Israele: Mohammed al Qiq in fin di vita continua la sua lotta

di Michele Giorgio Il Manifesto, 17 febbraio 2016Il giornalista palestinese arrestato da Israele e in detenzione amministrativa, senza processo e accuse concrete, dallo scorso novembre, attua da oltre 80 giorni lo sciopero della fame. Vuole la scarcerazione immediata, non accetta soluzioni di compromesso. I medici avvertono che potrebbe morire nel giro di qualche giorno se non di ore.

Mohammed al Qiq soffre terribilmente, accusa dolori lancinanti in ogni parte del suo corpo, sempre più debole, e potrebbe cessare di vivere nel giro di pochi giorni, forse di ore. I filmati che girano in rete mostrano il giornalista palestinese, arrestato lo scorso 21 novembre in Cisgiordania dai soldati israeliani e da allora in detenzione amministrativa (senza processo), che si muove appena e lancia un lamento straziante. Al Qiq, 33 anni, corrispondente dalla Palestina per la tv saudita al Majd, è poco più di uno scheletro. Ha perduto circa 30 kg ma non si arrende, non ha alcuna intenzione di interrompere lo sciopero della fame che porta avanti dal 24 novembre. Chiede la revoca immediata dell’ordine di detenzione amministrativa. Sua moglie, la famiglia, gli amici, pur temendo per lui e la sua vita, non si oppongono alla lotta che sta portando avanti, anzi la sostengono sino in fondo. Ripetono che “Mohammed non ha fatto nulla di male, altrimenti gli israeliani non lo avrebbero condannato alla detenzione senza processo”. A sostegno del giornalista da giorni si svolgono cortei e sit in nelle città palestinesi, la sua immagine è ovunque, i media locali e i social rifericono aggiornamenti continui sulle sue condizioni. Per al Qiq manifestano anche decine di attivisti israeliani e due di loro, Anat Rimon e Anat Lev, hanno cominciato nei giorni scorsi uno sciopero della fame.
I servizi segreti israeliani, senza avere nulla di concreto in mano, hanno chiesto e ottenuto dai giudici l’arresto e il carcere per sei mesi (rinnovabili) per al Qiq, perché, affermano, sarebbe un simpatizzante del movimento islamico Hamas. Il tribunale militare di Ofer ha respinto più volte la richiesta di scarcerazione perché il reporter “istigherebbe alla violenza”. Al Qiq, uno degli oltre 600 palestinesi al momento in detenzione amministrativa, ha risposto alle accuse con una lettera nella quale scrive che i giornalisti palestinesi stanno sperimentando sulla loro pelle la repressione perché “sono la voce della coscienza umana, perché mostrano i crimini e le pratiche oppressive dell’occupazione israeliana”.
Ieri Al Qiq ha respinto la decisione dei giudici israeliani che, in parziale accoglimento dell’appello presentato dal suo avvocato Jawad Boulos, gli avevano offerto il trasferimento dall’ospedale israeliano dove è ricoverato all’ospedale palestinese Makassed a Gerusalemme Est. Al Qiq ha detto di no, vuole andare in un ospedale in Cisgiordania dove avrebbe vicino la sua famiglia e, più di tutto, non sarebbe sorvegliato dalla polizia israeliana. “Mohammed è un uomo molto forte, una persona dalla volontà eccezionale. Lotta contro una grave ingiustizia e non farà passi indietro”, spiega l’avvocato Boulos. “Per al Qiq non vi è alcuna differenza tra l’ospedale HaEmek di Afula e l’ospedale al-Makassed” aggiunge da parte sua Ahmad Abu Mohammad, della Società dei Prigioneri Politici, “anche a Gerusalemme avrebbe due o tre soldati accanto al suo letto. Sarebbe esattamente lo stesso”.
I medici avvertono che Mohammed al Qiq è vicino alla morte e, nel migliore dei casi, potrebbe subire danni irreversibili. Il mese scorso è stato il primo detenuto palestinese in sciopero della fame ad essere sottoposto contro la sua volontà a un trattamento medico, ha denunciato la Ong israeliana “Medici per i Diritti Umani” (Mdu). Non è stato costretto a mangiare ma gli sono state trasfuse vitamine contro la sua volontà. È la prima volta, da quando la scorsa estate la Knesset ha dato il via libera all’alimentazione forzata dei prigionieri politici, che medici israeliani, violando l’etica professionale e i diritti dei pazienti, usano la forza contro un detenuto in sciopero della fame. “Mohamed al Qiq è stato tenuto fermo dalle guardie mentre lo staff medico praticava l’iniezione. Per quattro giorni è rimasto legato al letto, attaccato alla flebo mentre chiedeva invano che venisse rimossa”, aveva riferito Lital Grossman di MDU. È stata una violazione del diritto internazionale e di varie dichiarazioni sottoscritte anche da Israele, che vietano di fare pressioni per interrompere uno sciopero della fame. Croce Rossa, Onu e Associazione Medica Mondiale considerano l’alimentazione forzata un trattamento crudele e disumano, vicino alla tortura.

