Scusi Prof, ma devo scrivere davvero quello che penso?


Ipocrisia della parola come chiave per la sufficienza. La scuola ha sempre cercato di insegnarci a mettere in bella forma quello che non pensiamo. Nella mia esperienza scolastica come in quella dei miei tanti compagni di studio prima e di alunni poi, il problema fondamentale è sempre stato conciliare la mobilità dei nostri pensieri intimi con la rigidità, l’immobilità, non solo della bella forma come puro strumento espressivo, ma con la conformità del pensiero proposta dai libri di lettura, garantita dagli insegnanti, dai genitori e dall’apparato sociale.
Ad esser sinceri l’apprendistato è cominciato ben prima dell’età scolare in ambito familiare, nella dialettica tra il selvaggio spontaneismo infantile e l’esigenza di “civili” rapporti sociali rafforzata e sottolineata dai sempre più minacciosi: “… come si dice?? …” dei nostri genitori.
Continua a leggere

Ritorno

Il seguente racconto mi è stato ispirato da un gatto di un paese siciliano, un randagio di quartiere come se ne trovano in tutti i quartieri del mondo.
La collocazione è irrilevante, dato il carattere di questo particolare tipo di animale: il gatto randagio, quello della spazzatura e dei cassonetti, quello che, anche nei fumetti di Walt Disney, spunta sempre da un bidone con una lisca di pesce in bocca. Ed è appunto a tutti i randagi in genere ed ai loro simili che questo raccontino è dedicato. Stava tornando a casa. Ormai non era più tanto giovane, il pelo gli era diventato un po’ ispido e la coda non più tanto folta. Una volta era di iun bianco immacolato, ma oggi sarebbe stato difficile definire esattamente la sua sfumatura. Certo al momento attuale il bianco taceva, soffocato da una gamma sempre più estesa di grigi. Le orecchie, sfrangiate in più punti, mostravano i segni di numerose lotte, come pure il naso, attraversato da un profondo graffio trasversale ormai cicatrizzato e ricoperto da una lieve peluria.
Continua a leggere

Il significato di una presenza

Una discarica non è certo un luogo letterariamente accreditato, ma è mia opinione che spesso il senso di molte cose vada ricercato anche in luoghi che sono un po’ il risvolto delle nostre scelte.
L’uomo si giudica anche da ciò che getta.
Fedele a questa massima, e appassionato indagatore dell’animo umano, ho sempre voluto considerare le discariche come ambiente privilegiato per afferrare il senso di molti dei nostri modi di rapporto con il mondo e con tutto ciò che lo compone.
Come a rivendicare il valore personale della precedente affermazione posso aggiungere che sin da piccolo ho sofferto questa forma di deformazione “scientifica”, essendo stato un accanito frequentatore nei mesi di villeggiatura de “U’ Pizzu”, celebre luogo di rifiuti di un paesino della Sicilia, oggi non più esistente, ma del quale conservo un gratissimo ricordo.
Continua a leggere

I misteri di Montecitorio

Quando entrò nell’aula sembrava balzato fuori dalle classi serali descritte in alcune pagine del libro Cuore: anziano, curvo, dal passo incerto, la barba da fare. Si sedette in uno degli ultimi banchi, quasi temendo di disturbare. Nei giorni seguenti cambiò gradualmente posto sino ad occupare il primo banco normalmente vuoto.
Luigi Franchi frequentò la scuola dal 1979 al 1985. Aveva circa 80 anni al momento dell’iscrizione: voleva ottenere il diploma di Ragioniere, un suo antico progetto. Non parlava molto, ma era facile intuire non tanto il suo passato personale, quanto quello collettivo dell’epoca che aveva vissuto per obbligo di anagrafe. Avere allora quell’età significava essere nato ai primi del secolo ed esser giunto sino all’oggi trasportato da quella fiumana di eventi concentratisi nel ‘900.
Avevo dapprima l’impressione che tutto quel vissuto lo avesse levigato come un sasso in un torrente, ma non era così. Il suo interesse non comune per la storia e la letteratura mi fecero presto cambiare idea: certo aveva una formazione scolastica ben riconoscibile, in fondo molto simile alla mia che pure avevo frequentato la scuola vari decenni dopo. Ma ciò era da imputare all’immobilismo del nostro sistema scolastico che ci aveva resi simili culturalmente, al di là di regimi e democrazie. Cosa c’era di diverso tra i libri scolastici del suo tempo e quelli del mio? Ben poco, come mi sono reso conto poi nel corso dei miei studi: una formazione scolastica fatta di luoghi comuni statici, oppiacei e consolatori, compiuti in se stessi, con i quali potevi parlare in classe, però solo se interrogato … Io avevo avuto un’opportunità di confronto nell’università degli anni ‘70. Lui quali aveva avuto? Così pensavo. Eppure si intuiva che in qualche modo anche lui aveva certo un’informazione “critica”. Purtroppo a causa della sua sordità non è stato mai possibile una vera conversazione. Si era messo al primo banco proprio per questo.
Continua a leggere