Case cantoniere, stazioni, masserie abbandonate…..

Case cantoniere, stazioni, masserie abbandonate: cento immobili gratis

agli under 40 lungo le vie del cicloturismo

 

Il Demanio studia la concessione gratuita disposta dall’Art bonus per far rivivere le strutture in nome del “turismo lento”: si trovano lungo i percorsi ciclopedonali e religiosi dello Stivale

Dopo i fari, il Demanio punta al recupero di vecchie case cantoniere, locande, masserie, ostelli, ma anche piccole stazioni, caselli idraulici, ex edifici scolastici, torri, palazzi storici, monasteri e antichi castelli: oltre 100 immobili pubblici (43 gestiti dall’Agenzia del Demanio, 50 degli Enti territoriali e 10 di Anas), da rimettere a lucido per diventare strutture turistiche – siano essi punti ristoro, alberghi o ciclofficine – lungo percorsi da svolgere rigorosamente “lentamente”, a piedi o in bicicletta.


E’ il progetto Valore Paese – Cammini e Percorsi, presentato dell’Agenzia del Demanio con Mibact e Mit e che riguarda le strutture dislocate lungo gli itinerari storico-religiosi e i percorsi ciclopedonali da Nord a Sud dello Stivale.

 

Il progetto – che fa parte del Piano Strategico del Turismo e del Piano Straordinario della Mobilità turistica – prevede il coinvolgimento di operatori privati o imprese, cooperative e associazioni composte in prevalenza da giovani under 40 che ammoderneranno le strutture coinvolte, prevalentemente in disuso (se non in stato di abbandono) e situate lungo la Via Appia, la Via Francigena, il Cammino di Francesco, il Cammino di San Benedetto e le ciclovie Vento, Sole e Acqua (Acquedotto Pugliese).

Entro l’estate il Demanio dovrà pubblicare gare per dare in concessione gratuita (9 + 9 anni “Dopo il 2017, il progetto sarà replicato anche nel 2018 e nel 2019, sempre dando in concessione 100 immobili ogni anno. Dal Mibact inoltre arriveranno 3 milioni di euro (attraverso 4 bandi) per fornire un tutoraggio alle start up che parteciperanno al progetto e accompagnarle nei primi 2 anni di vita.

Fonte: Repubblica.IT

IL CASO DI S.

IL CASO DI S.
«Ancora una volta assistiamo alla totale follia della normativa italiana e comunitaria per la gestione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti»

un report di Luca Cumbo

S. nasce nelle campagne del sud del Marocco nel 1990. Arriva minorenne a Palermo, con due fratelli più piccoli, per ricongiungersi al padre, venditore ambulante da vent’anni in Sicilia e del quale oggi non si hanno più notizie.

Dopo un periodo di convivenza estremamente problematica col padre, S. si trasferisce prima da amici e poi in un centro d’accoglienza palermitano, mentre i due fratellini venivano affidati a due comunità dal Tribunale dei minori di Palermo.

Dal 2010 collabora volontariamente con il Centro Astalli di Palermo come operatore e come mediatore culturale, mettendosi generosamente a disposizione degli altri migranti.

Nel 2011 S. trova lavoro in un’impresa edile, quest’esperienza si rivela pesante: con il miraggio di un’assunzione, viene sfruttato e mal pagato per un lavoro duro, talvolta pericoloso e in nero.

Nel frattempo S. consegue la licenza media con ottimi voti e si iscrive con grande motivazione alla scuola superiore dove si diploma nel 2016, dopo cinque anni di impegno, non solo per le difficoltà linguistiche e per gli orari scolastici serali ma anche perché già dall’autunno 2011 si manifestano i primi sintomi della sua patologia psichiatrica, una psicosi paranoidea, che il ragazzo fatica ad accettare. Da questo momento in poi sarà seguito presso i servizi di salute mentale di Palermo.

Gli anni del liceo sono intervallati da ricoveri volontari; pur con qualche con difficoltà S. segue la propria terapia.

