GIUSTIZIA ED EGUAGLIANZA CONTRO IL RAZZISMO

Giustizia ed eguaglianza contro il razzismo:

il 21 ottobre tutte/i a Roma

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi. Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la “colpa” di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali. Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso di insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni. Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna.

Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.

Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza.

Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari.

Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà.

Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere situazioni di irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo.

Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo. Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’UE. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali.

Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Per adesioni: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com

 

 

Via Spaventa, Lotta per la casa: “No allo sgombero, vogliamo soluzioni abitative”

Via Spaventa, Lotta per la casa: “No allo sgombero, vogliamo soluzioni abitative”

FIRENZE – “Apprendiamo della possibilità di un così detto ‘sgombero per motivi di sicurezza’ della struttura occupata di via Spaventa, un escamotage della proprietà per liberarla e poi venderla, che noi insieme ai rifugiati che vivono qui non accettiamo.” Lo ha detto Luca Toscano, rappresentante del Movimento fiorentino di Lotta per la Casa oggi durante una conferenza stampa indetta proprio nei locali dello stabile occupato dedicata a “lo stato di salute delle politiche di accoglienza”.

Il fallimento delle politiche di accoglienza attuate negli ultimi anni è una realtà innegabile – continua Toscano – e i così detti ‘sgomberi umanitari’ non esistono e non sono la soluzione. La storia delle occupazioni si può risolvere in un solo modo, ovvero con politiche che garantiscano una soluzione abitativa stabile e dignitosa a queste persone”.

Nella struttura di proprietà dei gesuiti sono ospitate attualmente circa 130 persone, quasi tutti somali reduci sia dall’occupazione dello stabilimento ex Aiazzone all’Osmannoro, nel cui incendio a gennaio scorso perse la vita una persona, che dello sgombero risalente a poche settimane fa di via Luca Giordano.

All’incontro era presente anche Giuseppe De Mola rappresentante di Medici Senza Frontiere, che ha ribadito l’importanza delle politiche di inclusione anche come preventivo di situazioni come quella via Spaventa: “Monitoriamo queste situazioni in tutta Italia, si tratta di persone sono spesso regolari ed in qui da molti anni. Il problema nasce da come si fa l’accoglienza in questo paese, situazioni come questa sono infatti frutto dell’assenza di politiche di integrazione adeguate”

 

fonte: Novaradio città futura

L’ipocrisia al potere: punire le vittime, non i carnefici

 

 

L’ipocrisia al potere: punire le vittime, non i carnefici *

Il Governo italiano ha varato, con l’approvazione del Parlamento, una missione navale nel Mediterraneo a supporto della Guardia Costiera libica nelle operazioni di intercettazione e respingimento dei migranti che dalla Libia cercano di raggiungere le nostre coste. Quelle persone partono dalla Libia ma non sono libiche, provengono per lo più da altri paesi (Gambia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio), da cui sono fuggite perché le condizioni di vita sono intollerabili: cercano un paese che rispetti il loro diritto ad una vita sicura e dignitosa.

Ai primi di luglio Oxfam, Borderline Sicilia, MEDU e Amnesty International hanno reso pubblica la situazione che i migranti subiscono in Libia, testimoniata da interviste di donne e uomini che sono riusciti a sbarcare in Italia dopo viaggi che sono calvari: carcere, torture, schiavitù, sistematiche

violazioni dei diritti umani…commesse da trafficanti di esseri umani, bande criminali e milizie locali che operano con la connivenza della polizia e della Guardia Costiera libica…

Dati e testimonianze sono stati pubblicati su vari organi di stampa e se ne è parlato (magari di sfuggita) sui media; del resto non è la prima volta che dalla Libia ci arrivano questi racconti, prima ancora degli accordi criminali fra Berlusconi e Gheddafi, accordi portati avanti dai governi che si sono succeduti in seguito. Nessuno li ha mai messi in discussione, come nessuno si domanda che vita fanno i rifugiati segregati in Turchia a caro prezzo.

