NO AI TRENI DELLA MORTE

*Venerdì 2 giugno ore 10:30 davanti all'ingresso di Camp Darby*

 per dire: 

SI VUOLE COSTRUIRE UNA NUOVA LINEA FERROVIARIA PER POTENZIARE IL

COLLEGAMENTO TRA LA BASE USA DI CAMP DARBY E IL PORTO DI LIVORNO,

TRASPORTANDO ARMI ED ESPLOSIVI ATTRAVERSO UN TERRITORIO DENSAMENTE POPOLATO

Il progetto, presentato dalla Commissione mista costruzioni italo-statunitense, è stato approvato il 26 aprile dal Consiglio direttivo dell’Ente Parco Regionale Migliarino San Rossore Massaciuccoli.

Esso prevede la realizzazione di una nuova linea ferroviaria che dalla Stazione di Tombolo porta ad un grande terminal all’interno di Camp Darby.

La nuova linea, integrata da un ponte girevole sul Canale dei navicelli,permette il transito di due treni al giorno.

Dopo l’allargamento della darsena interna alla base e i lavori per accrescere la navigabilità del Canale dei navicelli e dello Scolmatore,

si vuole ora potenziare anche il collegamento ferroviario tra la base Usa e il porto di Livorno.

La spesa per la sua realizzazione è a carico delle Ferrovie e degli Enti locali, ossia di noi contribuenti. Sulle nostre spalle già grava una spesa  militare che supera in media i 70 milioni di euro al giorno, pagati con denaro pubblico, destinata a crescere a circa 100 milioni a scapito delle spese sociali per il lavoro, la sanità e la scuola.

Dobbiamo cioè pagare per realizzare un collegamento ferroviario che permette di far transitare attraverso il nostro territorio maggiori carichi di armi Usa. Esse vengono inviate soprattutto in Medioriente per le guerre in Siria, Iraq e Yemen – per mezzo di grandi navi

statunitensi che fanno scalo ogni mese a Livorno.

Come conseguenza, il nostro territorio verrebbe ulteriormente militarizzato.

Crescerebbero allo stesso tempo i rischi per i suoi abitanti, dovuti al transito

di treni carichi di armi ed esplosivi in zone densamente popolate.

UN PROGETTO DI TALE PORTATA NON PUO’ PASSARE SULLE TESTA DI

NOI CITTADINI,FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE, DICIAMO NO

AI TRENI DELLA MORTE.

 

*Appuntamento Venerdì 2 Giugno alle 10:30 davanti all’ingresso della Base

di Camp Darby per un presidio / conferenza stampa*

 

Campagna Territoriale di Resistenza alla Guerra – Area PisaLivorno

 

Da Camp Darby (LI) armi Usa per la guerra in Siria e Yemen

 

Da Camp Darby armi Usa per la guerra in Siria e Yemen

Manlio Dinucci

Si chiama «Liberty Passion» (Passione per la Libertà). È una modernissima,

enorme nave statunitense di tipo Ro/Ro (progettata per trasportare veicoli e

carichi su ruote): lunga 200 metri, ha 12 ponti con una superficie totale di

oltre 50000 m2, sufficienti al trasporto di un carico equivalente a 6500

automobili.

La nave, appartenente alla compagnia statunitense «Liberty Global

Logistics», ha fatto il suo primo scalo il 24 marzo nel porto di Livorno.

Prende così via ufficialmente un collegamento regolare tra Livorno e i porti

di Aqaba in Giordania e Gedda in Arabia Saudita, effettuato mensilmente

dalla «Liberty Passion» e dalle sue consorelle «Liberty Pride» (Orgoglio di

Libertà) e «Liberty Promise» (Promessa di Libertà). L’apertura di tale

servizio è stata celebrata come «una festa per il porto di Livorno».