Nel 2014 il ragazzo subisce un travagliato TSO: egli stesso, convinto di essere vittima di persecuzione e minacce, chiama impaurito la polizia. Gli agenti lo trovano in stato di agitazione e reputano opportuno un intervento sanitario coatto. Durante quel T.S.O, avvenuto in maniera spropositatamente violenta – viene contenuto fisicamente dagli agenti e dagli infermieri “ex manicomiali” – S. non capisce, si dimena, oppone resistenza e per questo viene denunciato.

Dopo un lungo periodo di degenza al reparto di psichiatria di un ospedale palermitano, nel quale S. rimane per i primi giorni legato alle caviglie e ai polsi, viene tentato un percorso riabilitativo presso una clinica privata: S. risponde bene al trattamento farmacologico e alla psicoterapia e, al momento delle dimissioni, mostra maggiore consapevolezza nei confronti del proprio disturbo.

Durante i mesi di ricovero, S. continua a studiare e ottiene permessi speciali di uscita per sostenere interrogazioni e compiti in classe. I professori premiano il suo impegno ammettendolo al quarto anno nonostante le assenze per motivi di salute.

Dopo le dimissioni dalla clinica, S. inizia ad essere seguito nuovamente dai servizi pubblici di salute mentale e trova posto in una CTA (Comunità Terapeutica Assistita).

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Da Camp Darby (LI) armi Usa per la guerra in Siria e Yemen

 

Da Camp Darby armi Usa per la guerra in Siria e Yemen

Manlio Dinucci

Si chiama «Liberty Passion» (Passione per la Libertà). È una modernissima,

enorme nave statunitense di tipo Ro/Ro (progettata per trasportare veicoli e

carichi su ruote): lunga 200 metri, ha 12 ponti con una superficie totale di

oltre 50000 m2, sufficienti al trasporto di un carico equivalente a 6500

automobili.

La nave, appartenente alla compagnia statunitense «Liberty Global

Logistics», ha fatto il suo primo scalo il 24 marzo nel porto di Livorno.

Prende così via ufficialmente un collegamento regolare tra Livorno e i porti

di Aqaba in Giordania e Gedda in Arabia Saudita, effettuato mensilmente

dalla «Liberty Passion» e dalle sue consorelle «Liberty Pride» (Orgoglio di

Libertà) e «Liberty Promise» (Promessa di Libertà). L’apertura di tale

servizio è stata celebrata come «una festa per il porto di Livorno».

Nessuno dice, però, perché la compagnia statunitense abbia scelto proprio lo

scalo toscano. Lo spiega un comunicato dell¹Amministrazione marittima Usa (4

marzo 2017): la «Liberty Passion» e le altre due navi, che effettuano il

collegamento Livorno-Aqaba-Gedda, fanno parte del «Programma di sicurezza

marittima» che, attraverso una partnership tra pubblico e privato, «fornisce

al Dipartimento della difesa una potente, mobile flotta di proprietà

privata, con bandiera ed equipaggio statunitensi». Le tre navi hanno

ciascuna «la capacità di trasportare centinaia di veicoli da combattimento e

da appoggio, tra cui carrarmati, veicoli per il trasporto truppe, elicotteri

ed equipaggiamenti per le unità militari».

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Il pacchetto di Minniti su immigrazione e “sicurezza urbana”

di ·

Non ci sono ancora i testi dei due nuovi decreti legge su immigrazione e sicurezza urbana approvati dal Consiglio dei ministri. Potremo valutarne a pieno la portata solo quando potremo conoscerne gli ambiti di applicazione. Un fatto tuttavia è certo. Sul fronte della guerra ai poveri il governo si è dotato di nuove armi.