La missione navale viene varata accanto al nuovo Codice di Condotta imposto da Minniti e il cui obiettivo è quello di impedire alle ONG che operano nel Mediterraneo di intervenire nel salvataggio dei migranti. Dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, solo la presenza delle ONG ha impedito che le stragi in mare diventassero quotidiane.

Nel provvedimento si parla di centri di raccolta in Libia sotto il controllo dell’UNHCR o dell’OIM, ma questi centri non esistono, al momento, e queste organizzazioni non sono neanche presenti sul territorio libico: dal momento in cui le forze armate italiane riconsegneranno i barconi nelle mani della Guardia Costiera libica, dobbiamo sapere che quelle persone

finiranno certamente nelle carceri libiche o nelle mani di altri

trafficanti o di bande criminali.

Spenderemo nove milioni al mese per consegnare alla tortura, alla schiavitù, alla morte centinaia di migliaia di persone: questa è la nostra missione.

In un clima politico estremamente confuso e incerto, l’invio di navi militari italiane nel Mediterraneo rappresenta oltre tutto un rischio concreto di conflitto; l’”accordo” sarebbe col governo Sarraj, ma le forze in campo in Libia sono molto più numerose, e si contendono il controllo del territorio: come si comporterebbe il contingente italiano nel caso che qualcuna delle parti in campo non gradisse la sua presenza nelle acque territoriali libiche?

Nonostante i rapporti e le testimonianze, il governo italiano, come l’Europa, fa finta di non conoscere la reale situazione dei migranti in Libia, fa finta di non sapere che è una situazione (quella sì) di vera emergenza, una questione di vita e di morte, di fronte alla quale la priorità assoluta non può essere che aiutare le persone ad uscirne.

La verità è che le persone che gremiscono i barconi per l’Europa sono solo scarti, e scarti fastidiosi delle politiche colonialiste e neo-colonialiste, politiche che tuttora muovono le potenze europee, e su cui l’Italia cerca di rincorrere la Francia, dopo il brillante progetto francese di creare degli hotspots in territorio libico. Strutture che si sono già ampiamente dimostrate inefficaci anche sul nostro territorio e

nelle quali i diritti umani e il diritto internazionale non vengono rispettati.

Tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani indicano una sola strada per lottare efficacemente contro i trafficanti e per salvare la vita e la dignità delle persone: corridoi umanitari che permettano ai migranti di arrivare in sicurezza in una terra più sicura di quella da cui fuggono.

Contro il comportamento vergognoso del governo italiano e dell’Unione Europea che calpestano fondamentali diritti umani invitiamo alla mobilitazione e alla solidarietà concreta con i richiedenti asilo e con chi li salva e li aiuta.

*Rete Antirazzista Fiorentina*

*Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra*

*Coordinamento Basta Morti nel Mediterraneo*

IL CASO DI S.

IL CASO DI S.
«Ancora una volta assistiamo alla totale follia della normativa italiana e comunitaria per la gestione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti»

un report di Luca Cumbo

S. nasce nelle campagne del sud del Marocco nel 1990. Arriva minorenne a Palermo, con due fratelli più piccoli, per ricongiungersi al padre, venditore ambulante da vent’anni in Sicilia e del quale oggi non si hanno più notizie.

Dopo un periodo di convivenza estremamente problematica col padre, S. si trasferisce prima da amici e poi in un centro d’accoglienza palermitano, mentre i due fratellini venivano affidati a due comunità dal Tribunale dei minori di Palermo.

Dal 2010 collabora volontariamente con il Centro Astalli di Palermo come operatore e come mediatore culturale, mettendosi generosamente a disposizione degli altri migranti.

Nel 2011 S. trova lavoro in un’impresa edile, quest’esperienza si rivela pesante: con il miraggio di un’assunzione, viene sfruttato e mal pagato per un lavoro duro, talvolta pericoloso e in nero.