Basta NATO

Le vostre guerre, i nostri morti. Basta NATO 

Ieri pomeriggio a Firenze oltre 800 persone, in un pomeriggio infrasettimanale, sono scese in piazza rispondendo all’appello dell’Assemblea Fiorentina contro il Vertice Nato.

Dietro lo striscione iniziale,

“LE VOSTRE GUERRE, I NOSTRI I MORTI – BASTA GUERRE, BASTA NATO”

che ribadiva con forza l’opposizione alla ricetta di un’ennesima “guerra necessaria” nella quale tutti dovremmo arruolarci nel nome delle vittime della strage di Parigi, in tanti hanno chiaramente espresso il rifiuto alle politiche belliche. 

Se il sindaco di Firenze Nardella ha cercato di definire il vertice NATO come un “convegno di pace”, vanto per la città di Firenze e per i fiorentini, le centinaia di persone scese in piazza hanno dimostrato come questa propaganda ipocrita non sia servita denunciando invece il ruolo della NATO come principale strumento di aggressione dell’occidente, ieri nei balcani, poi in Afghanistan, Iraq e adesso in Siria. Un vertice di guerra, presieduto da chi le guerre le fa, le foraggia, le finanzia, arma bombardieri ed eserciti e proprio dalle guerre trae affari e benefici.

Il corteo ha espresso la propria solidarietà a chi lotta nei territori contro l’occupazione militare, come in Sardegna con le numerose e nocive basi Nato, ed in Sicilia dove da anni i comitati popolari No Muos si battono contro l’installazione dei radar statunitensi.

Il numeroso spezzone studentesco ha denunciato i continui tagli all’istruzione e al diritto allo studio, mentre ogni anno aumento le spese militari e dove è sempre più presente la cultura della guerra, della “difesa” e della collaborazione con le industrie militari, ribadendo con lo striscione

“Fuori le divise dalle scuole” la solidarietà agli studenti del liceo Alberti sgomberati “manu militari” -giustappunto- da Digos e celere.

Forte e chiaro è stato anche l’appoggio a chi in Medio Oriente resiste e combatte l’ISIS pagandone un duro prezzo di sangue, come la resistenza della sinistra rivoluzionaria curda in lotta per la costruzione di un modello sociale inclusivo, che rifiuta le differenze etniche, religiose, di genere, basato sulla solidarietà e la cooperazione, libero dalle maglie degli stati e del fondamentalismo religioso, così come si è ribadito il diritto del popolo palestinese a vivere in pace sulla propria terra, occupata e strangolata dal sempre più feroce apartheid dello stato d’Israele.

Se qualcuno pensava, come il questore di Firenze, che il sentimento di “paura”, la logica dell’emergenza e dell’unità nazionale, avesse fatto il gioco di chi cerca di creare consensi per nuove guerre, per fomentare xenofobia,  retate e razzismo e mettere a tacere qualsiasi voce non allineata, mentre chi ci governa si riunisce e banchetta decidendo nuove missioni militari, nuovi tagli ai servizi e nuovi sacrifici, la manifestazione di ieri sera è stata la dimostrazione di come in tanti non siano disposti a tacere, a credere alle loro menzogne, ad “arruolarsi” nelle loro guerre.