I CIE cambiano nome e diventano CPR, centri per il rimpatrio, ma la sostanza non cambia. Ce ne sarà uno per ogni regione. L’unica novità è che dovrebbero essere più piccoli e sorgere lontani dai centri urbani, “vicini agli hub di comunicazione”. Oggi quelli rimasti aperti dopo le rivolte sono solo quattro.
Minniti ha annunciato che i fondi per i rimpatri assistiti saranno raddoppiati.
Stretta anche per i profughi, cui viene negato il diritto al ricorso in caso di respingimento della domanda di asilo. In compenso i richiedenti asilo potranno riempire il tempo, in attesa della sentenza sul loro futuro, lavorando gratis, “in favore delle collettività locali”. Ogni comune, in accordo con la Prefettura locale, potrà richiederne l’impiego per attività di “pubblica utilità”. Le cooperative che gestiscono i profughi non garantiscono i loro diritti? Non gli insegnano la lingua, non offrono assistenza legale? Non importa! Grazie al nuovo governo i profughi saranno “messi al lavoro” volontariamente. Quanti si negheranno, nell’illusione che qualche mese di lavoro al verde pubblico o per le strade possa “fare curriculum” per le commissioni territoriali?
Appena respinta la domanda di asilo si perde ogni diritto all’accoglienza: così le strutture hanno più spazi per i nuovi arrivati. Minniti spinge nella clandestinità e getta in strada migliaia di persone e chiama tutto questo “sicurezza”.
Il daspo dei sindaci, il provvedimento adottato dal ministero dell’Interno, per garantire “il decoro urbano” ha caratteri più fumosi.
“Di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio – ha spiegato Minniti – le autorità possono proporre che chi li ha commessi non possa più frequentare quel determinato territorio”.
Secondo i giornali potrebbe scattare il daspo sull’intera città o per specifici luoghi o quartieri, “di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio”.
Quali regole? Certo non quelle del codice penale che hanno un proprio ambito di applicazione. Secondo la stampa nel mirino ci sarebbero accattoni, writer, prostitute, gente che bivacca. Poveri ed irregolari. Forse anche chi, nelle città, lotta con i poveri e gli irregolari che cercano di aprirsi spazi di vita. Questi decreti si basano, come diversi altri dispositivi già adottati, alla logica del diritto penale del nemico.
Il ministro vuole attuare le stesse politiche auspicate dalle destre xenofobe senza usare il loro linguaggio.

E dice: “non abbiamo bisogno di sindaci sceriffi o di un ministro dell’Interno sceriffo, abbiamo bisogno di cooperazione tra territorio e Stato”
Nella conferenza stampa di presentazione dei due decreti, ha esordito dichiarando che “la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico”.
La neolingua del ministro dell’Interno ha il sapore acre della burocrazia che trita le vite delle persone per il bene di tutti.
Ne abbiamo parlato con Eugenio Losco, avvocato milanese, che cura la difesa di migranti e compagni.

Ascolta la diretta: 2017-02-14-losco-daspo-e-profughi

da: http://radioblackout.org/2017/02/il-pacchetto-di-minniti-su-immigrazione-e-sicurezza-urbana/

Stefano Cucchi, fu assassinato

 

Otto anni dalla morte, finisce inchiesta bis aperta nel del 2014. Accusati Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco, che lo arrestarono a Roma. Reato di calunnia e falso verbale di arresto per il maresciallo Mandolini, allora comandante, e Tedesco. Solo calunnia per Nicolardi

di CARLO BONINI e GIUSEPPE SCARPA

ROMA – Stefano Cucchi è stato assassinato.

Otto anni dopo la sua morte in un letto del reparto di medicina protetta dell’ospedale Pertini di Roma (22 ottobre 2009), il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò chiudono la cosiddetta inchiesta bis (aperta nel novembre del 2014) sui responsabili del suo pestaggio e con l’atto di conclusione indagini contesta a tre dei carabinieri che lo arrestarono nel parco degli acquedotti di Roma – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco – il reato di omicidio preterintenzionale.

Con loro, accusati di calunnia, il maresciallo Roberto Mandolini, allora comandante della stazione dei carabinieri Appia (quella che, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 aveva proceduto all’arresto) e i carabinieri Vincenzo Nicolardi e Francesco Tedesco. Per Mandolini e Tedesco, infine, anche il reato di falso verbale di arresto.