Nel frattempo S. consegue la licenza media con ottimi voti e si iscrive con grande motivazione alla scuola superiore dove si diploma nel 2016, dopo cinque anni di impegno, non solo per le difficoltà linguistiche e per gli orari scolastici serali ma anche perché già dall’autunno 2011 si manifestano i primi sintomi della sua patologia psichiatrica, una psicosi paranoidea, che il ragazzo fatica ad accettare. Da questo momento in poi sarà seguito presso i servizi di salute mentale di Palermo.

Gli anni del liceo sono intervallati da ricoveri volontari; pur con qualche con difficoltà S. segue la propria terapia.

Nel 2014 il ragazzo subisce un travagliato TSO: egli stesso, convinto di essere vittima di persecuzione e minacce, chiama impaurito la polizia. Gli agenti lo trovano in stato di agitazione e reputano opportuno un intervento sanitario coatto. Durante quel T.S.O, avvenuto in maniera spropositatamente violenta – viene contenuto fisicamente dagli agenti e dagli infermieri “ex manicomiali” – S. non capisce, si dimena, oppone resistenza e per questo viene denunciato.

Dopo un lungo periodo di degenza al reparto di psichiatria di un ospedale palermitano, nel quale S. rimane per i primi giorni legato alle caviglie e ai polsi, viene tentato un percorso riabilitativo presso una clinica privata: S. risponde bene al trattamento farmacologico e alla psicoterapia e, al momento delle dimissioni, mostra maggiore consapevolezza nei confronti del proprio disturbo.

Durante i mesi di ricovero, S. continua a studiare e ottiene permessi speciali di uscita per sostenere interrogazioni e compiti in classe. I professori premiano il suo impegno ammettendolo al quarto anno nonostante le assenze per motivi di salute.

Dopo le dimissioni dalla clinica, S. inizia ad essere seguito nuovamente dai servizi pubblici di salute mentale e trova posto in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita).

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la criminalizzazione della solidarietà

Ventimiglia e non solo, la criminalizzazione della solidarietà
LIVIO PEPINO- oggi su Il Manifesto