 Assemblea fiorentina contro il vertice NATO

 

Ondata internazionale di solidarietà con la Palestina

[Partecipa all’Ondata internazionale di solidarietà con la Palestina]

Comunicato del Comitato nazionale palestinese per il BDS

Qualora continui da parte di Israele l’attuale fase di intensificata repressione e la resistenza popolare palestinese si evolva in una intifada a pieno titolo o no, una cosa è già evidente, una nuova generazione di palestinesi sta marciando sulle orme di generazioni precedenti e si mobilita in massa contro il brutale regime israeliano di occupazione, contro il colonialismo e contro il decennale sistema di apartheid.

I governi del mondo, soprattutto in Occidente, definiscono  “ciclo di violenze” il conflitto, dove entrambe le parti sono colpevoli, e ignorano così la causa principale consistente in un conflitto coloniale, complici nel permettere a Israele di mantenerlo e di violare impunemente il diritto internazionale. Quasi tutti i palestinesi oggi chiedono un boicottaggio completo di Israele e il suo isolamento a livello internazionale, in tutti i campi, come è successo per il Sud Africa dell’Apartheid.

In questa ultima fase, Israele ha soffiato sul fuoco della resistenza popolare palestinese intensificando i suoi attacchi contro il complesso della moschea al-Aqsa, il Nobile Santuario, situato nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme occupata da Israele. Gruppi di fanatici coloni ebrei fondamentalisti appoggiati dal governo hanno costantemente profanato il complesso, spesso insultando verbalmente e in modo vile e razzista chi andava a pregare chiedendo apertamente la distruzione della moschea. Ciò ha scatenato la rabbia e diffuse proteste a Gerusalemme tra i palestinesi e ovunque nella Palestina storica.

In genere, la risposta dell’esercito israeliano è stata quella di proteggere i coloni criminali e di punire le vittime palestinesi, e di impedire l’accesso al proprio luogo sacro a quasi tutti i palestinesi.

Queste minacce sono prese sul serio dai palestinesi che soffrono quotidianamente le conseguenze della politica ufficiale di Israele di “giudaizzazione” della città, una politica di graduale colonizzazione della terra e di sostituzione della popolazione indigena palestinese cristiana e musulmana con coloni ebrei illegali. Questa politica, che determina la pulizia etnica costituendo un crimine di guerra secondo il diritto internazionale, si attua attraverso incessanti confische di terre, l’espansione del muro coloniale, le demolizioni di case, la presa di case palestinesi da parte di coloni, le esecuzioni extragiudiziali, gli arresti e le espulsioni, il tutto sostenuto dal sistema israeliano di “giustizia”, un complice sempre affidabile che avalla i crimini.

Del resto, non è un caso isolato l’ultimo attacco israeliano contro la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme Est occupata. Sin dal 1948 centinaia di chiese storiche e moschee sono state distrutte dalle milizie sioniste e, successivamente, dallo Stato di Israele. L’estate scorsa, durante il massacro a Gaza, Israele ha raso al suolo con le bombe 73 moschee. Molte chiese e moschee palestinesi sono state vandalizzate o altrimenti dissacrate solo quest’anno da estremisti ebrei nei cosiddetti attacchi firmati “prezzo da pagare”, tra cui la Chiesa della Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, che si affaccia sul lago di Tiberiade, la quale è stata incendiata lo scorso giugno.

Questi attacchi razzisti e criminali contro i palestinesi e la loro libertà di religione sono una manifestazione del massiccio spostamento in Israele verso l’estrema destra e la prevalenza senza precedenti nella società israeliana di un palese razzismo colonialista profondamente radicato contro i nativi palestinesi.

L’accesso a Gerusalemme assediata da mura, torri di guardia e filo spinato viene negato a quasi tutti i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, che sono soggetti quotidianamente ad aggressioni e umiliazioni.