Con un cambio di imputazione (i carabinieri cui viene ora contestato l’omicidio erano stati a lungo indagati per lesioni personali aggravate, così come Mandolini e Nicolardi di una falsa testimonianza che ora diventa, appunto, calunnia) che aggrava la posizione degli indagati e soprattutto fuga il rischio incombente della prescrizione, comincia dunque una nuova storia.

Una morte sino ad oggi senza responsabili – tre giudizi di merito, uno di primo grado e due di appello, oltre ad una pronuncia della Cassazione, hanno portato solo ad assoluzioni (definitive quelle degli agenti penitenziari in servizio nelle celle di sicurezza del Tribunale di Roma, confermate nei due giudizi di appello quelle dei sanitari del Pertini) – trova nelle solide acquisizioni di questa seconda inchiesta della Procura di Roma i presupposti per la celebrazione di un nuovo processo e per riscrivere da capo la storia del pestaggio e della morte di Stefano.

A partire da quanto accadde quella notte del 15 ottobre del 2009 – Stefano fu pestato nei locali della caserma Casilina, dove era stato portato per essere fotosegnalato – per proseguire con lo snodo chiave della vicenda sotto il profilo giuridico. L’esistenza cioè di un nesso di causa ed effetto tra le violenze subite dopo l’arresto (la lesione di due vertebre) e la morte, sei giorni dopo, nell’Ospedale Pertini.

Decisiva, in questo senso, la confusa e contraddittoria ultima perizia di ufficio (quella condotta dal direttore dell’Istituto di Medicina legale di Bari, Francesco Introna), depositata a inizio di ottobre dello scorso anno, che aveva infatti dovuto riconoscere per la prima volta in otto anni, pure in una contorsione logica e argomentativa, che “le fratture traumatiche delle vertebre” di Stefano “ben possono aver determinato una condizione di vescica neurologica” al punto tale che “la stimolazione del nervo vagale ad esso connessa può aver accentuato la bradicardia di Cucchi fino all’esito finale”

fonte: Repubblica.it

E’ la zingara che va in televisione!

COMUNICATO STAMPA

Milano: aggredito perché la moglie è una “zingara” che va in televisione

La sera del 4 novembre a Milano il presidente dell’associazione UPRE ROMA (impegnata in attività e progetti contro la discriminazione  e per l’inclusione della comunità rom) Paolo Cagna Ninchi è stato aggredito sotto casa da una persona a lui  sconosciuta che lo insultava perché sua moglie “è la zingara che va in televisione”. Si tratta di Dijana Pavlovic, nota attivista Rom che  da tempo è minacciata e molestata sia sui social network, sia nel quartiere nel quale vive.

Il presidente di UPRE ROMA ha riportato una lesione al timpano dell’orecchio sinistro con conseguente intervento chirurgico e lungo decorso di guarigione.

Si tratta di un crimine d’odio come tanti altri che i Rom e i non rom che “li difendono” (che nella classifica della mentalità razzista sono peggio dei rom stessi) subiscono. Una famiglia normale con un bambino di 7 anni che abita in una periferia di Milano è costretta da tempo a vivere nella paura di scendere sotto casa per portare fuori il cane o a fare la spesa nel supermercato per il solo fatto che è classificata come una famiglia zingara.

Denunciamo come associazione questo crimine a palese sfondo razziale attuato in un clima di odio e di insofferenza  che sfoga il proprio malessere sulla fragilità altrui, immigrati o “zingari” che siano, chiediamo a UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) che intervenga con decisione nel condannare i crimini d’odio e che si impegni per migliorare la legislazione che condanna questi crimini.