Nessuno dice, però, perché la compagnia statunitense abbia scelto proprio lo

scalo toscano. Lo spiega un comunicato dell¹Amministrazione marittima Usa (4

marzo 2017): la «Liberty Passion» e le altre due navi, che effettuano il

collegamento Livorno-Aqaba-Gedda, fanno parte del «Programma di sicurezza

marittima» che, attraverso una partnership tra pubblico e privato, «fornisce

al Dipartimento della difesa una potente, mobile flotta di proprietà

privata, con bandiera ed equipaggio statunitensi». Le tre navi hanno

ciascuna «la capacità di trasportare centinaia di veicoli da combattimento e

da appoggio, tra cui carrarmati, veicoli per il trasporto truppe, elicotteri

ed equipaggiamenti per le unità militari».

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L’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e villaggi del Rojava

Giriamo un comunicato diffuso dall'Associazionismo Curdo

Annuncio urgente

L’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e villaggi del Rojava

Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan).

Secondo le ultime informazioni, 26 aerei da guerra turchi hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. Il bombardamento è ancora in corso.  Si è saputo che prima dell’operazione aerea, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione.

Molti civili curdi e combattenti curdi sono stati uccisi o sono rimasti feriti

La scorsa notte aerei da guerra turchi hanno bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik.  In relazione all’attacco, il comandante generale delle YPG ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha fatto appello alla popolazione del Rojava perché insorga per difendersi. La dichiarazione delle YPG recita; “Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.”

“Noi come Unità di Difesa del Popolo” continua la dichiarazione “ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”

Il Terrorismo di Stato turco e le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio.

Il co-presidente del PYD ha affermato che attacchi aerei del genere vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS. Per questo, ha proseguito, le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione. Ha anche aggiunto; “Loro [gli aerei da guerra turchi] attaccano una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”

La Turchia vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa

L’Assemblea Siriana Democratica (MSD) in una dichiarazione ha affermato che un attacco del genere servirà solo a rafforzare la loro determinazione contro il terrorismo.

La dichiarazione della MSD recita come segue: Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.

Vogliamo una casa e una vita dignitosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’incendio dell’ Ex-Aiazzone e la morte di Alì hanno messo in luce le reali condizioni di vita dei migranti in Italia ed il fallimento di un intero modello di accoglienza, anche del tanto millantato modello Toscano. Un vero e proprio “sistema” con cui ingenti risorse pubbliche vengono dirottate nelle tasche delle solite cooperative senza dare alcun tipo di soluzione ai migranti.

Durante questi giorni di proteste, gli ex abitanti di Aiazzone, hanno preteso risposte e soluzioni differenti da quelle indegne proposte dalle istituzioni, dal Comune alla Città metropolitana passando dal Prefetto e la Regione Toscana. Più volte sono stati caricati sotto il palazzo della prefettura, mentre chiedevano di partecipare al tavolo che avrebbe deciso delle loro vite. La sordità delle istituzioni ha portato il Cosp di sabato, riunito a porte chiuse e blindato dalla polizia, a riproporre le stesso ed identico modello di accoglienza – temporanea ed indegna – che ha prodotto la tragedia dell’ex-Aiazzone. Soluzioni come quelle relative all’ “emergenza freddo” rifiutate in blocco dei rifugiati perché destinate a farli sprofondare nelle medesima situazione attuale tra poche settimane, dopo essere stati utilizzati per l’ennesima volta come vero e proprio strumento di business per le cooperative che gestiscono queste strutture.
La protesta dei rifugiati somali si è scagliata contro quello stesso modello di “welfare privato” che il PD propone come unica risposta sociale all’emergenza abitativa. E’ un intero “sistema”, infatti, che deve essere messo denunciato e contrastato affinché venga messo definitivamente in discussione.

Martedì 24 gennaio alle 18.00 si terrà un assemblea pubblica allo stabile di via Spaventa occupato dai rifugiati somali, una tappa da condividere verso la costruzione di una

GRANDE MANIFESTAZIONE da tenere sabato 28 gennaio che rimetta al centro il diritto per tutti ad UNA CASA E UNA VITA DIGNITOSA.

“per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”

VENERDI’ 28 OTTOBRE-  ATENEO LIBERTARIO BORGO PINTI 50 r FIRENZE

Ho sempre pensato che fosse necessario anche confrontarsi e trarre ispirazione anche da esperienze molto lontane da noi, per poter trovare soluzioni alle contraddizioni che viviamo quotidianamente. Secondo me è necessario comprendere e combinare tra loro diversi punti di vista per ottenere una comprensione generale e profonda, che a sua volta porti ad una pratica finalizzata ad un miglioramento reale della situazione in cui viviamo. È proprio per questo che penso che le vite e le esperienze di donne non molto lontane possano contribuire al dibattito riguardo come costruire il nostro futuro, ed è appunto per questo che le ho raccontate in un libro.

