Roma diventi città aperta all’accoglienza

Roma, “A Raggi chiediamo discontinuità: Roma diventi città aperta all’accoglienza”

La lettera aperta inviata dagli attivisti di Baobab Experienze alla sindaca e all’assessora Mammì

“Profilazioni razziali, condizioni di vita disumane e persecuzione delle persone migranti: Roma inauguri il cambiamento e concretizzi la discontinuità promessa, con umanità ma soprattutto in rispetto dei diritti”. E’ la sintesi della lettera che gli attivisti del Baobab Experience hanno rivolto alla prima cittadina di Roma per chiedere un cambio di marcia rispetto alle politiche dell’accoglienza in città.

“Alla Sindaca Virginia Raggi, all’Assessora alle politiche sociali Veronica Mammì. Chi scrive è un gruppo di donne e uomini che, da più di quattro anni, ha deciso di rimboccarsi le maniche e di fare quello che di più naturale appartiene alla natura umana: aiutare chi è in difficoltà. Vi indirizziamo questa lettera aperta perché quello che accade a Piazzale Spadolini, lato est della stazione Tiburtina, è inaccettabile per qualsiasi donna o uomo attraversi la nostra città. Dopo lo sgombero del campo informale di Piazzale Maslax, il parcheggio di proprietà di Ferrovie dello Stato dove centinaia di migranti avevano trovato un rifugio e i servizi di accoglienza e inclusione offerti dalla nostra associazione, abbiamo assistito a continue identificazioni delle persone costrette a dormire in strada. Operazioni di polizia condotte con uno spropositato dispiegamento di forze e, cosa ancora più grave, caratterizzate da profilazione razziale – spiegano i volontari dell’associazione che da anni assiste i migranti a Roma – Dal 13 novembre 2018, giorno dello sgombero, abbiamo continuato a fornire supporto a oltre 540 persone che, in assenza di una struttura dedicata ma anche di un approccio sistematico alle criticità di chi migra, sono state costrette ad arrangiarsi, accampandosi, almeno per la notte, proprio di fronte all’accesso della stazione Tiburtina. Persone senza casa, senza reddito, in lunga ed estenuante attesa dell’attivazione o dello svolgimento delle procedure per i documenti, cui sono state sottratte le poche cose in loro possesso. Durante le identificazioni, infatti, abbiamo assistito anche al sequestro e alla distruzione di beni personali, insieme a coperte e vestiario donato dalla cittadinanza. Una situazione vergognosa e paradossale il cui culmine è stato raggiunto a marzo, quando i fermati, costretti poi a trascorrere un’intera giornata negli uffici di Via Patini, erano gli stessi che fino a qualche minuto prima avevano dormito all’interno della Stazione Tiburtina, ospitati nel “Piano Freddo” del Comune di Roma: una vera e propria trappola per persone disperate”.
Ed ancora: “Perché tanto accanimento, tanta ferocia?”, ci chiedono. Noi, a questa domanda, non sappiamo più rispondere. La giriamo a voi che siete al governo della città, a voi che avete fatto vostri i motti “Uno vale uno” e “Nessuno sarà lasciato indietro”. Quello che vediamo, purtroppo, è che in questa città qualcuno vale meno di zero e chi rimane indietro, non solo non viene aiutato, ma addirittura vessato e perseguitato. Prima dello sgombero di Piazzale Maslax abbiamo indirizzato alla vostra attenzione e a quella di Ferrovie dello Stato una lettera aperta per la creazione di uno spazio che garantisca dignità ai migranti lasciati in strada, supportata da quasi 50 mila firme raccolte  su Change.org/Accogliamo. Nulla ci è stato risposto, nulla è stato offerto a queste persone, fosse stato anche solo un rifugio notturno asciutto e al riparo dal freddo. Oggi sono in 60 ancora costretti a dormire in strada.

