LA LEGGE SVUOTA CARCERI CHE NON SVUOTA UN BEL NIENTE

Se è vero che le parole sono importanti bisogna necessariamente cambiare l’appellativo dato alla legge del 9 agosto 2013 n. 94, denominata “svuota carceri”. Questa legge, nei fatti, e per ammissione della stessa Ministro Cancellieri, come ribadito di recente al Meeting di Rimini, “Non svuota un bel niente”, semmai “ha solo alleggerito un po’ la pressione” . Osservando quello che accade all’interno della Casa Circondariale di Pistoia, dai colloqui con i detenuti che incontro settimanalmente, emerge che oltre a non avvenire uno “svuotamento”, permane un numero di detenuti in ingresso in uguale misura a prima dell’entrata in vigore della nuova legge, e che ad entrare sono perlopiù soggetti che hanno commesso dei reati di piccola entità, come ad esempio il furto di biciclette o la detenzione di piccole quantità di stupefacenti, per i quali sarebbe a maggior ragione preferibile l’applicazione delle misure alternative alla detenzione.Al di là del clamore mediatico e delle prese di posizione a livello politico non si rileva una seria presa di coscienza del problema, quasi si volesse in qualche modo ignorare che allo stato attuale pendono dinanzi alla Corte di Giustizia Europea diverse centinaia di ricorsi legati allo spazio insufficiente nelle carceri.
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L’altra faccia del condannato: la rieducazione possibile oltre gli stereotipi

In questi anni ho frequentato il carcere di Pistoia come volontario e da più di un anno in veste di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Ho avuto l’occasione di incontrare e conoscere da vicino la popolazione carceraria: detenuti con problemi di tossicodipendenza e di alcolismo che hanno commesso dei reati di piccola entità, altri, invece, reati ben più gravi come rapina, tentato omicidio, omicidio e reati di pedofilia.
Lo stato d’animo dell’osservatore esterno che, come il sottoscritto, si avvicina a tali realtà non è mai neutrale e sarebbe da ipocrita affermare il contrario.
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UN ALTRO SIGNOR B. UNA STORIA DI ORDINARIA ESCLUSIONE SOCIALE

B. l’ho conosciuto quando aveva 16 anni. Già a quell’età aveva dato i primi segnali di devianza. B., quando era ancora ragazzo ho provato molte volte a cercarlo recandomi direttamente a casa sua, con l’intento di accompagnarlo verso un percorso educativo. Il rapporto è iniziato così, offrendogli semplicemente delle colazioni al bar e parlando insieme, perché sapevo che in quel momento non potevo chiedergli di più. Successivamente, senza successo, ho provato ad inserirlo nei percorsi d’accompagnamento lavorativo all’interno della cooperativa sociale dove lavoro, che per un po’ il ragazzo ha frequentato, per poi dopo alcuni mesi abbandonare definitivamente. Rendendomi conto delle problematiche personali che aveva, riuscii a convincerlo ad accompagnarlo da uno psicologo, ma quest’ultimo da “bravo” dottore, mi riferì semplicemente quello che già sapevo e cioè che B. era affetto da disturbo della condotta, aggiungendo che come medico non poteva fare altro e che il ragazzo doveva autonomamente presentarsi alle sedute, non immaginando che per questi soggetti occorre fare qualcosa di più da quello che prevede rigidamente il rapporto professionale medico – paziente. Ora B., a distanza di anni, è detenuto in carcere a Pistoia. Appena l’ho visto mi ha salutato e abbracciato come se ci trovassimo al bar.
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