Viaggiando, quindi, si impara. E credo di avere imparato alcune cose (poche, ma pur sempre qualcosa), trascorrendo più di un anno e mezzo in Rojava.

Ho respirato una lotta contro il sistema che ci vuole schiave1, e che usa come primo strumento per farci schiave quello di metterci una contro l’altra, di farci l’una all’altra nemiche. Ho compreso come la migliore difesa contro di questo sia l’amore: è per questo che ho intitolato il libro che ho scritto “per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”. Uno degli scopi principali di questa lotta è ricomporre la società che il capitalismo vuole distruggere, fare in modo che gli esseri umani si incontrino, ed apprendere assieme come fare a risolvere problemi comuni in maniera collettiva: è per questo che esistono le komine, cellula di base del confederalismo democratico, e tutte le altre assemblee e luoghi di incontro.
Il contrario di capitalismo è società, perché il capitalismo distrugge la società e perché una rete sociale più forte degli interessi personali è antidoto al capitalismo. Nel momento in cui contribuiamo a costruire muri, a mettere distanze tra persone e gruppi, non siamo quindi altro che schiave del sistema.

Ho visto quanto sia importante non chiudere il proprio pensiero e le proprie azioni dentro a dogmi limitanti, come sia importante liberarsene per sperimentare strade nuove. Ho visto come i dogmi con cui cresciamo possono impedirci di comprendere tutto quello che non riusciamo ad incasellare nelle nostre griglie preconcette. Ho anche compreso quanto difficile sia liberarsi di queste letture cariche di pregiudizi che ci impediscono di librarci in aria, ho visto quanto dolore e rabbia possa portare questa lotta interiore per imparare a volare, e quanto splendido e grandioso sia poi il volo. Ho osservato le rotture che può portare rinnegare sé stesse, e in questo senso deve essere chiaro che rompere con i dogmi non significa rinnegare la propria storia: chi rinnega sé stessa e la propria identità non è in grado di volare.

Soprattutto, in Rojava, ho visto che è possibile creare qualche cosa di diverso. Che raccontano bugie quando vogliono farci credere che il mondo capitalista sia l’unica possibile soluzione ai bisogni della gente, o che lo Stato sia l’unica possibile forma di organizzazione. Ho visto che realmente la società può organizzarsi senza uno Stato, che si può dare a ciascuna secondo i suoi bisogni senza necessità dell’accumulazione di capitale. Ho capito che è una strada difficile da percorrere, che in ogni momento è necessario fare autocritica, e non pensare che tutto sia chiaro limpido e incontrovertibile: perché i tranelli sono moltissimi, e dobbiamo essere vigili per non cadere o forti per rialzarci. Ho visto però che una forma di organizzazione sociale diversa e più umana è possibile, è necessaria: sono convinta che sarà il nostro futuro.

Ho poi osservato l’importanza della bellezza. Parafrasando una vecchia frase, “se non c’è bellezza, non è la nostra rivoluzione”. La bellezza è necessaria quanto l’aria che respiriamo, perché la bellezza non è solo la meta, ma soprattutto la strada.

Ho quindi riportato un pezzo di quello che ho imparato in Rojava in questo libro, trascrivendo i racconti delle donne che descrivevano la propria vita. Verrà data voce alle donne del Rojava, sarano loro a raccontare, non io. Ho messo nero su bianco poi alcune delle domande che secondo me questo pezzo di mondo ci pone, senza pensare di aver trovato qui la Verità, ma una realtà da cui è necessario prendere spunti, perché ci pone domande critiche su quello che stiamo costruendo, ci obbliga a riflettere su cosa ci spinge in una certa direzione. Perché non siamo guardiane di braci, che cercano di fare in modo che non si spengano del tutto: siamo invece fuoco ardente, in grado di diffondersi e scaldare ed illuminare il presente ed il futuro.