E poi conclude la lettera di Baobab: “Vi chiediamo di riaprire con la massima urgenza un tavolo operativo per trovare soluzioni concrete ed efficaci, perché le condizioni attuali non permettono ulteriori rinvii. Vi chiediamo di cambiare, insieme e una volta per tutte, l’approccio dell’accoglienza istituzionale, le cui mancanze degradano e offendono la dignità di migliaia di persone e hanno reso questa città, madre originaria del diritto d’asilo, non solo ogni giorno più intollerante e disumana, ma anche colpevole della violazione dei diritti umani”.

- fonte: la Repubblica

 

APPELLO URGENTE PER LE NAVI SEA-WATCH E SEA-EYE

APPELLO URGENTE PER LE NAVI SEA-WATCH E SEA-EYE

 

“Chiediamo con urgenza all’Italia e agli altri Stati membri dell’Unione europea di attivarsi senza ulteriori tentennamenti affinché i 49 migranti da giorni bloccati in mare, tra i quali diversi minori inclusi bambini molto piccoli, possano immediatamente sbarcare in un porto sicuro e ricevere l’assistenza umanitaria a cui hanno diritto e le cure di cui hanno bisogno”.

Questo l’appello congiunto di 18 Organizzazioni – A Buon Diritto Onlus, Acli, ActionAid, Amnesty International Italia, Arci, ASGI, CNCA, Centro Astalli, CIR Consiglio Italiano per i Rifugiati, Emergency ONG, Salesiani per il Sociale, INTERSOS, Medici Senza Frontiere, Médecins du Monde Missione Italia, Medici per i Diritti Umani, Save the Children Italia, SenzaConfine, Terre des Hommes – sulla vicenda dei migranti a bordo delle due navi delle Organizzazioni Sea Watch e Sea Eye, ai quali non è ancora stato garantito l’approdo in un porto sicuro.

“Non è possibile attendere oltre – continuano le Organizzazioni – il meteo è in peggioramento ed è semplicemente inaccettabile che bambini, donne e uomini vulnerabili, che hanno già subito privazioni e violenze durante il viaggio, restino per giorni ostaggio delle dispute tra Stati e vedano ingiustamente prolungata la loro sofferenza senza che dall’Europa giunga un richiamo di tutti alle proprie responsabilità”.

 

Non fioriere ma opere di bene!

“Un conto per le donazioni ai figli di Idy”

Lo hanno aperto i familiari di Idy ucciso lunedì sul ponte Vespucci

Un conto corrente per fare donazioni ai familiari di Idy Diene, l’ambulante ucciso lunedì scorso su ponte Vespucci da Roberto Pirrone. Lo hanno aperto gli avvocati Sandro Bruni e Luigi De Vito, che assistono i suoi familiari e spiegano: “In memoria del signor Idy Diene, drammaticamente scomparso lunedì scorso, è stato aperto un rapporto di conto presso Poste Italiane intestato al fratello residente in Italia, Aliou Diene, dove tutti coloro che intendano concretamente  aiutare la famiglia di Idy, ed in particolare i suoi dieci figli che vivono in Senegal, potranno effettuare donazioni (con causale “in memoria di Idy”)”. L’Iban è IT48M0760105138259708359713.

Ciao Idy  www.facebook.com/photo

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/sabato-10-marzo-a-firenze-in-ricordo-di-idy-diene/

Sono giorni convulsi e difficili a Firenze. Dopo l’omicidio di Idy Diene (ne abbiamo parlato qui), l’ambasciatore del Senegal Mamadou Saliou Diouf arriva in città per chiedere alle autorità italiane giustizia e che venga fatta luce su quanto accaduto lunedì scorso sul ponte Vespucci. A Palazzo Vecchio, incontra il sindaco Dario Nardella, l’assessore all’Integrazione e all’Accoglienza Sara Funaro, il console onorario Eraldo Stefani, la presidente dell’associazione dei senegalesi di Firenze e Circondario Diye Ndiaye e l’imam di Firenze Izzedin Elzir. Nel corso dell’incontro, l’ambasciatore ha chiesto al sindaco che la famiglia di Idy non venga lasciata sola e che le venga data assistenza. Per il momento il sindaco ha espresso la vicinanza della città alla famiglia di Idy e alla comunità senegalese, assicurando che il Comune continuerà ad assisterla come ha sempre fatto. Nardella ha poi annunciato che il Comune si costituirà parte civile accanto alla famiglia per seguire il processo e che a Firenze, il giorno dei suoi funerali in Senegal, si terrà una cerimonia pubblica in suo ricordo alla presenza dei rappresentanti delle comunità religiose, delle organizzazioni lavorative e imprenditoriali e della cittadinanza.