Infine sollecitiamo l’amministrazione di Milano, che ha speso grandi parole durante la campagna elettorale sulle periferie, a passare ai fatti. La zona viale Ungheria, luogo dell’aggressione e luogo di mescolanze umane, culturali, di condizioni materiali diverse è abbandonata  a se stessa,  mai una volante di polizia e di polizia locale (come viceversa nella vicina Santa Giulia, fiore all’occhiello dell’amministrazione e luogo socialmente omogeneo e superprotetto), nessuna telecamera, nessun  presidio sociale per giovani o anziani, nessun servizio socio-culturale (nello spazio di 100 metri ci sono si ben cinque bar, luoghi diciamo così di “aggregazione di bravi italiani” – macchinette mangiasoldi, risse tra ubriachi, eccetera – ma per comprare un libro o per andare a un cinema bisogna prendere il tram o la metro).  C’è bisogno non di costosi progetti di “riqualificazione urbana” intesi come interventi  immobiliari, ma in meno costosi ma più rapidi ed efficaci interventi sulla vivibilità umana di posti che, come viale Ungheria, sono luoghi di solitudine spirituale, di vuoto sociale e culturale che producono esclusione, insofferenza e odio.

Associazione Culturale Upre Roma

 

 

Grazie per l’attenzione           

A forza di balle, Nardella è riuscito a farsi contestare anche dentro la Leopolda.

A forza di balle, Nardella è riuscito a farsi contestare anche dentro la Leopolda.
— 6 novembre 2016

Imbarazzanti le dichiarazioni del sindaco Nardella durante la manifestazione di ieri “Persone incappucciate che usano violenza contro la città sono inqualificabili. Dire no è legittimo, sfasciare Firenze è inaccettabile”.
Quello che non è chiaro è perché se dire NO è legittimo la manifestazione di Firenze dice NO è stata vietata dalla questura fin dal concentramento?
Nonostante questo migliaia di persone sono scese in piazza e appena hanno mosso un passo per partire in corteo alla volta della Leopolda, la polizia ha violentemente caricato e tirato decine di lacrimogeni. Quale violenza contro la città? Piuttosto violenza contro i cittadini che volevano manifestare il proprio dissenso a Renzi e tutto il partito del Sì.
Impossibile capire a cosa si riferisca il sindaco quando parla di “devastazioni”. I manifestanti hanno spostato delle transenne e dei cassonetti per difendersi dalla polizia, hanno tirato delle verdure.
Quale danno alla città produce questo? Come afferma “Firenze dice NO”, infatti, queste presunte devastazioni sono tutt’altro che documentate.

Quanto alle “persone incappucciate”, sfidiamo chiunque voglia passare in un qualunque giorno di pioggia in una piazza fiorentina a contare le persone incappucciate e a farlo sapere a Nardella.
“Manifestare è un diritto, ma non così” afferma il sindaco leopoldino. E come dovevano fare? Il corteo era vietato, la città militarizzata. Forse voleva dire: “Manifestare è un diritto ma per il sì”.
E nonostante le migliaia di poliziotti, è così riuscito a farsi contestare anche dentro la Leopolda, interrompendo una conferenza stampa per scappare dalle critiche di un cittadino.

Nardella ha avuto le sue buone ragioni per doversi inventare queste assurdità: l’unica Firenze ad essere stata sfasciata è l’immagine della città come passerella di Renzi&co. Quella che è la “sua” città, fatta di convention e cene di lusso, di svendita del patrimonio pubblico e militarizzazione, di scuole che crollano e tagli alle politiche sociali.
I fiorentini hanno fatto presente che la città vera è ben diversa e non è più disposta ad accettare di essere strumentalizzata per gli interessi del Partito del Sì.
Chi ieri ha davvero devastato Firenze sono Renzi e Nardella che hanno firmato il patto per Firenze, un accordo che prevede una spesa di 2 miliardi e mezzo da regalare agli amici costruttori per grandi opere nocive come l’aeroporto e l’inceneritore. Una devastazione ben più reale e duratura contro cui i cittadini ieri hanno dato un segnale forte e chiaro.

firenze dal basso http://firenzedalbasso.org/a-forza-di-balle-nardella-e-riuscito-a-farsi-contestare-anche-dentro-la-leopolda/

info e video pag.facebook:https://www.facebook.com/Firenzediceno/

 