Nel libro ci sono alcune donne che raccontano la loro storia, come vivevano prima della rivoluzione, come partecipano alla realizzazione di una società democratica, e quali cambiamenti ci sono stati nella loro vita. Queste storie sono intervallate da alcune brevi riflessioni, non volte a portare soluzioni quanto a porre quesiti: che domande pone a noi la rivoluzione del Rojava? Quasi certamente questo testo è incompleto, molto probabilmente si potrebbe fare di più, ma sicuramente è un inizio, un sasso nel lago. Senza pretese, un contributo al dibattito.

Non troverete questo libro nelle librerie, solo nelle presentazioni che verranno organizzate, o al massimo in qualche “banchetto” di compagne. Perché? Perché questo libro è uno strumento, un canale per poterci conoscere, un laccio per avvicinarci. Non serve leggerlo da sole chiuse nella corazza proprio isolamento. Incontriamoci, discutiamone, critichiamoci a vicenda. E facciamo fiorire nuove idee, senza dimenticare le vecchie o rinnegare la storia che ci ha portate ad essere quello che siamo.
Insieme.

 SILVIA

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

«La ditta Rwm Italia ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente». I dati sulle esportazioni degli armamenti made in Italy sono opachi ma dalla ministra della Difesa Pinotti arriva la conferma indiretta del nostro coinvolgimento nelle stragi dei civili

di Giorgio Beretta (*)

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82).

 

Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.

 

Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama).

 

La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».

 

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L’Italia è in guerra in Libia

L’Italia è in guerra in Libia

 Ippocrate, la chiamano così questa guerra definita “sanitaria-militare”. Ippocriti

 

Angelo Del Boca: «L’Italia è in guerra in Libia»

- Tommaso Di Francesco, 14.09.2016
Intervista. Lo storico italiano: «Il governo può chiamarlo
sanitario-militare ma è un intervento di soldati a terra. Ci infiliamo dentro la seconda guerra civile libica, in un imbuto rischioso e senza fine»
Abbiamo rivolto alcune domande sull’attuale crisi libica e sul ruolo dell’Italia ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italianio, esperto di Libia e di Africa e
autore tra l’altro di una biografia di Gheddafi.
Ieri alla camere, la ministra della difesa Pinotti e il ministro degli
esteri Gentiloni hanno presentato il piano del governo sulla Libia, subito operativo.

(D) Il Parlamento è ridotto ad ascoltatore, non decide nulla. E la portaerei Garibaldi con il suo carico è già partita.
Interverremo in Libia con una missione «sanitaria-militare» che si
chiama Ippocrate, con «60 sanitari tra medici e personale infermieristico» ma con «135 uomini a supporto logistico e 100 parà» della Folgore, più i droni e i cacciabombadieri
della base di Trapani, più la portaerei Garibaldi. Che ne pensi?
Direi che siamo in guerra e stavolta con i soldati sul terreno, non si tratta più solo di raid dall’alto dei cieli. E un intervento sanitario dovrebbe essere caratterizzato da
una presenza militare più che ridimensionata, assolutamente diversa e di supporto. Qui è proprio il contrario: i militari appaiono predominanti.

(R) In genere si comincia così, poi si aggiungono sempre altri soldati.
Che cosa è accaduto perché si arrivasse a questa decisione, in qualche
modo annunciata e che diventa operativa nel momento, ci pare, peggiore visto che in Libia
è sempre più caos e guerra civile?
È accaduto che la battaglia di Sirte non sta andando come si immaginava.
Da più di un mese la città è data, anche dai media, per caduta e nelle mani delle truppe fedeli a Tripoli, e invece le milizie dello Stato islamico non cedono.

Si è sottovalutato la struttura quasi blindata della città, costruita così da
Gheddafi come la nuova Tripoli ma turrita e di cemento.
Tra l’altro continuiamo a presentare le milizie di Misurata che combattono a Sirte come l «esercito libico», quando sono solo alleate del governo di Al Serraj, ora internazionalmente riconosciuto anche dall’Onu, un governo che non controlla nemmeno tutta la Tripolitania  e che si è insediato solo per chiedere l’intervento internazionale e perché vuole l’unità nazionale.
Probabilmente è il peggior momento anche per Serraj.