Tuttavia accade anche che la Questura neghi il movente razzista per le indagini, l’Amministrazione Comunale neghi il lutto cittadino e il Comitato per l’ordine pubblico della Prefettura per diverse ore abbia negato l’autorizzazione alla manifestazione pubblica che la comunità senegalese ha organizzato per sabato 10 marzo, con il raduno a partire dalle ore 14,30 in piazza Santa Maria Novella, e partenza del corteo alle 15.

La comunità senegalese di Firenze, nel frattempo, si autotassa per riacquistare le fioriere spaccate lunedì sera in via Calzaiuoli. «Ci vergogniamo per ciò che è accaduto — dicono dall’associazione — Chi ha commesso quegli atti vandalici non ama questa città e va punito. Il dolore non giustifica la violenza e il nostro è un popolo pacifico». Una volta terminata la raccolta, affermano, il denaro verrà consegnato nelle mani del sindaco Dario Nardella.

Intanto, Rokhaya Mbengue, moglie di Idy, ha preferito tornare nella sua vecchia casa di Pontedera, quella dove ha vissuto a lungo col fratello e alcune amiche. Qui è attorniata e protetta dall’affetto di centinaia di senegalesi. Intanto, Diye Ndyaie, la presidente dell’associazione dei senegalesi del territorio fiorentino e presidente di Fasi, la Federazione delle associazioni Senegalesi in Italia, ha confermato la manifestazione di sabato: “Sarà una manifestazione apartitica, apolitica, un grande evento di pace e fratellanza, per tutti, per le famiglie, per i bambini. Esattamente come quello che ci fu nel 2011, dopo la morte di Samb Modou e Diop Mor”.

Sabato 10 marzo si terranno altre tre manifestazioni antirazziste: a Napoli, da Piazza Garibaldi alle ore 9, a Benevento, da Piazza Risorgimento alle ore 10, e a Caserta,  dal centro sociale verso via Mazzini alle ore 16.

Un conto corrente per sostenere la famiglia di Idy Diene è stato aperto dagli avvocati Luigi De Vito e Sandro Bruni, che assistono i familiari della vittima. Il conto, spiegano gli avvocati, è stato attivato con Poste italiane ed intestato al fratello residente in Italia, Aliou Diene: “Tutti coloro che intendano concretamente aiutare la famiglia di Idy, ed in particolare i suoi dieci figli che vivono in Senegal, potranno effettuare donazioni (con causale ‘in memoria di Idy’ – IBAN IT48M0760105138259708359713)”.

GIUSTIZIA ED EGUAGLIANZA CONTRO IL RAZZISMO

Giustizia ed eguaglianza contro il razzismo:

il 21 ottobre tutte/i a Roma

In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi. Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la “colpa” di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali. Una società in cui il prevalere di un patriarcato violento e criminale è l’emblema evidente di un modello tradizionale che sottopone le donne alla tutela maschile e ne nega la libertà. Disagio e senso di insicurezza diffuso sono strumentalizzati dalla politica, dai media e da chi ha responsabilità di governo. Si fomentano odi e divisioni per non affrontare le cause reali di tale dramma: la riduzione di diritti, precarietà delle condizioni di vita, mancanza di lavoro e servizi.

Eppure sperimentiamo quotidianamente, nei nostri luoghi di vita sociale, solidarietà e convivenza, intrecciando relazioni di eguaglianza, parità, reciproca contaminazione, partendo dal fatto che i diritti riguardano tutte e tutti e non solo alcuni. Scegliamo l’incontro e il confronto nella diversità, riconoscendo pari dignità a condizione che non siano compromessi i diritti e il rispetto di ogni uomo o donna.

Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo.

Migranti, richiedenti asilo e rifugiati che rivendicano il diritto a vivere con dignità insieme a uomini e donne stanchi di pagare le scelte sbagliate di governi che erodono ogni giorno diritti e conquiste sociali, rendendoci poveri, insicuri e precari.

Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti.

Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.

Persone nate o cresciute in Italia, che esigono l’approvazione definitiva della riforma sulla cittadinanza.

Giornalisti che tentano di fare con onestà il proprio mestiere, raccontando la complessità delle migrazioni e prestando attenzione anche alle tante esperienze positive di accoglienza.

Costruttori di pace mediante la nonviolenza, il dialogo, la difesa civile, l’affermazione dei diritti umani inderogabili in ogni angolo del pianeta e che credono nella libertà di movimento.

Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari.

Il superamento delle disuguaglianze parte dal riconoscimento dei diritti universali, a partire dal lavoro, a cui va restituito valore e dignità, perché sia condizione primaria di emancipazione e libertà.

Chiediamo la cancellazione della Bossi-Fini che ha fatto crescere situazioni di irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo.

Denunciamo l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo. Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’UE. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione.

Chiediamo canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali.

Occorrono politiche di accoglienza diffusa che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo.

Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo.

Per adesioni: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com

 

 

Via Spaventa, Lotta per la casa: “No allo sgombero, vogliamo soluzioni abitative”

Via Spaventa, Lotta per la casa: “No allo sgombero, vogliamo soluzioni abitative”

FIRENZE – “Apprendiamo della possibilità di un così detto ‘sgombero per motivi di sicurezza’ della struttura occupata di via Spaventa, un escamotage della proprietà per liberarla e poi venderla, che noi insieme ai rifugiati che vivono qui non accettiamo.” Lo ha detto Luca Toscano, rappresentante del Movimento fiorentino di Lotta per la Casa oggi durante una conferenza stampa indetta proprio nei locali dello stabile occupato dedicata a “lo stato di salute delle politiche di accoglienza”.

Il fallimento delle politiche di accoglienza attuate negli ultimi anni è una realtà innegabile – continua Toscano – e i così detti ‘sgomberi umanitari’ non esistono e non sono la soluzione. La storia delle occupazioni si può risolvere in un solo modo, ovvero con politiche che garantiscano una soluzione abitativa stabile e dignitosa a queste persone”.

Nella struttura di proprietà dei gesuiti sono ospitate attualmente circa 130 persone, quasi tutti somali reduci sia dall’occupazione dello stabilimento ex Aiazzone all’Osmannoro, nel cui incendio a gennaio scorso perse la vita una persona, che dello sgombero risalente a poche settimane fa di via Luca Giordano.

All’incontro era presente anche Giuseppe De Mola rappresentante di Medici Senza Frontiere, che ha ribadito l’importanza delle politiche di inclusione anche come preventivo di situazioni come quella via Spaventa: “Monitoriamo queste situazioni in tutta Italia, si tratta di persone sono spesso regolari ed in qui da molti anni. Il problema nasce da come si fa l’accoglienza in questo paese, situazioni come questa sono infatti frutto dell’assenza di politiche di integrazione adeguate”

 

fonte: Novaradio città futura

L’ipocrisia al potere: punire le vittime, non i carnefici

 

 

L’ipocrisia al potere: punire le vittime, non i carnefici *

Il Governo italiano ha varato, con l’approvazione del Parlamento, una missione navale nel Mediterraneo a supporto della Guardia Costiera libica nelle operazioni di intercettazione e respingimento dei migranti che dalla Libia cercano di raggiungere le nostre coste. Quelle persone partono dalla Libia ma non sono libiche, provengono per lo più da altri paesi (Gambia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio), da cui sono fuggite perché le condizioni di vita sono intollerabili: cercano un paese che rispetti il loro diritto ad una vita sicura e dignitosa.

