LO STATO ELIMINA GLI AGRICOLTORI

 

LO STATO ELIMINA GLI AGRICOLTORI!

Rifiutiamo le norme! Schiviamo i proiettili!

 

Hanno ucciso Laronze

Jérôme Laronze, un allevatore in Saône-et-Loire, è stato ucciso il 20 maggio 2017 dai gendarmi. Il suo nome si aggiunge alla lunga lista delle vittime delle forze dell’ordine. La sua morte ci ricorda che la violenza istituzionale non risparmia nessuno, nemmeno gli agricoltori. Jérôme era stato molestato da anni dalla burocrazia amministrativa del settore agricolo: controlli a ripetizione, multe, minaccia di sequestro delle greggi… Questa azione repressiva aveva come obiettivo “fargli rispettare le norme” a uno che rifiutava di sottostare ai vari obblighi di tracciabilità (marchio auricolare in materiale plastico applicato all’orecchio sinistro, registro degli spostamenti di acquisto e vendita, profilassi, ecc.). La pressione crescente ha raggiunto l’apice nel 2016 quando i servizi veterinari hanno fatto appello ai gendarmi per effettuare i loro controlli a ogni costo. Durante la loro ultima visita, non meno di due controllori e quattro militari armati si sono presentati in azienda a sorpresa. Preso alla sprovvista, Jérôme ha deciso di darsi alla fuga per denunciare il comportamento dell’amministrazione. Nel Journal de Saône-et-Loire ha espresso la sua visione perfettamente chiara della situazione: «L’iper-amministrazione non porta nulla agli agricoltori, se non umiliazioni e angherie. Avvantaggia soltanto i commercianti e gli intermediari. Il mio caso è aneddotico, ma illustra l’ultra-regolamentazione che porta alla distruzione dei contadini.» Purtroppo la sua fuga mediatica e politica si è conclusa dieci giorni dopo sotto i proiettili dei gendarmi. Mentre molti coltivatori e allevatori vanno in depressione, abbandonano il mestiere o si suicidano, Jérôme invece si è opposto al sistema normativo ed è stato abbattuto. Mentre i servizi statali cercano di screditarlo per scusare i propri gendarmi1, dobbiamo Riconoscere la lucidità e il coraggio di Jerome in questa lotta che colpisce tutti i lavoratori della terra. L’omicidio di cui è la vittima rende più visibile la distruzione dei contadini che mai.

 Lo Stato al servizio del capitale

L’ultra-regolamentazione in questione si basa su norme sanitarie e ambientali il cui numero è esploso negli ultimi vent’anni. Queste norme hanno la pretesa di far fronte ai problemi attuali di salute pubblica e protezione dell’ambiente. Ma queste promesse, sempre deluse, nascondono l’obiettivo reale. La gestione normativa serve solo a scremare la popolazione agricola in modo da concentrare la produzione e i profitti. E se il degrado del nostro ambiente e della nostra salute sono indubbi, le norme non si sono dimostrate né necessarie né efficaci: nessun studio dimostra il presunto rischio delle pratiche contadine; nessun protocollo industriale ha impedito la mucca pazza, le alghe verdi o le lasagne di cavallo. Al contrario, l’industrializzazione dell’agricoltura è stata accompagnata dall’uso massiccio di prodotti tossici per la natura in generale e per gli esseri umani in particolare. Il deteriorarsi delle nostre condizioni di vita è profondamente legato allo sviluppo del modello produttivista. Tuttavia queste norme, predisposte con cura dalle lobby industriali, sono imposte a tutti sotto forma di regolamenti. Il sistema normativo fa scomparire l’unicità di ogni azienda agricola e l’esperienza del produttore a vantaggio di procedure standardizzate. Ci riduce a semplici esecutori, privati del nostro savoir-faire, della nostra cultura e dei nostri strumenti di lavoro. Ci soffoca in modo finanziario e amministrativo. Snatura il senso del nostro mestiere. Ci trasforma in lavoratori proletarizzati e ci spinge a lasciare le nostre fattorie. Risponde così ai bisogni dell’industria: liberare dei suoli da un lato e della manodopera resa precaria dall’altro.