Durante un tipico cosiddetto “periodo di calma”, Israele rafforza il suo assedio medievale su Gaza, effettua incursioni nelle città palestinesi, confisca terre palestinesi, anche nel Naqab (Negev), distrugge proprietà palestinesi e costruisce colonie illegali riservate ai soli ebrei. Nei continui tentativi di consolidare il suo sistema di apartheid e di dominio coloniale, Israele nega ai palestinesi l’insieme dei loro diritti nel più banale dei modi, dal diritto di un bambino all’istruzione all’accesso di una madre alle cure sanitarie, dalla capacità di un agricoltore o una agricoltrice di raggiungere la propria terra addirittura al diritto di una famiglia di vivere insieme sotto un singolo tetto. E tutto ciò viene fatto con la benedizione dei tribunali.

Grazie all’apatia o alla complicità diretta dei governi del mondo e delle Nazioni Unite, e di conseguenza all’impunità di Israele nel perpetuare questo sistema di ingiustizia contro tutti i palestinesi nella Palestina storica così come quelli in esilio, il movimento per il Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha fatto passi da gigante nel ridefinire lo status di Israele sulla scena mondiale come quello di uno Stato paria.

Il movimento BDS ha aumentato l’isolamento di Israele e ha iniziato a imporre costi al suo regime di colonialismo di insediamento, di apartheid e di occupazione mediante il boicottaggio di istituzioni che sono complici nelle violazioni israeliane del diritto internazionale, mediante il disinvestimento di aziende che sostengono l’oppressione israeliana e mediante un appello per le sanzioni contro Israele.

La Banca Mondiale ha rivelato che le importazioni palestinesi da Israele sono in calo in modo significativo. Uomini d’affari israeliani stanno segnalando che gli investitori europei non sono più disposti a investire in Israele, mentre uno studio delle Nazioni Unite conferma che gli investimenti esteri diretti in Israele sono scesi del 46% nel 2014 rispetto al 2013. Uno studio della Rand prevede che il BDS possa costare a Israele tra l’1% e il 2% del suo PIL ogni anno per i prossimi dieci anni, e, più recentemente, l’agenzia di rating Moody ha riferito che il BDS è una potenziale minaccia per l’economia israeliana.

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NETANYAHU: NON SEI GRADITO A FIRENZE!

 

 

 NETANYAHU:  NON SEI GRADITO A FIRENZE!

A poco più di un anno dall’ultimo massacro israeliano a Gaza, quando le strade di Firenze si riempirono di manifestanti per chiedere la fine dell’aggressione sionista contro la popolazione della Striscia, quella stessa città che ha a cuore la pace, i diritti umani e il rispetto del Diritto Internazionale, dichiara ospite non gradito il criminale Netanyahu, che nell’estate del 2014 ordinò l’operazione “Margine Protettivocontro Gaza, costata la vita a più di 2000 civili palestinesi e un numero incalcolabile di feriti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu visiterà Firenze su invito del premier Renzi, che nel suo recente viaggio in Israele ha ribadito i legami eccellenti tra i due paese in materia di sicurezza e cooperazione scientifico-militare. Nel suo tentativo di revisionismo del conflitto israeliano- palestinese Renzi non ha mancato di sottolineare come Israele, nato nel 1948, rappresenti addirittura le nostre radici e il nostro futuro. La Firenze antifascista, antirazzista e antisionista ritiene di non aver niente in comune con chi ha fatto delle aggressioni militari, dell’apartheid, della pulizia etnica e dell’occupazione la cifra della propria azione politica.

Benjamin Netanyahu, a capo del governo più oltranzista nella storia di Israele, sostenuto dall’ultra destra e dal partito dei coloni ampiamente rappresentato nel suo esecutivo, è fervido sostenitore della politica aggressiva degli insediamenti illegali in Cisgiordania che rubano terra e risorse ai palestinesi, contravvenendo al Diritto Internazionale e a qualsiasi possibilità di un futuro stato unico, multietnico e democratico. Entrambi i governi Netanyahu, responsabili di aver promosso l’odio razziale e messo in atto una lunga serie di norme contro l’eguaglianza tra ebrei e non ebrei, che hanno contribuito a determinare lo stato di apartheid in cui vivono oggi i palestinesi, hanno trascinato la società israeliana in un abisso razzista.