LAMPEMUSA – 22 OTTOBRE 2016

LAMPEMUSA – 22 OTTOBRE 2016
sabato 22 ottobre 2016 – CdPSettignano – via San Romano 1
  • ore 19.00 presentazione del dossier Lampedusa 3 ottobre 2013 il naufragio della verità
  • ore 20.00 cena sociale (è importante prenotare; telefonare alla Casa del popolo di Settignano 055 697007 o inviare una mail a: doretta.cocchi@gmail.com)
  • ore 21.30 Lampemusa: memorie e storie in mezzo al mare. Canzoni e racconti sull’isola di Lampedusa di Giacomo Sferlazzo.

La presentazione del dossier Lampedusa 3 ottobre 2013 il naufragio della verità:

Un dossier (https://askavusa.wordpress.com/03102013-il-naufragio-della-verita/) che racconta ed analizza i fatti accaduti in seguito al naufragio del 3 Ottobre 2013 avvenuto a poche miglia dalle coste di Lampedusa. Il documento è stato scritto dal collettivo Askavusa a partire dalle testimonianze dei soccorritori e di alcuni sopravvissuti. Riteniamo che la narrazione pubblica degli eventi del 3 ottobre 2013 sia stata mistificata e strumentalizzata, allo scopo di implementare politiche securitarie e militari travestite da interventi umanitari.

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Il dossier accompagna la video inchiesta di Antonino Maggiore:Lampedusa 3 ottobre 2013 i giorni della tragedia, visibile a questo indirizzo:  https://www.youtube.com/watch?v=0HjMRcMlG9E.

Lo spettacolo LAMPEMUSA:

Dalla colonizzazione dell’isola avvenuta il 22 settembre del 1843 alla crescente militarizzazione dell’isola. Dalle storie di pesca, prima risorsa economica fino agli anni ottanta, alle migrazioni che hanno interessato e interessano l’isola e il Mediterraneo. La fuga di Enrico Malatesta e la tradizione “epica” dell’isola (Ludovico Ariosto ambientò sull’isola lo scontro dei tre cavalieri cristiani contro i tre saraceni). E ancora: piccole storie di donne e uomini che il cantautore ha raccolto dai racconti degli anziani dell’isola. Il santuario della Madonna di Porto Salvo di Lampedusa, luogo dove per secoli cristiani e musulmani pregarono insieme, alimentando la lampada ad olio posta sotto l’effige della Madonna. “U Violu” luogo rievocato dai ricordi del comandante Vito Gallo e scomparso per sempre dal centro abitato di Lampedusa. I “sacchi a leva” le barche per la pesca delle spugne nei ricordi di Giuseppe Balistreri maestro d’ascia dell’isola e tante altre storie su Lampedusa che difficilmente sentirete altrove. Giacomo Sferlazzo, riprende la tradizione dei cantastorie siciliani suonando la chitarra, il marranzano, la percussione a cornice e altri strumenti inventati da lui. Le storie (i cunti) si alternano alle canzoni di Sferlazzo o a quelle riprese dalla tradizione popolare, come “Li pirati a Palermu” (testo di Ignazio Buttitta – musica di Rosa Balistreri) o “Il Galeone” (testo di Belgrado Pedrini – musica di Paola Nicolazzi). Nelle date di Genova e di Firenze, Giacomo Sferlazzo sarà accompagnato dal musicista polistrumentista Jacopo Andreini.