Ci sono fatti illuminanti su quello che sarà il nostro futuro se non si
contrastano prassi e culture che si stanno diffondendo in modo preoccupante.
Il primo fatto è accaduto a Ventimiglia, confine ligure con la Francia e,
per questo, luogo di «stazionamento» di molti migranti in attesa di varcare
il confine.
Ventimiglia e la zona dei «Balzi rossi» sono stati nell¹estate scorsa sotto
i riflettori per le proteste contro il blocco della frontiera francese poste
in essere da migranti, dapprima accampati sulla spiaggia e successivamente
ripiegati in città dove, peraltro, le strutture di accoglienza erano e sono
insufficienti. Così molti dormono in strada e vengono sfamati dalla Caritas
o da una mensa parrocchiale. Ma anche queste non bastano. Perciò ogni sera
volontari francesi provenienti dalla Val Roja distribuiscono a chi ne ha
bisogno panini, acqua e the.
Ma a Ventimiglia vige una ordinanza, emessa dal sindaco l¹11 agosto 2016,
che vieta la distribuzione di cibo ai migranti e così  incredibile ma vero
nei giorni scorsi tre volontari sono stati denunciati per il reato di
«inosservanza dei provvedimenti dell¹autorità» previsto all¹art. 650 del
codice penale.
All¹altro capo dell¹Italia, nel mare che divide la Sicilia dalle coste
africane e in acque internazionali, si muovono da qualche tempo alcune navi
di organizzazioni non governative che vigilano su eventuali naufragi e, nel
caso, soccorrono i naufraghi o recuperano i corpi di chi non ce l¹ha fatta.
Anche qui è accaduto che la Procura della Repubblica di Catania abbia aperto
una «indagine conoscitiva» sulle organizzazioni interessate sospettate di
favorire l¹immigrazione clandestina se non addirittura  come sostengono
alcuni commentatori  di agevolare gli scafisti.
Questa criminalizzazione della solidarietà che, paradossalmente (o forse
no), colpisce chi cerca di sopperire alle lacune delle istituzioni ha dei
riferimenti precisi. Essa, infatti, è ormai regola negli Stati Uniti, dove
il diritto penale sempre più persegue non solo i poveri ma anche chi vuole
esercitare il diritto (o il dovere morale) di aiutarli.
Il fenomeno è descritto in termini analitici, e con ampia esemplificazione,
in un recente e lucido libro di Elisabetta Grande (Guai ai poveri. La faccia
triste dell¹America, Edizioni Gruppo Abele, 2017) da cui si apprende, tra
l¹altro, che in molti Stati il divieto di camping penalmente sanzionato
colpisce non solo l¹homeless che vi fa ricorso, ma addirittura il
proprietario che consenta al senza tetto di dormire in tenda sul proprio
terreno per più di cinque giorni consecutivi, o che analogo divieto si
estende all¹autorizzazione a parcheggiare nel proprio spazio privato l¹auto
utilizzata da un homeless come abitazione.
Quanto alla somministrazione di cibo ai poveri, poi, si è assistito finanche
all¹arresto di un novantenne, fondatore di un¹organizzazione benefica,
colpevole di servire pasti caldi agli homeless su una spiaggia e, come lui,
di altri attivisti dalla Florida al Texas o alla richiesta di cifre
altissime, come tassa per l¹occupazione di suolo pubblico richiesta, in
California e in South Carolina, alle organizzazioni che distribuiscono cibo
nei parchi.
Il meccanismo della criminalizzazione è lo stesso adottato dal sindaco di
Ventimiglia: l¹adozione di ordinanze contenenti proibizioni dettate da
motivazioni per lo più speciose, come quella di garantire la sicurezza dei
consociati, messa in pericolo dall¹assembramento dei bisognosi che si recano
a mangiare, o addirittura quella di proteggere la sicurezza alimentare o la
dignità degli homeless, che meriterebbero un cibo controllato e un luogo
coperto in cui consumare il pasto (tacendo che cibi e luoghi siffatti in
realtà non esistono).
La cosa più inquietante è che quelle ordinanze, comparse la prima volta alla
fine degli anni Novanta, hanno visto di recente una notevole
intensificazione, con un aumento del 47% nel solo periodo tra il 2010 e il
2014, parallelamente al crescere della povertà e del numero di soggetti
esclusi anche dai buoni alimentari assistenziali.
Ci fu, nella storia, un tempo (nell¹Alto Medioevo) in cui la povertà divenne
fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della Chiesa a
«proprietà dei poveri», destinata a chi non era in grado di mantenersi con
il proprio lavoro e non alienabile neppure dai vescovi.
Ma fu eccezione: quando il diritto si è occupato dei poveri lo ha fatto, per
lo più, in chiave di punizione e di difesa della società.
Ciò è stato messo in discussione, nel nostro Paese, dalla Costituzione
repubblicana, che pone a tutti un dovere di solidarietà e indica
l¹uguaglianza sociale come obiettivo delle istituzioni.
Sarebbe bene non dimenticarlo, anche da parte dei sindaci e dei procuratori
della Repubblica.

denunciato per aver dato da mangiare ai migranti

 

Ventimiglia, denunciato per aver dato da mangiare ai migranti

Il primo verbale di polizia dopo l’ordinanza del sindaco pd Enrico Ioculano che vieta di distribuire alimenti ai migranti.

24 marzo 2017

Il verbale di polizia Sul verbale della Polizia di Stato, commissariato di Ventimiglia, si legge: “Indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti”. È datato 20 marzo ed è il primo provvedimento di cui si ha notizia, in seguito all’ordinanza dell’11 agosto 2016, con la quale il sindaco della città di confine con la Francia, Enrico Ioculano (Pd), vieta la distribuzione di alimenti ai migranti.