Renzi ha invitato questo criminale nella città del David di Michelangelo, simbolo di lotta per la libertà dichiarando:”In questo momento tutti siamo un David contro il Golia della barbarie”.          Renzi e Netanyahu:  Il David di oggi è il ragazzo palestinese che rappresenta la resistenza palestinese e lancia pietre contro l’apparato distruttivo militare e contro la barbarie dello stato razzista di Israele!

 Invitiamo la Firenze antifascista ed antirazzista ad esprimere il 28 agosto il suo dissenso alla visita di Netanyahu, ma anche per chiedere la fine dell’occupazione in Palestina e il rispetto da parte di Israele dei diritti del popolo palestinese, del Diritto Internazionale ed Umanitario.

Siamo sì antisionisti ma rigettiamo ogni possibile accusa di antisemitismo. Ribadiamo che anche i palestinesi sono semiti. Il sionismo non ha nulla a che vedere con la religione ebraica, ma cerca di sfruttare la memoria dell’olocausto per giustificare la propria esistenza e ogni barbarie che commette nei confronti del popolo palestinese

Renzi nel suo discorso servile alla Knesset ha garantito che “l’Italia sarà sempre in prima linea contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”. Noi rispondiamo:”sterile e stupido” non è il boicottaggio di Israele, ma non far rispettare il diritto internazionale!

FIRENZE PER LA PALESTINA

Ajami

Giovedì 18 Giugno ore 20:30
BiblioteCaNova Isolotto
via Chiusi 4/3a
Proiezione film
Ajami

Regia di Scandar Copti e Yaron Shani

 

FILM Colore – Durata 120’ – Germania/Israele/Palestina – 2009 – Attori: Shahir Kabaha (Omar), Fouad Habash (Nasri), Ibrahim Frege (Malek), Scandar Copti (Banj), Eran Naim (Dando), Youssef Sahwani (Abu Elias), Ranin Karim (Hadir), Elias Sabah (Shata), Hilal Kabob (Anan), Nisrin Rihan (Ilham). Versione in arabo/ebraico con sottotitoli in inglese.

 

Ajamiè il nome del quartiere povero di Tel Aviv – Jaffa dove si svolge la storia narrata nel film, scritto e diretto dal duo arabo-israeliano composto da Scandar Copti (che vive ad Ajami) e Yaron Shani.

Diviso in capitoli, il film si sviluppa lungo cinque linee narrative che si dipanano in maniera non lineare e non-cronologica e dove gli eventi sono presentati più volte e da diverse prospettive. I personaggi, di diversa estrazione e fede, palestinesi ed ebrei, musulmani e cristiani, assumono connotazioni di volta in volta positive o negative per poi rivelarsi errate. Angosce, affetti, pregiudizi, disprezzo rivelano confusione di identità e di passioni. Arabi ed ebrei vivono fianco a fianco in una profonda sfiducia reciproca. Antichi pregiudizi e odi emergono costantemente a dimostrare l’impossibilità di stabilire rapporti interetnici, e che sono invece espressione dello stato di ostilità latente tra le diverse comunità di Ajami.
Nel film, i tanti attori non professionisti danno alla storia un che di documentaristico: i personaggi arabi parlano tra loro in arabo, gli ebrei in ebraico, come farebbero nella vita reale.

La voce narrante del film è quella di un adolescente arabo israeliano di tredici anni, Nasri, il cui fratello maggiore Omar avrebbe dovuto essere ucciso dai sicari di un clan di beduini ricattatori per vendicare il fatto che un loro zio, bodyguard in un locale, aveva ferito gravemente il membro della banda durante un tentativo di estorsione. I killer assassinano, invece, per sbaglio, un vicino di casa di Narsi. Si innesca così una catena di omicidi. Per porvi fine, la questione viene posta di fronte al giudice di pace di un tribunale beduino. Questi condanna Omar, in quanto esponente più anziano della famiglia, a pagare una cifra considerevole di denaro per evitare ulteriori vittime tra i propri congiunti. La ricerca del denaro per il riscatto diventa a questo punto l’ossessione di Omar che cerca sostegno e lavoro presso una personalità di spicco di Jaffa, Abu Elias, ma le prospettive non risultano presto adeguate alle necessità, per cui vanno cercate soluzioni alternative.