Ai primi di luglio Oxfam, Borderline Sicilia, MEDU e Amnesty International hanno reso pubblica la situazione che i migranti subiscono in Libia, testimoniata da interviste di donne e uomini che sono riusciti a sbarcare in Italia dopo viaggi che sono calvari: carcere, torture, schiavitù, sistematiche

violazioni dei diritti umani…commesse da trafficanti di esseri umani, bande criminali e milizie locali che operano con la connivenza della polizia e della Guardia Costiera libica…

Dati e testimonianze sono stati pubblicati su vari organi di stampa e se ne è parlato (magari di sfuggita) sui media; del resto non è la prima volta che dalla Libia ci arrivano questi racconti, prima ancora degli accordi criminali fra Berlusconi e Gheddafi, accordi portati avanti dai governi che si sono succeduti in seguito. Nessuno li ha mai messi in discussione, come nessuno si domanda che vita fanno i rifugiati segregati in Turchia a caro prezzo.

La missione navale viene varata accanto al nuovo Codice di Condotta imposto da Minniti e il cui obiettivo è quello di impedire alle ONG che operano nel Mediterraneo di intervenire nel salvataggio dei migranti. Dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, solo la presenza delle ONG ha impedito che le stragi in mare diventassero quotidiane.

Nel provvedimento si parla di centri di raccolta in Libia sotto il controllo dell’UNHCR o dell’OIM, ma questi centri non esistono, al momento, e queste organizzazioni non sono neanche presenti sul territorio libico: dal momento in cui le forze armate italiane riconsegneranno i barconi nelle mani della Guardia Costiera libica, dobbiamo sapere che quelle persone

finiranno certamente nelle carceri libiche o nelle mani di altri

trafficanti o di bande criminali.

Spenderemo nove milioni al mese per consegnare alla tortura, alla schiavitù, alla morte centinaia di migliaia di persone: questa è la nostra missione.

In un clima politico estremamente confuso e incerto, l’invio di navi militari italiane nel Mediterraneo rappresenta oltre tutto un rischio concreto di conflitto; l’”accordo” sarebbe col governo Sarraj, ma le forze in campo in Libia sono molto più numerose, e si contendono il controllo del territorio: come si comporterebbe il contingente italiano nel caso che qualcuna delle parti in campo non gradisse la sua presenza nelle acque territoriali libiche?

Nonostante i rapporti e le testimonianze, il governo italiano, come l’Europa, fa finta di non conoscere la reale situazione dei migranti in Libia, fa finta di non sapere che è una situazione (quella sì) di vera emergenza, una questione di vita e di morte, di fronte alla quale la priorità assoluta non può essere che aiutare le persone ad uscirne.

La verità è che le persone che gremiscono i barconi per l’Europa sono solo scarti, e scarti fastidiosi delle politiche colonialiste e neo-colonialiste, politiche che tuttora muovono le potenze europee, e su cui l’Italia cerca di rincorrere la Francia, dopo il brillante progetto francese di creare degli hotspots in territorio libico. Strutture che si sono già ampiamente dimostrate inefficaci anche sul nostro territorio e

nelle quali i diritti umani e il diritto internazionale non vengono rispettati.

Tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani indicano una sola strada per lottare efficacemente contro i trafficanti e per salvare la vita e la dignità delle persone: corridoi umanitari che permettano ai migranti di arrivare in sicurezza in una terra più sicura di quella da cui fuggono.

Contro il comportamento vergognoso del governo italiano e dell’Unione Europea che calpestano fondamentali diritti umani invitiamo alla mobilitazione e alla solidarietà concreta con i richiedenti asilo e con chi li salva e li aiuta.

*Rete Antirazzista Fiorentina*

*Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra*

*Coordinamento Basta Morti nel Mediterraneo*

IL CASO DI S.

IL CASO DI S.
«Ancora una volta assistiamo alla totale follia della normativa italiana e comunitaria per la gestione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti»

un report di Luca Cumbo

S. nasce nelle campagne del sud del Marocco nel 1990. Arriva minorenne a Palermo, con due fratelli più piccoli, per ricongiungersi al padre, venditore ambulante da vent’anni in Sicilia e del quale oggi non si hanno più notizie.