Su consiglio delle stesse lobby, le politiche hanno messo in atto misure finanziarie per accompagnare le normative sanitarie e ambientali. Ma queste sovvenzioni e altri vantaggi fiscali sono raramente accessibili alle piccole aziende agricole perché gli investimenti necessari rimangono fuori dalla loro portata. Solo le grandi aziende agricole possono ambire a ottenerle, e ne traggono beneficio anche per aumentare i loro enormi profitti diversificando le loro entrate (solare, eolico, metano…). Così, la gestione attraverso le norme è diventata la principale leva delle politiche agricole per sradicare le piccole e medie aziende, a vantaggio delle grandi aziende agricole e delle fattorie-fabbrica. Malgrado tutti gli esiti concreti sulla salute e sull’ambiente, la combinazione di regolamenti e aiuti pubblici fornisce all’industria le condizioni e i mezzi per poter prosperare. Jérôme l’aveva capito bene. Vi si è opposto e per questo è morto.

Lottiamo insieme per esistere

È giunto il momento di porre fine a questa politica mortifera. Molti di noi rifiutano di sottomettersi alle ingiunzioni dello Stato. Sono necessari tanti atti di resistenza, ma è difficile farsene carico da soli, di fronte a un’amministrazione repressiva e a una giustizia di classe. L’omicidio di Jérôme suona come un campanello d’allarme: isolati, prima o poi scompariremo, sotto le norme o sotto i proiettili. Solo un movimento collettivo ci permetterà di fermare la macchina che ci riduce in frantumi. Il sindacalismo ha mostrato i propri limiti. Impigliato nella co-gestione, non può più essere una forza d’opposizione. Basta con l’ipocrisia. Non c’è nulla da negoziare con lo Stato francese e con il suo avatar europeo dato che entrambi concentrano la produzione nelle mani degli imperi agroalimentari garantendo loro guadagni regolari. Bisogna impedirgli di fare danni attraverso la disobbedienza collettiva e l’azione diretta. Come nel caso della lotta contro l’inserimento di microchip nelle pecore, dobbiamo ristabilire un rapporto di forze con l’amministrazione organizzando una presenza collettiva nelle aziende durante i controlli. Questa presenza ha il merito di porre fine all’umiliazione, alla sensazione d’impotenza e d’isolamento. Ma data la situazione, dobbiamo andare oltre. Adesso dobbiamo rifiutare collettivamente i controlli e assicurarci che non si verifichino sanzioni.

Rifiutiamo il sistema normativo che tenta di eliminarci!           

Per contattare il movimento, partecipare alle manifestazioni e organizzare la lotta, contattateci al seguente indirizzo: hors.norme@yahoo.com. Stiamo pensando in particolare a un incontro entro la fine dell’anno.

Collettivo di agricoltori contro le norme 18 agosto 2017

NOTE 1. FDSEA (Fédération nationale des syndicats d’exploitants agricoles) e Confédération Paysanne hanno alimentato questo discorso ufficiale affermando che era «psicologicamente debole», che aveva «bisogno di cure» o suggerendo che aveva «perso la ragione».

 

 A proposito della morte di Jérôme Laronze, allevatore (a cura di istrixistrix) Continua a leggere