Nel ristorante di Abu Elias trova asilo anche Malek, un palestinese sedicenne di Nablus che si è trasferito clandestinamente in Israele per poter racimolare il denaro necessario per dare alla madre, malata di leucemia, la possibilità di subire un intervento di trapianto del midollo osseo. Il salario di lavoratore illegale non è però sufficiente a coprire le spese dell’operazione.

Per Omar e Malek l’occasione di risolvere una volta per tutte i loro problemi si presenta quando si trovano tra le mani un pacchetto di droga da rivendere, trovato nella casa del cuoco del ristorante di Abu Elias, Binj, rinvenuto morto dopo un’irruzione della polizia israeliana.

Binj è un giovane arabo israeliano che sogna un futuro brillante con la fidanzata ebrea, ma soffre per il rifiuto della sua comunità ad accettare un legame sentimentale di questo tipo. Inoltre il fratello accoltella un vicino di casa ebreo per futili motivi e Binj viene travolto dagli sviluppi della vicenda che lo portano alla tragedia finale del suicidio per overdose.

Anche, la storia d’amore tra Omar e Hadir , figlia di Abu Elias, è contrastata. Essa richiede segretezza visto che lei è cristiana mentre lui è musulmano. Ma l’evidenza dei sentimenti non può essere occultata a lungo e, quando il padre di Hadir se ne rende conto, non riuscendo a piegare la figlia, prepara una trappola per far sì che Omar venga catturato dalla polizia.

Infine, c’è Dando, un poliziotto israeliano il cui fratello minore, Yoni, è scomparso. Quando questi viene ritrovato cadavere e l’omicidio viene attribuito dalla polizia ai palestinesi, Dando cade preda sia del senso di colpa per non essere stato capace di proteggere il fratello, che del desiderio ossessivo di vendicarne la morte.

Nell’epilogo finale, la tragedia coinvolge tutti i personaggi, da Omar a Malek e a Nasri, da Abu Elias a Dando, in un intreccio di assurda e imprevedibile violenza.

BiblioteCaNova Isolotto

A Gaza i bambini trovano l’asilo Arrigoni

—  Michele Giorgio, INVIATO AD AL BUREIJ (GAZA), Reportage. Quattro anni dopo l’assassinio di Vittorio Arrigoni, Gaza non dimentica. Ad al Bureij decine di bambini palestinesi studiano e giocano nell’asilo dedicato a Vik. Un progetto gestito dalle associazioni «Ghassan Kanafani» e «Dima» che promuove una eduzione progressista in una delle aree più povere della Striscia

il manifesto A Gaza i bambini trovano l’asilo Arrigoni
http://ilmanifesto.info/a-gaza-i-bambini-trovano-lasilo-arrigoni/

GIORNATA DELLA TERRA

Firenze per la Palestina
Invita
tutti a partecipare al presidio per la commemorazione della

GIORNATA DELLA TERRA
Lunedì 30 marzo 2015
Ore 17:00
Piazza Repubblica – Firenze

Il 30 Marzo è per i Palestinesi di tutto il mondo “Yum al-Ard”, la “Giornata della Terra”, celebrazione istituita per testimoniare e ricordare l’ingiustizia della confisca e della distruzione di gran parte dei territori della Palestina da parte del Governo Israeliano.

Questa ricorrenza è anche l’occasione per rievocare i tragici avvenimenti del 1976, quando i Palestinesi rimasti nel 1948 nelle loro terre occupate dall’esercito israeliano, dopo che la maggior parte della popolazione era stata espulsa, scesero in piazza per difendere il diritto alla loro terra che sarebbe stata espropriata a favore della componente ebraica.
Ventotto anni di occupazione erano stati, infatti, segnati da leggi repressive, coprifuoco, divieti di spostamento, confisca delle terre, distruzione di villaggi, divieto di espressione e di organizzazione: tutti tentativi di cancellare l’identità fisica, storica e culturale della terra palestinese.
Il 30 Marzo 1976, in tutte le zone arabe sotto il controllo di Israele, fu indetta una manifestazio
n
e per protestare contro gli espropri di terra, ma fu repressa nel sangue dalla polizia: sei palestinesi, tra cui una donna,  furono uccisi, ci furono decine e decine di feriti e centinaia di arresti.