Dopo un periodo di convivenza estremamente problematica col padre, S. si trasferisce prima da amici e poi in un centro d’accoglienza palermitano, mentre i due fratellini venivano affidati a due comunità dal Tribunale dei minori di Palermo.

Dal 2010 collabora volontariamente con il Centro Astalli di Palermo come operatore e come mediatore culturale, mettendosi generosamente a disposizione degli altri migranti.

Nel 2011 S. trova lavoro in un’impresa edile, quest’esperienza si rivela pesante: con il miraggio di un’assunzione, viene sfruttato e mal pagato per un lavoro duro, talvolta pericoloso e in nero.

Nel frattempo S. consegue la licenza media con ottimi voti e si iscrive con grande motivazione alla scuola superiore dove si diploma nel 2016, dopo cinque anni di impegno, non solo per le difficoltà linguistiche e per gli orari scolastici serali ma anche perché già dall’autunno 2011 si manifestano i primi sintomi della sua patologia psichiatrica, una psicosi paranoidea, che il ragazzo fatica ad accettare. Da questo momento in poi sarà seguito presso i servizi di salute mentale di Palermo.

Gli anni del liceo sono intervallati da ricoveri volontari; pur con qualche con difficoltà S. segue la propria terapia.

Nel 2014 il ragazzo subisce un travagliato TSO: egli stesso, convinto di essere vittima di persecuzione e minacce, chiama impaurito la polizia. Gli agenti lo trovano in stato di agitazione e reputano opportuno un intervento sanitario coatto. Durante quel T.S.O, avvenuto in maniera spropositatamente violenta – viene contenuto fisicamente dagli agenti e dagli infermieri “ex manicomiali” – S. non capisce, si dimena, oppone resistenza e per questo viene denunciato.

Dopo un lungo periodo di degenza al reparto di psichiatria di un ospedale palermitano, nel quale S. rimane per i primi giorni legato alle caviglie e ai polsi, viene tentato un percorso riabilitativo presso una clinica privata: S. risponde bene al trattamento farmacologico e alla psicoterapia e, al momento delle dimissioni, mostra maggiore consapevolezza nei confronti del proprio disturbo.

Durante i mesi di ricovero, S. continua a studiare e ottiene permessi speciali di uscita per sostenere interrogazioni e compiti in classe. I professori premiano il suo impegno ammettendolo al quarto anno nonostante le assenze per motivi di salute.

Dopo le dimissioni dalla clinica, S. inizia ad essere seguito nuovamente dai servizi pubblici di salute mentale e trova posto in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita).

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la criminalizzazione della solidarietà

Ventimiglia e non solo, la criminalizzazione della solidarietà
LIVIO PEPINO- oggi su Il Manifesto