I denunciati in realtà sarebbero stati tre, tutti di cittadinanza francese. «Siamo di fronte al capovolgimento di ogni logica. Utilizzare il diritto per colpire e punire episodi di solidarietà non può avere e trovare alcuna giustificazione», dice il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. Uno dei fermati si è rifiutato di firmare la denuncia perché nessuno era in grado di tradurre il documento e i contenuti in francese. Dura condanna anche da parte di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia: “Questa sanzione non è che l’ennesimo segnale dell’avvio, anche in Italia, di un allarmante processo di criminalizzazione della solidarietà. Iniziano a moltiplicarsi i provvedimenti amministrativi e giudiziari, in varie parti d’Italia, ma soprattutto in liguria, che rischiano di avere un effetto raggelante nei confronti di chi intende manifestare solidarietà nel modo più pratico e semplice possibile, con l’effetto paradossale di andare a colpire persone e associazioni che si assumono la responsabilità di colmare le gravi lacune lasciate dalle istituzioni”.
L’ordinanza del primo cittadino di Ventimiglia, Enrico Ioculano, era nata adducendo motivi di ordine igienico-sanitario. Lo stesso sindaco, in seguito, aveva spiegato che in molti volevano “farsi pubblicità” offrendo solidarietà di questo tipo ai migranti e quindi lo scopo del suo provvedimento era fermarne il “protagonismo”, dal momento che associazioni autorizzate svolgevano già il servizio di distribuzione di alimenti.

Ma “l’ordinanza è inattuale – commenta l’avvocato Alessandra Ballerini, che a Ventimiglia collabora con Caritas e Terres des Hommes – perché fa riferimento a ragioni igienico-sanitarie correlate alle ‘temperature medie della stagione estiva’ e si basa inoltre su una situazione diversa, ovvero quella di agosto, quando a Ventimiglia il centro predisposto dalla Prefettura e gestito dalla Croce Rossa Italiana era aperto a tutti, mentre oggi l’accesso è vincolato alla disponibilità, da parte dei migranti, di lasciarsi identificare e avviare la richiesta di asilo. L’articolo 2 della Costituzione italiana – aggiunge l’avvocato – impone il dovere della solidarietà, non capisco come si possa legittimamente vietare di dare cibo e acqua a chi si trova in condizioni di bisogno” .

Per questo, ogni giorno a Ventimiglia, nel tardo pomeriggio, dai paesi francesi della Val Roja, arriva un’automobile piena di panini, acqua e tè che vengono distribuiti a decine di migranti che vagano in attesa di provare a fare il grande salto verso la Francia: non facile, perché la frontiera di fatto è chiusa. Se gli arrivi sono costanti, il numero dei migranti che dormono in strada è aumentato nelle ultime settimane da quando, al Centro gestito dalla Croce Rossa al Parco Roja, è presente posto di polizia che identifica i migranti attraverso le impronte digitali e quindi li avvia al ricollocamento in altri centri in Italia.

Per questo, dal momento che chi è arrivato fino a Ventimiglia con l’intenzione di passare la frontiera con la Francia non ha alcuna intenzione di essere trasferito in altre parti d’Italia, da settimane molti migranti si tengono lontani dal campo governativo. Per mangiare, chi dorme in strada può ora rivolgersi solamente presso la Caritas e il campo totalmente autofinanziato “Ventimiglia Con-Fine Solidale” presso la Chiesa di Sant’Antonio. Ma non essendo possibile sfamare tutti, sono gli stessi volontari “autorizzati” a dichiarare che il servizio svolto ogni sera dai cittadini francesi, che distribuiscono un centinaio di pasti in strada, si rivela essenziale. Nel verbale di identificazione, consegnato al cittadino francese, si legge che “verrà segnalato in stato di libertà alle competenze dell’autorità giudiziaria in quanto indagato per aver somministrato senza autorizzazione cibo ai migranti, art. 650 c.p. contravvenendo ad un’ordinanza del Sindaco di Ventimiglia”.

