirare la libertà ritrovata.

Abbiamo visto il Cimitero dei martiri di Kobane: più di mille combattenti hanno dato la vita per liberare il mondo dal terrorismo di matrice islamista.

Abbiamo visto cosa è diventato concretamente il confederalismo democratico alla base l’organizzazione delle città del Rojava ispirato alle teorie socialiste del filosofo statunitense Murray Bookchin: una democrazia senza Stato, flessibile, multiculturale, anti-monopolistica; laicità, femminismo, ecologismo come pilastri. Abbiamo visto che non sono solo tensioni ideali, ma fatti concreti: la parità di genere e la laicità nel bel mezzo dell’estremismo religioso islamista, l’introduzione del matrimonio civile e l’abolizione della poligamia. Le donne hanno ruoli politici e militari, fanno parte delle forze di sicurezza e gestiscono l’organismo di polizia contro la violenza sessuale.

Abbiamo visto gli sforzi per arrivare a una convivenza pacifica a Mumbij, città multietnica in mano a Isis e liberata ad agosto 2016 dalle truppe del Free Syrian Army (FSA) appoggiate dagli americani. Un anno dopo libere elezioni in cui si è scelto di rappresentare tutte le identità: turcomanni, arabi, circassi, curdi. Quattro etnie, quattro identità, ognuna disegnata sulla bandiera, tutte presenti nell’Assemblea popolare votata dai cittadini. Per la prima volta il modello del confederalismo democratico è a partecipazione araba ed esce dal confine curdo.

Abbiamo visto l’istruzione tornare secolare, cioè laica, le scuole islamiche abolite nei territori riconquistati.

Ora la Turchia sta distruggendo tutto questo. Dopo il vertice di Istanbul tra Germania, Francia, Turchia e Russia, sono iniziati gli attacchi. “La Turchia ha bombardato le aree di confine di Kobanee del Rojava per quattro giorni davanti agli occhi di tutto il mondo – scrive UIKI, l’Ufficio Informazione Kurdistan in Italia – Né la coalizione internazionale contro ISIS né gli Stati che hanno partecipato al vertice di Istanbul hanno preso seriamente posizione contro questi attacchi o hanno condannato lo stato turco”, sottolineando il paradosso di attacchi contemporanei: quelli turchi nel Nord della Siria, quelli di ISIS contro il villaggio di Hejin nell’area di Dêir Er-Zor, uno dei suoi ultimi bastioni. Qui le forze democratiche siriane – con YPG e YPJ come elemento aggregante – continuano a combattere.

Per questo oggi dal Rojava arriva una chiamata d’emergenza all’Europa e all’Occidente. La copresidenza del KCDK-E ha emesso un comunicato in cui si legge: “Il Congresso europeo della Società democratica curda (KCDK-E) fa appello per un’azione urgente ai curdi e ai suoi sostenitori in Europa in seguito agli attacchi dello stato turco contro Kobane. L’esercito turco ha bombardato con armi pesanti i villaggi di Kor Eli e Selim e stanno progettando un massacro. Chiediamo a tutti di organizzare al più presto mobilitazioni a difesa e a sostegno di queste terre che sono costate il sangue di donne, giovani, bambini […]”

Noi come giornalisti abbiamo il dovere di non far passare sotto silenzio questa ennesima strage contraria a ogni norma di diritto internazionale

Gaza: plastica di riciclo contro armi vietate

 06.04.2018 – Gaza Patrizia Cecconi

Sono le 11,30 in Palestina e tra due ore nella Striscia di Gaza forse si cominceranno a contare morti e feriti tra uomini donne vecchi e bambini che parteciperanno pacificamente alla “grande marcia del ritorno” partita venerdì scorso per “la giornata della terra” e che si concluderà il 15 maggio per la commemorazione della Naqba, ovvero la cacciata dei palestinesi dalle loro terre il 15 maggio del 1948.

Il massacro di venerdì scorso era stato annunciato da Israele senza che nessuna organizzazione internazionale si ponesse legalmente come ostacolo al crimine e al criminale. Quindi Israele, potendo contare “oggettivamente” sul silenzio-assenso dell’ONU e sull’assenso diretto degli Usa e di altri suoi sostenitori, ha raddoppiato e per oggi ha minacciato un’ancor più dura risposta ad una marcia pacifica che chiede soltanto il rispetto delle Risoluzioni Onu che lo stesso Israele calpesta.