(D) Qual è la situazione sul terreno e quali schieramenti  si contrappongono?
Dall’inizio di agosto è cominciata una nuova fase della guerra. In appoggio a Serraj sono intervenuti anche gli Stati uniti con massicci bombardamenti aerei che, vista la
struttura della città di Sirte, a quanto pare non hanno sortito l’effetto definitivo, nonostante le tante perdite dell’Isis.

Misurata, dove arrivano centinaia di feriti, morti e  vittime dei combattimenti, è
sempre più in prima linea, non è solo una retrovia di  intelligence, vettovaglie, addestramento, ospedali.
È iniziata ora la fase concreta della spartizione della Libia. Perché
intanto, dall’altra parte, la Francia, che ha mire sulla Cirenaica e sul Fezzan collegato alle crisi africane di Mali, Ciad e Niger,

(R)Insieme all’Egitto di Al Sisi, tanto esaltato da Matteo Renzi, stanno  appoggiando anche militarmente il generale Khalifa Haftar, il leader militare del governo di Tobruk.
Che non riconosce quello di Tripoli e che rivendica il fatto che, un anno fa, era proprio
l’esecutivo della capitale della Cirenaica ad essere riconosciuto dalla comunità internazionale che diffidava degli islamisti al potere a Tripoli.
Proprio in questi giorni il generale Haftar, mentre continua a bombardare Derna in mano alle milizie di Al Qaeda, è all’attacco e sta conquistando città e porti  petroliferi
libici decisivi per la continuazione della guerra e del controllo futuro della Libia. Come di ogni possibile trattativa diplomatica sul campo. Ecco perché inviare ora tanti soldati a copertura di una esigua missione sanitaria vuol dire partecipare alla seconda guerra civile libica, infilarci dentro un imbuto rischioso e senza fine.
Ma il governo italiano sostiene che l’invio dei nostri soldati è un «obbligo morale» perché non possiamo permettere che al di là delle sponde del Mediterraneo si
rafforzi lo Stato islamico
È un’affermazione perfino giustificabile. Se non ci fosse di mezzo il piccolo particolare davvero immorale: che l’Italia con i partner della Nato, in primis la Francia e
in seguito gli Stati uniti, sono  responsabili del disastro dello Stato libico. Qualcuno dovrà prima o poi ammettere ufficialmente il fallimento dell’intervento militare internazionale della Nato nel 2011 che abbatté Gheddafi garante
almeno dell’unità del Paese. E che, pochi  giorni prima di venire ucciso,
ammoniva che se fosse stato eliminato lui allora sarebbero arrivati i veri nemici integralisti dell’Occidente.
Siamo in guerra. Stavolta non la chiamano umanitaria ma sanitaria-militare, «Ippocrate», c’è una evoluzione. La chiamassero come vogliono, di fatto stiamo partecipando
della spartizione della Libia e delle sue preziose fonti petrolifere.

© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE
http://ilmanifesto.info/angelo-del-boca-litalia-e-in-guerra-in-libia/

 

 

24 luglio fiaccolata per la pace

 

L’Associazione Tiravento  invita tutti a partecipare alla “Fiaccolata” da Panzano a Greve in programma Domenica 24 luglio e promossa con “Greve per la Pace”.
Una camminata per chiedere che si fermino in ogni parte del mondo le guerre, le violenze, il terrorismo e il razzismo.
Per un’Europa che superi muri, paure e divisioni e scelga prima di tutto il dialogo, la solidarietà e l’accoglienza.