Torna attuale il commento del Vescovo di Ventimiglia Antonio Suetta, che

all’entrata in vigore dell’ordinanza che avrebbe impedito la distribuzione diretta da parte di volontari e attivisti di cibo a acqua ai migranti, aveva dichiarato: “L’accanimento su chi aiuta è una forma moderna di martirio, ma non bisogna aver paura e bisogna andare avanti: la storia dell’umanità è fatta di persone che , pagando sulla propria pelle, hanno sfidato delle leggi ingiuste, e se quelle persone non avessero fatto questi passi coraggiosi noi oggi non potremmo godere di certe libertà che hanno reso migliore la nostra società.” Contattato l’avvocato d’ufficio del foro di Imperia indicato nel verbale, riferisce di non aver ancora ricevuto la notifica dall’autorità

giudiziaria.”Sono tappe decisive del nostro paese verso la barbarie” commenta in serata il deputato di Sinistra Italiana Giovanni Paglia, che annuncia l’intenzione di depositare un’interrogazione al Ministro dell’Interno Minniti sull’ordinanza di Ventimiglia. “Multare chi dà da mangiare ai migranti è incredibile. Dalla guerra alla povertà alla guerra ai poveri.” aggiunge, sempre per Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

di PIETRO BARABINO

fonte: Repubblica.it

Il pacchetto di Minniti su immigrazione e “sicurezza urbana”

di ·

Non ci sono ancora i testi dei due nuovi decreti legge su immigrazione e sicurezza urbana approvati dal Consiglio dei ministri. Potremo valutarne a pieno la portata solo quando potremo conoscerne gli ambiti di applicazione. Un fatto tuttavia è certo. Sul fronte della guerra ai poveri il governo si è dotato di nuove armi.

I CIE cambiano nome e diventano CPR, centri per il rimpatrio, ma la sostanza non cambia. Ce ne sarà uno per ogni regione. L’unica novità è che dovrebbero essere più piccoli e sorgere lontani dai centri urbani, “vicini agli hub di comunicazione”. Oggi quelli rimasti aperti dopo le rivolte sono solo quattro.
Minniti ha annunciato che i fondi per i rimpatri assistiti saranno raddoppiati.
Stretta anche per i profughi, cui viene negato il diritto al ricorso in caso di respingimento della domanda di asilo. In compenso i richiedenti asilo potranno riempire il tempo, in attesa della sentenza sul loro futuro, lavorando gratis, “in favore delle collettività locali”. Ogni comune, in accordo con la Prefettura locale, potrà richiederne l’impiego per attività di “pubblica utilità”. Le cooperative che gestiscono i profughi non garantiscono i loro diritti? Non gli insegnano la lingua, non offrono assistenza legale? Non importa! Grazie al nuovo governo i profughi saranno “messi al lavoro” volontariamente. Quanti si negheranno, nell’illusione che qualche mese di lavoro al verde pubblico o per le strade possa “fare curriculum” per le commissioni territoriali?
Appena respinta la domanda di asilo si perde ogni diritto all’accoglienza: così le strutture hanno più spazi per i nuovi arrivati. Minniti spinge nella clandestinità e getta in strada migliaia di persone e chiama tutto questo “sicurezza”.
Il daspo dei sindaci, il provvedimento adottato dal ministero dell’Interno, per garantire “il decoro urbano” ha caratteri più fumosi.
“Di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio – ha spiegato Minniti – le autorità possono proporre che chi li ha commessi non possa più frequentare quel determinato territorio”.
Secondo i giornali potrebbe scattare il daspo sull’intera città o per specifici luoghi o quartieri, “di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio”.
Quali regole? Certo non quelle del codice penale che hanno un proprio ambito di applicazione. Secondo la stampa nel mirino ci sarebbero accattoni, writer, prostitute, gente che bivacca. Poveri ed irregolari. Forse anche chi, nelle città, lotta con i poveri e gli irregolari che cercano di aprirsi spazi di vita. Questi decreti si basano, come diversi altri dispositivi già adottati, alla logica del diritto penale del nemico.
Il ministro vuole attuare le stesse politiche auspicate dalle destre xenofobe senza usare il loro linguaggio.