Questo Stato coccolato in Occidente nonostante tutto, questo Stato che possiede un altissimo numero di testate nucleari e che, ovviamente, non firma il trattato relativo alla loro messa al bando,  questo Stato il cui esercito usa regolarmente armi vietate, e lo fa anche per reprimere una marcia pacifica, ha minacciato, anzi il termine giusto è “ha garantito” di usare i suoi gas micidiali oltre ai proiettili farfalla ma l’ONU tace e la stampa servile acconsente. Anzi fa di peggio. Strumentalizza, dietro velina israeliana, anche il minimo aiuto che le autorità locali hanno deciso di dare alle famiglie dei martiri definendo questo sostegno a orfani e vedove come un incentivo al terrorismo. Per similitudine si potrebbe dire che il sostegno italiano alle vittime della mafia è un incentivo alla mafia! A volte ci si vergogna di pensare che nel nostro Paese, quello nato da una Resistenza eroica e dolorosa, possa albergare un servilismo come quello dei nostri media main stream  che scade addirittura nel ridicolo oltre che nel sostegno a forme di reale  terrorismo di Stato  come quello regolarmente attuato da Israele contro il popolo palestinese.

Questa marcia però, è bene ribadirlo, è nata dalla volontà popolare di una popolazione sotto assedio. Ha scavalcato le differenze politiche e solo per adesione strumentale alla vulgata israeliana i media seguitano a dire che è stata organizzata da Hamas. Hamas la sostiene così come tutte le organizzazioni politiche, sociali, religiose (compresi i cristiani) e laiche la sostengono. Proprio perché è un’istanza di popolo.

Ma i palestinesi non hanno voci, se non quelle della poca stampa indipendente e quelle dei social per far conoscere la verità. Non hanno neanche strumenti, ma hanno ingegno e così vediamo che oggi hanno raccolto migliaia di vecchi pneumatici per coprirsi con una cortina di fumo dai proiettili-farfalla, micidiali e vietati, che i cecchini gli spareranno contro. “La marcia si farà lo stesso e sarà pacifica e con noi ci saranno i nostri bambini”. Questo hanno detto. Ma come proteggere i bambini dall’inalazione dei micidiali gas israeliani? A Gaza le costose maschere antigas di cui può disporre Israele non ci sono se non in numero ridottissimo e allora ecco che la creatività gazauna usa il riciclo creativo. La settimana scorsa abbiamo visto bambini protetti dall’inalazione dei gas con mascherine sanitarie in cui era inserita una cipolla. Oggi invece, con vecchie bottiglie di plastica, come mostrato nella foto sono state realizzare maschere protettive per i bambini che passeggeranno insieme ai loro genitori e ai loro amici a 700 metri dal border per provare a dire al mondo che la libertà è un bene irrinunciabile. Anche a costo della vita. La stessa che i gazawi amano come poche altre comunità al mondo.

Gaza 6 aprile 2018

 

Refugees Welcome Italia – Invito a tutte le associazioni

Martedì 12 settembre – ore 17,00

Refugees Welcome Italia – Invito a tutte le associazioni “con la presente siamo felici di invitarvi ad un incontro (informale) di presentazione delle attività di Refugees Welcome Italia Onlus, l’associazione che promuove l’ospitalità in famiglia di rifugiate/i. Refugees Welcome Italia sta avviando la formazione dei team territoriali in tutto il paese, divulgando la metodologia di lavoro messa a punto e raffinata grazie a un costante lavoro di relazione e confronto con tutti i protagonisti delle esperienze: le famiglie, i rifugiati, gli attivisti e gli operatori delle associazioni. Dopo Roma, Milano, Bologna, Torino, Alessandria, Genova, Como, Cuneo, Padova, Modena, Reggio Emilia, Pesaro, Macerata, L’Aquila, Cagliari, Catania, Palermo, ora è la volta della Toscana. L’incontro, occasione di programmazione partecipata di possibili progetti e collaborazioni future, si terrà martedì 12 SETTEMBRE ALLE ORE 17 presso la Caffetteria della Biblioteca delle Oblate – Via dell’Oriuolo 26 Firenze

Quello che ho visto in Libia lo descriverei come l’incarnazione della crudeltà umana al suo estremo Il Comitato Fermiamo la Guerra e il Coordinamento Basta Morti nel Mediterraneo ricordano a TUTTI, SINGOLI E ASSOCIAZIONI, i prossimi importanti appuntamenti per andare avanti e rinforzare le nostre iniziative, chiamando a raccolta tutte le forze antirazziste, antifasciste fiorentine e toscane. I recenti provvedimenti e gli accordi stretti con la Libia dal governo italiano alimentano la catastrofe umanitaria sotto gli occhi di tutti: siamo gravemente responsabili delle torture, della morte, delle violenze subite in questo preciso momento da migliaia di esseri umani. Il clima di intolleranza, alimentato dalla campagna di disinformazione costante e martellante dei media, completamente allineati alle iniziative del governo italiano, cresce di giorno in giorno anche fra la gente comune. UNIAMOCI SEMPRE DI PIÙ e NON ARRETRIAMO! costruiamo tutti insieme le prossime iniziative, per creare MODELLI DI ACCOGLIENZA DIVERSI, per CHIEDERE SEMPRE CON MAGGIOR FORZA L’APERTURA DEI CORRIDOI UMANITARI, per INFORMARE CORRETTAMENTE l’opinione pubblica sugli ABUSI e le VIOLENZE DISUMANE che sono commesse in Libia con la connivenza e l’avallo del nostro governo.