Comunicato mondeggi settembre 2017 sul comportamento della città metropolitana

Nei tre anni della nostra custodia di Mondeggi, che è valsa a recuperare il territorio dal degrado in cui era stato abbandonato dall’incuria e dall’assenteismo istituzionale, molte sono state le iniziative rivolte anche all’esterno che abbiamo sviluppato o favorito. Diverse hanno avuto un respiro internazionale, come l’ultima in ordine di tempo che per dieci giorni ha visto un gruppo di volontari provenienti da Italia, Belgio, Spagna, Repubblica Ceca, Russia, partecipare a un campo di lavoro con corsi formativi, organizzato con l’associazione Servizio Civile Internazionale.
All’inizio dell’estate tuttavia, la Città Metropolitana di Firenze ha inviato all’associazione Il Melograno una diffida a svolgere, come nello scorso anno, le attività dei propri Centri estivi nell’area auto-gestita da Mondeggi Bene Comune, utilizzandone spazi e strutture. Tale diffida ha fatto seguito all’altra indirizzata ai gestori del chiosco dei Giardini della Resistenza all’Antella, a cui è stato intimato – pena il ritiro del patrocinio comunale e il conseguente fortissimo aumento dei costi – di togliere dal loro programma di eventi estivi qualsiasi riferimento a Mondeggi Bene Comune.
Come è evidente, siamo in presenza del tentativo di fare terra bruciata intorno a Mondeggi per spezzare le solidarietà territoriali e le relazioni socio-culturali che ne consolidano e ne sviluppano il progetto. Che tali decisioni vengano prese sulla pelle dei bambini dei centri estivi ai quali viene sottratta l’opportunità di muoversi in un ambiente più sano conoscendo direttamente ciò che ormai, nella più rosea delle ipotesi, vedono soltanto sui poster o su internet, non sembra preoccupare più di tanto i solerti amministratori.
Non c’è da meravigliarsi: isolare le esperienze scomode e non conformi è una strategia adottata da tempo immemorabile da ogni potere. Quel che francamente comincia a diventare seccante è che si continui a voler far passare questi provvedimenti come inevitabili conseguenze di una nostra presunta illegalità. A tal proposito, chiariamo allora alcuni punti.
Primo. L’illegalità di cui veniamo accusati è inesistente in quanto tale, contrariamente a quella posta in essere dagli amministratori pubblici che contravvengono il dettato costituzionale almeno per quanto riguarda la finalità sociale della proprietà (soprattutto l’art. 41) e il principio di sussidiarietà (art. 118). Occorrerà sottolineare che tale interpretazione non è nostra, ma di alcune fra le figure della giurisprudenza italiana ritenute più autorevoli in campo nazionale ed internazionale: come, per citare solo alcuni nomi, Stefano Rodotà (purtroppo appena scomparso), Ugo Mattei, Paolo Maddalena. Proprio quest’ultimo, forse il nome più prestigioso per gli alti incarichi istituzionali ricoperti, ci ha recentemente inviato alcune considerazioni dalle quali emerge che per gli ordinamenti italiani nessun bene pubblico può essere ritenuto proprietà di qualsivoglia istituzione e che quindi sono i cittadini, semmai, a detenere «la “proprietà collettiva” di Mondeggi a titolo di “sovranità”», il che tra l’altro impedisce di ritenere legittima qualsiasi iniziativa unilaterale delle istituzioni tesa all’alienazione di un bene pubblico. Sempre citando Maddalena, c’è inoltre «la questione della “funzione sociale” della proprietà. Se la Provincia è stata inerte, bene hanno fatto i cittadini, considerati come “parte” dell’intera Comunità, a prendersi cura della fattoria e non si può certo parlare di occupazione abusiva». Non va poi dimenticato che circa 200 amministrazioni in Italia hanno affrontato situazioni consimili in maniera del tutto diversa, stipulando accordi stabili con coloro che si sono “illegalmente” presi cura di beni pubblici abbandonati.
Secondo. A proposito di illegalità: siamo proprio sicuri che la fallimentare gestione dell’Azienda Agraria Mondeggi Srl di cui l’ex Provincia è socio unico, non configuri alcun profilo di reato? Dobbiamo registrare soltanto l’ennesimo caso di mancata abilità manageriale o, come poi viene quasi sempre accertato, questa è solo un’interpretazione ufficiale il cui scopo è nascondere ben altro tipo di abilità? Non interessa davvero a nessun magistrato cercare di capire come è maturato l’enorme disavanzo alla fine ripianato (tanto per essere originali) con i soldi dei cittadini che, in caso di vendita, si ritroverebbero ad aver coperto gli ammanchi causati da altri per poi perdere comunque la disponibilità del bene? Non sarebbe istruttivo dare un’occhiata ai verbali dei Consigli di amministrazione per verificarne la coerenza economica delle decisioni; o magari appurare se i tecnici che ne facevano parte condividevano le scelte dei consiglieri di nomina politica e, in caso contrario, per quale motivo? Magari ci attiveremo di più in tal senso.
Terzo. Coloro che si appellano così maldestramente alla legalità sono comunque qualificati esponenti della categoria professionale italiana – ovvero i politicanti (definirli politici pare troppo) – di gran lunga a più alto tasso di delinquenza, sebbene per una tipologia piuttosto ristretta di reati. E’ un dato sociologico (oltre che di senso comune) inoppugnabile e corroborato da una pletora di inchieste, procedimenti e sentenze che non hanno soltanto disvelato le malversazioni dei singoli ma anche il loro organico inserimento all’interno di un sistema di governo pervasivo e strutturalmente fondato sul malaffare. Per merito di tale categoria professionale e della sua attenzione alla legalità, su 176 paesi, l’Italia nel 2016 era distante 60 posizioni (il terz’ultimo posto in Europa) da quella occupata dallo Stato più virtuoso a livello mondiale.
Quarto. Dato che siamo così illegali, com’è che si è fatto ugualmente ricorso a noi per garantire la messa in sicurezza dei luoghi rispetto alle normative anti-incendio in vigore nella stagione secca? Per anni l’ex Provincia ha abbandonato Mondeggi innalzando a dismisura il rischio; recentemente ha inoltre svenduto tutti i macchinari e licenziato il dipendente che poteva impiegarli per svolgere questa mansione. Certo utile ma molto ipocrita contattarci per risolvere un problema dell’istituzione, senza pagare pegno e soprattutto senza pagare salari. Pare insomma che la nostra sia un’illegalità talvolta tollerabile se risponde alle convenienze della Città Metropolitana.
Diciamola tutta. Se l’indifferenza etica, l’ipocrisia morale, la mendacia politica, l’arroganza del potere spesso connaturate ai politici di professione, non impedissero loro di togliere il disturbo obbligandoci così a ricercarne l’interlocuzione, eviteremmo volentieri il rischio di comprometterci frequentando personaggi i cui comportamenti e la cui reputazione (collettiva, quando non personale) sono giustamente così dubbi.