PROGRAMMA
Ore 18:30  Piazza Bucciarelli a Panzano in Chianti
Laboratorio “per la pace” per tutti i bambini


ore 19:00  Piazza Bucciarelli a Panzano in Chianti
Musica, distribuzione delle fiaccole e partenza per la camminata

Ore 21:00 Piazza Matteotti a Greve in Chianti
Arrivo della fiaccolata e incontro con tutta la comunità

Seguiranno musica, video, interventi
Alle 23:00  servizio bus gratuito per rientrare a Panzano
(gentilmente offerto da Stedop di Greve in Chianti)

Hanno aderito:
Arci di Greve, Panzano,  Montefioralle,  Chiocchio, Associazione culturale islamica Greve, Associazione culturale Tiravento, Associazione Il Grondino Panzano, Associazione Le nostre mani per gli altri, Associazione Mulino di Botti, Associazione Al di là del Giordano, AVG, Avis Strada, Biblioteca di Strada, CGIL  Zona Chianti, Comitato cittadini del Ferrone, Comunità Eremo delle Stinche, Cooperativa Italia Nuova Greve, Cooperativa sociale La Stadera, Croce Rossa Greve e  Strada, Federazione Calcistica Panzano, Filarmonica G. Verdi Panzano, Legambiente Circolo Chianti Fiorentino, Medicina Democratica sez. Mirabelli Firenze, Il Paglialio mercato biologico, Istituto Comprensivo Greve in Chianti, Operazione Mato Grosso, Parrocchia Greve, Parrocchia Panzano, Parrocchia S.Polo, Proloco Panzano e Proloco S. Polo, Pubblica Assistenza S. Polo, Società Mutuo Soccorso Greve, Spi Lega Greve e Strada
La manifestazione  ha ricevuto il patrocinio del Comune di Greve.


Vi aspettiamo… e grazie se potete diffondere l’invito!
https://www.facebook.com/events/1769901146557434/

info: 338 788 8401

SIAMO IN GUERRA!

 

 

12 MARZO 2016 mobilitazione davanti alla base militare di Camp Darby; ritrovo ore 11,00 davanti all’ingresso della base 

18 MARZO 2016 partecipazione alla manifestazione indetta dal sindacalismo di base contro la guerra; concentramento ore 9.30 in piazza Dalmazia

21 MARZO 2016 ore 21.00 ASSEMBLEA CITTADINA presso la facoltà di Scienze Politiche del polo universitario di Novoli, via delle Pandette 2 

Sì, siamo in guerra. Solo Renzi e Mattarella fanno finta di niente mentre armano aerei, usano decine di basi militari e tengono vertici di guerra.

 Invece sì, siamo in guerra, una guerra che da anni ormai attraversa il medio oriente, l’Europa orientale, i mari cinesi, che è arrivata a Parigi e Londra. La guerra e l’uso della forza militare sono oggi il principale strumento di politica internazionale. Interessi vari e diversi, protagonisti globali e potenze locali cozzano tra sé e travolgono quelle regioni in una spirale di lutti e sofferenze immani; gli interessi in gioco sono quelli delle classi dirigenti: petrolio, gas, vendita di armi, tratta di esseri umani.
L’Italia è impegnata da anni sia in conflitti gestiti dalla NATO – a guida USA – sia nelle avventure geopolitiche promosse in seno all’UE. Adesso si profila un ulteriore intervento militare, ancora più pesante, con un possibile intervento in Libia sotto guida italiana.
I mostri evocati da queste politiche imperialiste stanno portando gli incubi della guerra anche nei nostri paesi. Il protagonismo neocoloniale francese è sicuramente connesso con gli attacchi subiti a Parigi e le piccole smanie del governo italiano potrebbero evocare analoghi disastri nelle nostre città; i “nostri” lutti non sono più importanti di quelli altrui, ma è bene che l’opinione pubblica si risvegli e sappia che anche il nostro governo sta portandoci la guerra in casa.
Mentre si preparano altre guerre, si continuano a tagliare le spese sociali, la sanità, la scuola, i servizi di ogni tipo, ma non le spese militari. Solo per il mantenimento della basi NATO in Italia occorrono 50 MILIONI al GIORNO. La legge di stabilità 2015 prevede per l’anno venturo quasi 18 miliardi di spese militari, di cui oltre 5 miliardi per l’acquisito di nuovi armamenti. E questo accade in tutti i paesi della Unione Europea, che è pienamente investita dall’arco di crisi che va dall’Ucraina alla Siria; in ben 31 Paesi europei si stima in media un aumento delle spese militari nel 2016 pari all’8,3 per cento rispetto al 2015.
Come oppositori a queste politiche di guerra crediamo sia necessario denunciare:

 