Quanti sono i poveri in Italia Istat 2015

Quanti sono i poveri in Italia

E cosa vuol dire, da un punto di vista economico e statistico, essere “poveri”:

i nuovi dati dell’ISTAT

L’ISTAT ha pubblicato un rapporto sulla povertà in Italia relativa al 2015. I dati mostrano che il 6,1 per cento delle famiglie residenti in Italia si trova in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni e 598 mila persone (il numero più alto dal 2005 ad oggi): il 7,6 per cento della popolazione residente. L’incidenza della povertà assoluta si è mantenuta sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, mentre è cresciuta se misurata in termini di persone (nel 2014 la popolazione residente in povertà assoluta era il 6,8 per cento). Anche la povertà relativa ha avuto un andamento simile nel 2015: è rimasta stabile in termini di famiglie (2 milioni e 678 mila pari al 10,4 per cento delle famiglie residenti, rispetto al 10,3 per cento del 2014), mentre è aumentata in termini di persone (8 milioni e 307 mila pari al 13,7 per cento, rispetto al 12,9 per cento del 2014).

Cosa significano povertà assoluta e povertà relativa


Le stime diffuse dall’ISTAT provengono dall’Indagine sulle spese delle famiglie: vengono rilevate tutte le spese sostenute dalle famiglie residenti per acquistare beni e servizi destinati al consumo familiare: generi alimentari, utenze, arredamenti, elettrodomestici, abbigliamento e calzature, medicinali e altri servizi sanitari, trasporti, comunicazioni, spettacoli, istruzione, vacanze, e così via. Le spese sostenute per scopi diversi dal consumo sono invece escluse dalla rilevazione.

La povertà assoluta classifica quindi le famiglie in base all’incapacità di acquisire certi beni e servizi che vengono considerati essenziali per vivere in modo minimamente accettabile. Viene misurata in base alla valutazione monetaria di quei beni e servizi che vengono considerati essenziali. L’ipotesi di partenza è che i bisogni primari e i beni e i servizi che hanno a che fare con i bisogni primari siano omogenei su tutto il territorio nazionale, tenendo però conto del fatto che i costi sono variabili tra le varie zone del paese. L’unità di riferimento è la famiglia, considerata in base alle caratteristiche dei singoli componenti. I bisogni primari sono divisi in tre aree: alimentare, abitazione, residuale. Hanno cioè a che fare con un’alimentazione adeguata, un’abitazione che deve corrispondere alla dimensione della famiglia, che deve essere riscaldata e fornita dei principali servizi, e una serie di altri parametri che hanno a che fare con il minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute.

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La guerra sporca dell’Italia in Yemen

La guerra sporca dell’Italia in Yemen

«La ditta Rwm Italia ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente». I dati sulle esportazioni degli armamenti made in Italy sono opachi ma dalla ministra della Difesa Pinotti arriva la conferma indiretta del nostro coinvolgimento nelle stragi dei civili

di Giorgio Beretta (*)

Potrebbero essere di fabbricazione italiana le bombe che sabato scorso hanno colpito l’edificio a Sana’a in Yemen dove era in corso una cerimonia funebre causando 155 morti e più di 530 feriti. Il corrispondente della tv britannica ITV, Neil Connery, che è entrato nell’edifico poco dopo il bombardamento, ha infatti pubblicato via twitter la foto di una componente di una bomba che, secondo un ufficiale yemenita, sarebbe del tipo Mark 82 (MK 82).

 

Altre immagini pubblicate via twitter sono più precise: riportano la targhetta staccatasi da una bomba con la scritta: «For use on MK82, FIN guided bomb». Segue un numero seriale: 96214ASSY837760-4. L’ordigno sarebbe stato prodotto su licenza dell’azienda statunitense Raytheon per essere usato su una bomba MK82. Ma non è chiara l’azienda produttrice e il paese esportatore. Che potrebbe essere anche l’Italia.

 

Bombe del tipo MK82, infatti, sono prodotte nella fabbrica di Domusnovas in Sardegna dalla Rwm Italia, azienda tedesca del colosso Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi, in provincia di Brescia. E sono state esportate dall’Italia, con l’autorizzazione da parte dell’Unità per le autorizzazioni di materiali d’armamento (Uama).

 

La conferma, seppur in modo indiretto, l’ha data mercoledì scorso (il 12 ottobre) la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo a una interrogazione del deputato Luca Frusone (M5S): «La ditta Rwm Italia – ha detto la ministra Pinotti – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente».

 

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