MONDEGGI BENE COMUNE – FATTORIA SENZA PADRONI

 

Voucher: fatto l’inganno, trovata la legge

 

Roma, 11/09/2017 11:27

Un tempo si diceva “fatta la legge trovato l’inganno”, adesso nella calda estate del 2017 (cui  se questi sono i presupposti seguirà un rovente autunno) si può dire “fatto l’inganno, trovata la legge”; questa inversione di una tendenza tutta italiana è merito dei voucher usciti dalla porta come tali e fatti rientrare dalle finestre, lasciate appositamente spalancate, belli e ripuliti, almeno nel nome, sotto le mentite splendide sembianze di Libretto Famiglia e PrestO (dove PrestO starebbe per prestazioni Occasionali: la verità del nome scritto per intero evidentemente vergognava i suoi stessi ideatori!).

I medesimi voucher utilizzati recentemente dalla statistica ISTAT per accrescere vergognosamente il numero degli occupati italiani e per assicurare che il nostro è “il migliore dei mondi (lavorativi) possibili”!

I nuovi vecchi deprecabili voucher tornati alla ribalta esprimono, però, il peggio di se’!

E tutto questo è perfettamente noto al legislatore e ai suoi apparati esecutori a tal punto che nella circolare dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro del 9 agosto 2017 si legge “da ultimo, come già chiarito dall’INPS con la citata circ. n. 107/2017, la stessa sanzione si applicherà in presenza di una revoca della comunicazione a fronte di una prestazione di lavoro che, a seguito di accertamenti, risulti effettivamente resa, attesa l’evidente volontà di “occultare” la stessa prestazione.

In tal senso, anche in tale sede si evidenzia che questo Ispettorato, in raccordo con l’INPS, porrà particolare attenzione sulle revoche delle comunicazioni di prestazioni occasionali valutandone la frequenza e quindi la possibile sussistenza di comportamenti elusivi volti ad aggirare la disciplina normativa.”

In pratica per come è congegnata legislativamente e operativamente la vergognosa disciplina dei voucher (USB con autenticità preferisce continuare a chiamarli così) il datore di lavoro potrebbe comunicare all’ INPS l’inizio della prestazione occasionale, utilizzare il lavoratore e poi occultare di averlo utilizzato revocando entro tre giorni dal lavoro reso la comunicazione di prestazione e tutto questo è ben noto agli ideatori dell’art. 54 bis della legge 96/2017.

L’aggravante: come le amministrazioni interessate intendano porre attenzione sulle revoche truffaldine non è specificato in alcun modo.
Ancora una volta il Governo con decreto legge legifera d’urgenza sui voucher in favore dei padroni, appellandoli, almeno per una volta con coerenza e autenticità, presunti possibili truffaldini, e se ne frega dei lavoratori sempre più sfruttati, precari e pure beffati da padroni, Governo e suoi apparati esecutori.
In tutto questo scempio di vite umane e professionali sembra che CGILCISLUIL abbiano preferito il silenzio più conforme alle logiche capitaliste di una Repubblica ormai fondata sul lavoro precario! Infatti i voucher hanno funzionato così bene, elusivamente parlando, nel settore privato che la legge ne ha previsto l’uso anche nel pubblico impiego con tante attenuanti sanzionatorie.