E dice: “non abbiamo bisogno di sindaci sceriffi o di un ministro dell’Interno sceriffo, abbiamo bisogno di cooperazione tra territorio e Stato”
Nella conferenza stampa di presentazione dei due decreti, ha esordito dichiarando che “la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico”.
La neolingua del ministro dell’Interno ha il sapore acre della burocrazia che trita le vite delle persone per il bene di tutti.
Ne abbiamo parlato con Eugenio Losco, avvocato milanese, che cura la difesa di migranti e compagni.

Ascolta la diretta: 2017-02-14-losco-daspo-e-profughi

da: http://radioblackout.org/2017/02/il-pacchetto-di-minniti-su-immigrazione-e-sicurezza-urbana/

Assemblea pubblica in via Spaventa: “Chiediamo una vita normale”

 

 

 

 

 

 

 

Chiediamo una vita normale”

Firenze – Che l’occupazione dei somali in via Spaventa sia qualcosa di diverso, nella sostanza e nella forma, ma soprattutto nel senso che sta coinvolgendo ciò che potremmo chiamare la “coscienza collettiva” della città, lo si avverte subito, dal primo affacciarsi nell’ampia sala, gremita, dell’edificio di proprietà della Compagnia di Gesù dove circa un centinaio (si parla di novanta persone) hanno trovato rifugio: all’assemblea pubblica convocata per questa sera martedì 24 gennaio, sono presenti infatti anche un gruppetto di residenti. Lo si avverte dalla domanda che una signora dai capelli candidi pone ai ragazzi rifugiati, ma anche a qualche appartenente al Movimento di Lotta per la Casa che “presta” il proprio aiuto al gruppo: “Perché non dite che le soluzioni proposte a queste persone è a termine?”. La richiesta infatti che sale è: informazioni, precise, sulle vite, il passato, i perché di questa gente, perché dopo aver ottenuto lo status di rifugiato politico ci si trovi ancora in una situazione precaria, di lavoro, casa e vita. Insomma, perché dopo quasi quindici anni di presenza sul territorio e per molti anche varie esperienze di lavoro, periodicamente il “loro” problema riemerga, con sempre più urgenza e gravità.

Occupazione “diversa”, si diceva. Diversa anche perché per porre un’altra volta, l’ennesima, il loro problema alle istituzioni, è stata scelta una sede particolare: lo stabile è infatti di proprietà (almeno fino ad aprile, dal momento che si sta concludendo una compravendita con un ‘Università cinese) della Compagnia di Gesù. E fra i ragazzi, le persone c’è anche padre Ennio Brovedani, che farà un breve, ma significativo intervento. Diversa anche per un’altra ragione: i somali infatti lo dicono apertamente, “questa non è solo un’occupazione per noi”, vale a dire che intende porre un problema preciso e chiede una risposta precisa. Sul tavolo infatti non stanno solo le vite di circa novanta persone, ma in discussione ètutto un sistema di accoglienza che non solo fa acqua da tutte le parti ma si rivela, fatti alla mano, inadeguato per dare la possibilità di condurre “una vita normale”. Che è poi la richiesta fondamentale e imprescindibile della gente che ha ricevuto asilo politico.

Non solo. Sotto il fuoco dell’analisi, anche la virata “privata” che ha subito l’accoglienza nel nostro paese. Un sistema di affidamenti a cooperative, ad esempio, che danno e hanno dato il via a un “business” tragico sulla pelle di chi viene accolto. Progetti di breve respiro, che quando vengono (e non sempre vengono) messi in atto riescono a malapena ad assicurare un periodo di tranquillità, di vita “normale” per poi lasciare nuovamente cadere i destinatari in un inferno di provvisorietà da cui è sempre più difficile uscire, col passare degli anni. Soldi ce ne sono, tanti, ma spesso non giungono ai rifugiati.