Ci sono fatti illuminanti su quello che sarà il nostro futuro se non si
contrastano prassi e culture che si stanno diffondendo in modo preoccupante.
Il primo fatto è accaduto a Ventimiglia, confine ligure con la Francia e,
per questo, luogo di «stazionamento» di molti migranti in attesa di varcare
il confine.
Ventimiglia e la zona dei «Balzi rossi» sono stati nell¹estate scorsa sotto
i riflettori per le proteste contro il blocco della frontiera francese poste
in essere da migranti, dapprima accampati sulla spiaggia e successivamente
ripiegati in città dove, peraltro, le strutture di accoglienza erano e sono
insufficienti. Così molti dormono in strada e vengono sfamati dalla Caritas
o da una mensa parrocchiale. Ma anche queste non bastano. Perciò ogni sera
volontari francesi provenienti dalla Val Roja distribuiscono a chi ne ha
bisogno panini, acqua e the.
Ma a Ventimiglia vige una ordinanza, emessa dal sindaco l¹11 agosto 2016,
che vieta la distribuzione di cibo ai migranti e così  incredibile ma vero
nei giorni scorsi tre volontari sono stati denunciati per il reato di
«inosservanza dei provvedimenti dell¹autorità» previsto all¹art. 650 del
codice penale.
All¹altro capo dell¹Italia, nel mare che divide la Sicilia dalle coste
africane e in acque internazionali, si muovono da qualche tempo alcune navi
di organizzazioni non governative che vigilano su eventuali naufragi e, nel
caso, soccorrono i naufraghi o recuperano i corpi di chi non ce l¹ha fatta.
Anche qui è accaduto che la Procura della Repubblica di Catania abbia aperto
una «indagine conoscitiva» sulle organizzazioni interessate sospettate di
favorire l¹immigrazione clandestina se non addirittura  come sostengono
alcuni commentatori  di agevolare gli scafisti.
Questa criminalizzazione della solidarietà che, paradossalmente (o forse
no), colpisce chi cerca di sopperire alle lacune delle istituzioni ha dei
riferimenti precisi. Essa, infatti, è ormai regola negli Stati Uniti, dove
il diritto penale sempre più persegue non solo i poveri ma anche chi vuole
esercitare il diritto (o il dovere morale) di aiutarli.
Il fenomeno è descritto in termini analitici, e con ampia esemplificazione,
in un recente e lucido libro di Elisabetta Grande (Guai ai poveri. La faccia
triste dell¹America, Edizioni Gruppo Abele, 2017) da cui si apprende, tra
l¹altro, che in molti Stati il divieto di camping penalmente sanzionato
colpisce non solo l¹homeless che vi fa ricorso, ma addirittura il
proprietario che consenta al senza tetto di dormire in tenda sul proprio
terreno per più di cinque giorni consecutivi, o che analogo divieto si
estende all¹autorizzazione a parcheggiare nel proprio spazio privato l¹auto
utilizzata da un homeless come abitazione.
Quanto alla somministrazione di cibo ai poveri, poi, si è assistito finanche
all¹arresto di un novantenne, fondatore di un¹organizzazione benefica,
colpevole di servire pasti caldi agli homeless su una spiaggia e, come lui,
di altri attivisti dalla Florida al Texas o alla richiesta di cifre
altissime, come tassa per l¹occupazione di suolo pubblico richiesta, in
California e in South Carolina, alle organizzazioni che distribuiscono cibo
nei parchi.
Il meccanismo della criminalizzazione è lo stesso adottato dal sindaco di
Ventimiglia: l¹adozione di ordinanze contenenti proibizioni dettate da
motivazioni per lo più speciose, come quella di garantire la sicurezza dei
consociati, messa in pericolo dall¹assembramento dei bisognosi che si recano
a mangiare, o addirittura quella di proteggere la sicurezza alimentare o la
dignità degli homeless, che meriterebbero un cibo controllato e un luogo
coperto in cui consumare il pasto (tacendo che cibi e luoghi siffatti in
realtà non esistono).
La cosa più inquietante è che quelle ordinanze, comparse la prima volta alla
fine degli anni Novanta, hanno visto di recente una notevole
intensificazione, con un aumento del 47% nel solo periodo tra il 2010 e il
2014, parallelamente al crescere della povertà e del numero di soggetti
esclusi anche dai buoni alimentari assistenziali.
Ci fu, nella storia, un tempo (nell¹Alto Medioevo) in cui la povertà divenne
fonte di diritti, tanto da far assurgere il patrimonio della Chiesa a
«proprietà dei poveri», destinata a chi non era in grado di mantenersi con
il proprio lavoro e non alienabile neppure dai vescovi.
Ma fu eccezione: quando il diritto si è occupato dei poveri lo ha fatto, per
lo più, in chiave di punizione e di difesa della società.
Ciò è stato messo in discussione, nel nostro Paese, dalla Costituzione
repubblicana, che pone a tutti un dovere di solidarietà e indica
l¹uguaglianza sociale come obiettivo delle istituzioni.
Sarebbe bene non dimenticarlo, anche da parte dei sindaci e dei procuratori
della Repubblica.