  • l’impoverimento che queste scelte di guerra causano alle classi subalterne,
  • le politiche di riarmo sono anche di concentrazione di ricchezza e di smantellamento dei residui di welfare,
  • la militarizzazione della vita e dei territori
  • la presenza di ordigni nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano
  • le armi atomiche sono presenti in Medio Oriente: Israele, Pakistan e Arabia Saudita le possiedono e quest’ultima ne minaccia l’uso, in una situazione di pericolosa estensione dei conflitti,
  • che l’esodo enorme verso l’Europa di tanti profughi è figlio diretto delle scelte politiche di guerra,
  • che l’emergenza, la paura, il caos sono strumenti per demolire anche quel poco che resta di una falsa democrazia liberale; un autoritarismo sempre più pervasivo sta diventando la norma in ogni luogo,
  • che esistono forme di resistenza e autogoverno che possono indicare una via per uscire dal disastro globale; dalle sinistre popolari arabe e palestinesi agli esempi del movimento curdo legato al PKK


Assemblea Fiorentina contro la Guerra e la NATO

 

Le bombe che dall’Italia vanno in Arabia Saudita

Le bombe che dall’Italia vanno in Arabia Saudita

Il primo a far circolare le immagini è stato il deputato sardo Mauro Pili. Ha documentato il viaggio delle bombe che, uscite dalla fabbrica di Domusnovas, vengono caricate su navi e aerei alla volta dei paesi arabi, molto probabilmente l’Arabia Saudita, per essere poi utilizzate, là, nei bombardamenti.

Ipocrisia; tremenda, tragica ipocrisia. È la prima parola che viene alla mente seguendo quanto è accaduto e continua ad accadere. «Il carico era di mille bombe. Secretato, nascosto. Un’operazione che avevano deciso di nascondere. Abbiamo intercettato i camion carichi di bombe appena usciti dalla fabbrica tedesca di Domusnovas. Hanno attraversato la Sardegna sino ad arrivare ad Olbia. E poi la partenza per l’Arabia Saudita, forse un nuovo volo. Hanno voluto evitare di mostrare il nuovo carico di morte e hanno scelto di fare il trasbordo altrove». Sono le parole che il deputato sardo di Unidos, Mauro Poli, consegna al suo profilo Facebook e poi ai media che lo interpellano. Ha pubblicato immagini e video, prove di fronte alle quali il governo non può che tacere o borbottare giustificazioni imbarazzanti. «Tutto secondo la legge» ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. «Si tratta di una fabbrica tedesca che produce in Italia – ha dichiarato– La produzione può essere svolta e l’esportazione può essere fatta. Per quanto riguarda le autorizzazioni è tutto regolare, altrimenti non partirebbero in visibilità come fanno». Che bella maschera anche stavolta la legge, un velo di ipocrisia formale dietro cui nascondersi. Fa comodo, anche perchè c’è quando serve e può calpestata (da pochi eletti) quando non serve più.

Dietro la legge che santifica il commercio di armi, ci sono le «micidiali bombe Mk83 prodotte dallo stabilimento tedesco a Domusnovas” ha spiegato Pili. «Quelle stesse bombe  - dice Pili – hanno già provocato la morte di oltre 400 bambini nello Yemen dove l’Arabia Saudita sta conducendo un vero e proprio attacco distruttivo che sta devastando le popolazioni civili. Tutto questo traffico di morte dalla Sardegna sta avvenendo con l’avallo del governo italiano. A tutto questo si aggiunge che questo acquisto, condannato personalmente dal numero uno dell’Onu, è stato avallato dal governo americano che ha dato il suo via libera al rifornimento di armi all’Arabia Saudita. Il 16 novembre scorso a Washington il Dipartimento di Stato ha adottato una decisione che approva la vendita al governo dell’Arabia Saudita di munizioni aria-terra ed equipaggiamento associato, parti e supporto logistico per un costo stimato di un miliardo e 290 milioni di dollari. A pochi giorni dal visto americano – ha concluso – è stato dato il via libera all’operazione di trasbordo di 2000 bombe Mk83 dalla Sardegna».

di Redazione - 23 Novembre 2015

MA IL NOSTRO GOVERNO DA CHE PARTE STA ?

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