Celebrare oggi, la Giornata della Terra, significa supportare il diritto legittimo alla resistenza del popolo palestinese contro l’espropriazione, la colonizzazione, l’occupazione e l’apartheid tuttora in corso sia in Israele che nei Territori Occupati della Palestina. Questo processo di confisca di terra non ha mai avuto fine e sta portando ad una totale “ebraicizzazione” di tutte le aree che, in territorio israeliano, sono abitate in prevalenza da cittadini Arabo-Palestinesi.

Fino  a che  il Governo Israeliano non cesserà di negare l’esistenza del popolo palestinese e del suo diritto a vivere nella propria terra e non sceglierà di imboccare realmente la strada del dialogo e della comprensione, noi ci schiereremo a favore del popolo palestinese e dei suoi legittimi diritti. Sosteniamo perciò la campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) come strumento di lotta non-violenta contro la politica repressiva dello Stato di Israele e per protestare contro questo regime di apartheid, in solidarietà con il popolo palestinese.

L’appello del Comitato Nazionale Palestinese per il Boicottaggio invita a costruire mobilitazioni per il boicottaggio culturale ed economico contro la politica repressiva di Israele e delle istituzioni sue complici.

L’Italia non riconosce la Palestina

Il rico­no­sci­mento pieno non è arri­vato. L’Italia per il momento si impe­gna solo a «soste­nere l’obiettivo della costi­tu­zione di uno Stato pale­sti­nese» nella logica di «due popoli, due stati» e a «pro­muo­vere il rico­no­sci­mento della Pale­stina quale stato demo­cra­tico e sovrano entro i con­fini del 1967», con «Geru­sa­lemme capi­tale con­di­visa», soste­nendo e pro­muo­vendo i nego­ziati di pace «diretti tra le parti». Con­tra­ria­mente a quanto annun­ciato dalla mag­gio­ranza di governo, le due mozioni appro­vate ieri dalla Camera — quella del Pd votata anche dai depu­tati di Sel che con­tiene i punti sopra ripor­tati, e quella del Ncd e del gruppo di Area popo­lare, con­trap­po­sta alla prima ma solo in parte — non seguono le orme della riso­lu­zione del Par­la­mento euro­peo votata appena il 17 dicem­bre scorso anche dall’Italia che soste­neva «in linea di prin­ci­pio il rico­no­sci­mento dello Stato pale­sti­nese e la solu­zione a due Stati», rite­nendo che «ciò debba andare di pari passo con lo svi­luppo dei col­lo­qui di pace, che occorre far avanzare».

Ben lon­tani dalla Sve­zia che è stato il primo Paese euro­peo a rico­no­scere appieno lo Stato di Pale­stina, e dif­fe­ren­te­mente anche dai par­la­men­tari della Gran Bre­ta­gna, della Fran­cia, della Spa­gna, dell’Irlanda, del Por­to­gallo e del Bel­gio, i depu­tati ita­liani ieri hanno mostrato tutta la dif­fi­coltà poli­tica di una mag­gio­ranza che porta in seno posi­zioni incon­ci­lia­bili. La prima mozione appro­vata con 300 voti a favore, 45 con­trari e 59 aste­nuti è il risul­tato di una lunga e dif­fi­cile trat­ta­tiva con­dotta dal capo­gruppo demo­cra­tico Roberto Spe­ranza all’interno del suo stesso par­tito. Su di essa sono con­vo­gliati anche i voti di Sel che ha visto boc­ciare la pro­pria mozione, deci­sa­mente più schie­rata in favore della Pale­stina così come lo era anche il testo del M5S, i cui depu­tati però hanno pre­fe­rito astenersi.
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