Un’occupazione tanto diversa da far respingere la mittente le accuse di ”strumentalizzazione” piombate sul Movimento di Lotta per la casa, come precisa Lorenzo Bargellini: è impossibile infatti strumentalizzare chi sa già cosa vuole, chi ha dentro di se’ la precisa e serena consapevolezza che spinge Mohamed, il primo giovane uomo il cui intervento apre l’assemblea, a dichiarare: Mi sento italiano, vorrei che mi fosse permesso sentirmi italiano”.

E sono molti, i motivi per cui la consapevolezza che questo è il Paese di cui vorrebbero sentirsi parte è stata messa a dura prova, in questi lunghi anni. Ad esempio, il problema della casa: spesso viene attribuito un alloggio solo per il tempo del “progetto”: tre mesi, sei mesi, quanto dura, insomma. Tutto ciò condiziona il lavoro: “Se mi attribuiscono una casa in un luogo, da cui è impossibile raggiungere il lavoro, cosa faccio? Se viceversa non ho la casa, come faccio ad andare al lavoro? “. Domande senza risposta, domande quotidiane per tutti, domande che si trascinano da anni. Molti lavorano, nonostante magari la loro vita si trascini (fra un progetto e l’altro) in occupazioni, perché, e questo è un dato oggettivo, da qualche parte, sotto qualche tetto bisognerà pur appoggiare il capo, la sera. E’ la condizione, dice Mohammed, di Alì Muse, l’uomo che è morto nell’incendio della struttura dell’ex-Aiazzone a Sesto: era tornato dal lavoro, ha trovato l’incendio. Dentro quel rogo, bruciavano i documenti per il ricongiungimento con la moglie e i figli, che aspettavano in Kenia. Documenti per ottenere i quali aveva fatto una trafila di due anni. Alla prospettiva di ricominciare tutto da capo, ha deciso di rischiare, e purtroppo ha perso la scommessa con la morte.

Lo racconta Mohamed, come racconta tutta la disperazione del continuo anda e rianda fra un aiuto e l’altro, e poi di nuovo ricominciare da capo. E’ questa sofferenza, quella che tutti portano dentro, un dolore che si rinnova tutte le volte che si pensa di aver raggiunto finalmente il traguardo: una vita normale. 

Poi, ci sono le polemiche, le immagini sui media: Non dite che facciamo i furbi – dice Mohamed – i furbi non vivono in una struttura senza riscaldamento, senza acqua calda, con la luce che va e viene”. Furbi ben poveri, ma che non vogliono, dopo anni di sgomberi, “progetti” e promesse, ricadere nella solita logica dell’aiuto per qualche mese e poi la prospettiva di ricominciare tutto da capo. E’ questo, in buona sostanza, ciò che li spinge a rifiutare le proposte avanzate finora: non la “pretesa” di essere “sistemati” tutti insieme, punto, come spiega anche Bargellini, “avanzato subito dopo la tragedia di Sesto per tentare un’accelerazione della soluzione”, ma che la “sistemazione” ci sia per tutti, questo sì. E che sia finalmente quella buona, che conceda un minimo di stabilità a questi rifugiati, per dar loro la possibilità di ricominciare la loro vita. Perché sopravvivere non basta.

Si fa silenzio, parla padre Brovedani. E parla sì di legalità, da rispettare sempre e comunque, ma che non deve essere tale da prevalere sul cuore. Mi vergogno della sofferenza in cui siete – dice e il silenzio si fa quasi liquido – ma ascoltare la sofferenza insegna. Bisogna aprire il cuore e la testa”. Chiede il dialogo, bisogna parlarsi guardandosi negli occhi”, dice. Chiede anche rispetto per il luogo in cui si trovano e dice: Grazie per la vostra lealtà”. Non mancherà l’aiuto e l’ascolto, da parte dei soldati di Gesù. Poche parole, ma che sono come un abbraccio. Intanto, ricorda qualcuno, quello di questa sera, martedì 24 gennaio, è anche un primo passo in preparazione dell’appuntamento di sabato 28 gennaio, in cui si terrà una manifestazione cittadina sulle tematiche dell’accoglienza e dell’abitare.

Stefania Valbonesi – STAMP Toscana