NO AI TRENI DELLA MORTE

*Venerdì 2 giugno ore 10:30 davanti all'ingresso di Camp Darby*

 per dire: 

SI VUOLE COSTRUIRE UNA NUOVA LINEA FERROVIARIA PER POTENZIARE IL

COLLEGAMENTO TRA LA BASE USA DI CAMP DARBY E IL PORTO DI LIVORNO,

TRASPORTANDO ARMI ED ESPLOSIVI ATTRAVERSO UN TERRITORIO DENSAMENTE POPOLATO

Il progetto, presentato dalla Commissione mista costruzioni italo-statunitense, è stato approvato il 26 aprile dal Consiglio direttivo dell’Ente Parco Regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.

Esso prevede la realizzazione di una nuova linea ferroviaria che dalla Stazione di Tombolo porta ad un grande terminal all’interno di Camp Darby.

La nuova linea, integrata da un ponte girevole sul Canale dei navicelli,permette il transito di due treni al giorno.

Dopo l’allargamento della darsena interna alla base e i lavori per accrescere la navigabilità del Canale dei navicelli e dello Scolmatore,

si vuole ora potenziare anche il collegamento ferroviario tra la base Usa e il porto di Livorno.

La spesa per la sua realizzazione è a carico delle Ferrovie e degli Enti locali, ossia di noi contribuenti. Sulle nostre spalle già grava una spesa  militare che supera in media i 70 milioni di euro al giorno, pagati con denaro pubblico, destinata a crescere a circa 100 milioni a scapito delle spese sociali per il lavoro, la sanità e la scuola.

Dobbiamo cioè pagare per realizzare un collegamento ferroviario che permette di far transitare attraverso il nostro territorio maggiori carichi di armi Usa. Esse vengono inviate soprattutto in Medioriente per le guerre in Siria, Iraq e Yemen – per mezzo di grandi navi

statunitensi che fanno scalo ogni mese a Livorno.

Come conseguenza, il nostro territorio verrebbe ulteriormente militarizzato.

Crescerebbero allo stesso tempo i rischi per i suoi abitanti, dovuti al transito

di treni carichi di armi ed esplosivi in zone densamente popolate.

UN PROGETTO DI TALE PORTATA NON PUO’ PASSARE SULLE TESTA DI

NOI CITTADINI,FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE, DICIAMO NO

AI TRENI DELLA MORTE.

 

*Appuntamento Venerdì 2 Giugno alle 10:30 davanti all’ingresso della Base

di Camp Darby per un presidio / conferenza stampa*

 

Campagna Territoriale di Resistenza alla Guerra – Area PisaLivorno

 

Da Camp Darby (LI) armi Usa per la guerra in Siria e Yemen

 

Da Camp Darby armi Usa per la guerra in Siria e Yemen

Manlio Dinucci

Si chiama «Liberty Passion» (Passione per la Libertà). È una modernissima,

enorme nave statunitense di tipo Ro/Ro (progettata per trasportare veicoli e

carichi su ruote): lunga 200 metri, ha 12 ponti con una superficie totale di

oltre 50000 m2, sufficienti al trasporto di un carico equivalente a 6500

automobili.

La nave, appartenente alla compagnia statunitense «Liberty Global

Logistics», ha fatto il suo primo scalo il 24 marzo nel porto di Livorno.

Prende così via ufficialmente un collegamento regolare tra Livorno e i porti

di Aqaba in Giordania e Gedda in Arabia Saudita, effettuato mensilmente

dalla «Liberty Passion» e dalle sue consorelle «Liberty Pride» (Orgoglio di

Libertà) e «Liberty Promise» (Promessa di Libertà). L’apertura di tale

servizio è stata celebrata come «una festa per il porto di Livorno».

Nessuno dice, però, perché la compagnia statunitense abbia scelto proprio lo

scalo toscano. Lo spiega un comunicato dell¹Amministrazione marittima Usa (4

marzo 2017): la «Liberty Passion» e le altre due navi, che effettuano il

collegamento Livorno-Aqaba-Gedda, fanno parte del «Programma di sicurezza

marittima» che, attraverso una partnership tra pubblico e privato, «fornisce

al Dipartimento della difesa una potente, mobile flotta di proprietà

privata, con bandiera ed equipaggio statunitensi». Le tre navi hanno

ciascuna «la capacità di trasportare centinaia di veicoli da combattimento e

da appoggio, tra cui carrarmati, veicoli per il trasporto truppe, elicotteri

ed equipaggiamenti per le unità militari».

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