Secondo il recente rapporto INAIL nel primo semestre 2017 sono morte sul lavoro 473 persone! Di lavoro si continua a morire… perché di precariato si vive?

USB con determinazione e rabbia contro il precariato!
Schiavi e ora pure a nero, MAI!

USB P.I. – Coordinamento Nazionale Lavoro

Case cantoniere, stazioni, masserie abbandonate…..

Case cantoniere, stazioni, masserie abbandonate: cento immobili gratis

agli under 40 lungo le vie del cicloturismo

 

Il Demanio studia la concessione gratuita disposta dall’Art bonus per far rivivere le strutture in nome del “turismo lento”: si trovano lungo i percorsi ciclopedonali e religiosi dello Stivale

Dopo i fari, il Demanio punta al recupero di vecchie case cantoniere, locande, masserie, ostelli, ma anche piccole stazioni, caselli idraulici, ex edifici scolastici, torri, palazzi storici, monasteri e antichi castelli: oltre 100 immobili pubblici (43 gestiti dall’Agenzia del Demanio, 50 degli Enti territoriali e 10 di Anas), da rimettere a lucido per diventare strutture turistiche – siano essi punti ristoro, alberghi o ciclofficine – lungo percorsi da svolgere rigorosamente “lentamente”, a piedi o in bicicletta.


E’ il progetto Valore Paese – Cammini e Percorsi, presentato dell’Agenzia del Demanio con Mibact e Mit e che riguarda le strutture dislocate lungo gli itinerari storico-religiosi e i percorsi ciclopedonali da Nord a Sud dello Stivale.

 

Il progetto – che fa parte del Piano Strategico del Turismo e del Piano Straordinario della Mobilità turistica – prevede il coinvolgimento di operatori privati o imprese, cooperative e associazioni composte in prevalenza da giovani under 40 che ammoderneranno le strutture coinvolte, prevalentemente in disuso (se non in stato di abbandono) e situate lungo la Via Appia, la Via Francigena, il Cammino di Francesco, il Cammino di San Benedetto e le ciclovie Vento, Sole e Acqua (Acquedotto Pugliese).

Entro l’estate il Demanio dovrà pubblicare gare per dare in concessione gratuita (9 + 9 anni “Dopo il 2017, il progetto sarà replicato anche nel 2018 e nel 2019, sempre dando in concessione 100 immobili ogni anno. Dal Mibact inoltre arriveranno 3 milioni di euro (attraverso 4 bandi) per fornire un tutoraggio alle start up che parteciperanno al progetto e accompagnarle nei primi 2 anni di vita.

Fonte: Repubblica.IT

Gli studenti sfruttati a Natale nei ristoranti

Prato, la protesta di una docente dell’alberghiero Datini contro i tirocini non retribuiti durante le prossime vacanze. Il preside: “Così imparano a lavorare”di Fabrizia Prota

 07 dicembre 2016

PRATO. Si avvicinano le vacanze natalizie e mentre la maggior parte degli studenti pratesi si godrà il meritato riposo gli allievi dell’indirizzo alberghiero dell’Istituto Francesco Datini si apprestano a svolgere dei tirocini in ristoranti, pizzerie e trattorie della città. Tirocini non retribuiti che avranno una durata media di 4 settimane, per tutto il periodo delle feste, dal 19 dicembre al 19 gennaio. «Questi tirocini non solo sono gratuiti – è la denuncia della professoressa Francesca Naldini, che al Datini insegna francese – ma non sono nemmeno istruttivi per i ragazzi. Perché si svolgono in strutture non qualificate, nelle quali gli studenti non vengono affiancati da professionisti che insegnano loro un lavoro, ma la maggior parte delle volte vengono solamente sfruttati come manodopera a costo zero, che spesso si va a sostituire a quella dei lavoratori stagionali o a chiamata».

I percorsi di tirocinio sono stati resi obbligatori per gli studenti dell’ultimo triennio degli istituti tecnici e professionali dalla legge sulla Buona Scuola” del 2015, secondo il principio dell’alternanza scuola-lavoro. «Non metto in dubbio che i ragazzi debbano imparare a lavorare – spiega la Naldini – ma non credo che pelare patate o pulire le sale in condizioni di lavoro spesso pessime costituisca un’esperienza qualificante di crescita personale, per di più in orari serali, visto che si tratta di ragazzi in gran parte minorenni, e in un periodo dell’anno che dovrebbe essere dedicato al riposo. Alcuni di loro ci hanno addirittura raccontato che venivano loro sottratte le mance dei clienti. I ragazzi devono essere sì educati al mondo lavoro, ma come lavoratori consapevoli del valore di ciò che fanno e dei loro diritti».

«Lavorare quando gli altri vanno in vacanza fa parte del profilo professionale dei ragazzi dell’alberghiero – è la replica del dirigente scolastico del Datini Daniele Santagati – Non trovo perciò nulla di strano nel fatto che gli studenti li svolgano nel periodo natalizio, momento in cui inoltre ristoranti e bar hanno un’attività ampia, il che consente ai ragazzi di vedere più cose. Sono esperienze formative per gli studenti, che ne sono soddisfatti. La decisione di fare gli stage durante le feste – aggiunge – è stata presa a maggioranza dal consiglio scolastico e consente inoltre agli studenti di frequentare regolarmente le lezioni durante l’anno».

Per i ragazzi che effettuano gli stage è prevista una settimana di vacanza dopo il 19 gennaio. Di tutta altra opinione è il Circolo Pascoski, collettivo pratese nato da due mesi che riunisce studenti e lavoratori precari, che, insieme alla professoressa Naldini e al Coordinamento per una Scuola Libera (che raggruppa Unicobas, Cub Toscana, Usi, Sgb Toscana e Gruppo Anarchico Azione Diretta Firenze), ha organizzato per il prossimo 14 dicembre un’assemblea rivolta ai ragazzi e i docenti del Datini per discutere dei tirocini e di altri problemi della scuola.

«Quella degli stage gratuiti è una questione che riguarda da vicino tante categorie, non solo quella degli studenti – spiegano Mattia Schiavone e Antonio Gori del Circolo Pascoski– Potrebbe essere uno strumento positivo, ma spesso viene usato solo per creare una “guerra tra poveri”, perché quella svolta gratuitamente da un tirocinante potrebbe essere una mansione affidata ad un lavoratore retribuito (magari il ragazzo stesso). Dal punto di vista educativo, si vuol abituare questi ragazzi a pensare che il lavoro non pagato sia cosa normale, anzi per la quale dover ringraziare».

fonte: Tirreno – Prato

Australia “Vacanza Lavoro”

Australia, i giovani migranti italiani sfruttati e trattati come schiavi

Storie contemporanee di immigrati italiani, una realtà che pochi conoscono e che anzi viene deliberatamente mascherata dietro un generico “In Australia si sta bene”
In questi ultimi mesi si è parlato spesso di migranti che “invadono” le coste italiane. In pochi sanno, però, che un piccolo esercito di oltre 15mila giovani italiani migranti si trova attualmente in Australia, con un visto temporaneo di “Vacanza Lavoro“. C’è di più: nella maggior parte dei casi sono sottoposti a condizioni di aperto sfruttamento, orari di lavoro estenuanti, paghe da fame, ricatti (a volte anche sessuali) e truffe.

Il motivo? Chi va a “cercare fortuna” in Australia ottiene un permesso di lavoro stagionale (che permette di superare le severe leggi australiane sull’immigrazione) e di ottenere una prima (provvisoria…?) sistemazione nel Paese, in previsione del rinnovo del visto per un secondo anno. Per ottenerlo è necessario un documento che attesti che questi “immigrati temporanei” abbiano lavorato per almeno tre mesi in zone rurali australiane. Superato il primo step, dunque, la speranza è di affrancarsi dalle campagne e trovare un lavoro più qualificato.
La denuncia arriva da un programma televisivo australiano, “Four Corners“, al quale molti ragazzi (perlopiù inglesi e asiatici ma anche italiani) hanno raccontato storie che, in molti casi, si avvicinano allo schiavismo, come ha confermato anche Mariangela Stagnitti, presidente del Comitato italiani all’estero di Brisbane: “In un solo anno ho raccolto 250 segnalazioni fatte da giovani italiani sulle condizioni che avevano trovato nelle ‘farm’ australiane. Alcune erano terribili”.

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