Il pittore col cielo in una stanza in mostra a San Salvi

da: Repubblica.it

All’ex manicomio di Firenze la prima mostra di Francesco Romiti, il talento autodidatta l’omaggio a Francesco Romiti

di LAURA MONTANARI

Aveva una casa al Galluzzo che il tempo aveva trasformato in un rudere. Non c’era luce, né riscaldamento. Il tetto era sfondato, ma lui la voleva così per poter guardare i cieli passare. E poi in quella casa ci stava poco, preferiva girovagare, ha abitato anche in una roulotte a Montecchio, vicino a Reggello e in transito nelle case di mille amici. Si chiamava Francesco Romiti e probabilmente il suo nome non vi dirà niente perché le sue opere non sono mai entrate in una galleria d’arte, nessun critico si è occupato di lui quando era in vita. “L’arte non ha prezzo, l’arte non si vende” diceva ed è stato fedele a quel pensiero fino all’ultimo respiro. A Francesco Romiti, oggi (ore 17,30), i Chille, all’ex manicomio di San Salvi a Firenze dedicano una mostra – la prima – che raccoglie un centinaio di opere. “Disegnava su tutto quel che trovava: cartoni, fogli, scatole, pezzi di legno, cassette, il retro dei manifesti” spiega Claudio Ascoli, animatore con Dana Simionescu e Sissi Abbondanza di questo progetto, “Esser umano”.

 Per la galleria fotografica:

L’artista che diceva “l’arte non si vende”, in mostra 

Disegnare e dipingere era un bisogno ossessivo, più del mangiare o del trovare un posto dove dormire. Francesco Romiti è un nome che non vi dirà niente perchè le sue opere non sono mai state in una galleria, mai in un museo, mai in vendita.

“Esser umano” perché Romiti era ossessionato dai volti della gente che incontrava. Diceva: “I volti sono come un paesaggio”. La scelta di San Salvi per questa esposizione dedicata a Romiti non è casuale: “Qui avrebbe dovuto essere internato da ragazzino – racconta Ascoli – ma suo padre si oppose, qui tornò in vecchiaia innamoratosi di una paziente, Anna con cui passava ore e pomeriggi e settimane”. Autodidatta, artista dropout, uno capace di scalare le pareti della nostra normalità senza paura di guardarsi dentro. Non aveva uno studio, non aveva un mercante, girava per le strade con un sacchetto di cellophane e dentro: pennelli, colori, matite, biro. “Per lui disegnare era un’ossessione, lo faceva ogni giorno, in qualsiasi luogo” riprende Ascoli. Dipingere era il suo centro di gravità, non si curava d’altro, tutto il resto era un dettaglio. Figlio di contadini arrivati a Firenze per lavorare nel giardino della Sinagoga, corse il rischio di una deportazione nei campi di concentramento per errore (venne scambiato per un ebreo), poi un altro rischio, il ricovero in manicomio scongiurato per l’intervento del padre e ancora, dopo uno “strano” matrimonio (e con un figlio mai riconosciuto, oggi musicista), finì con l’innamorarsi in fondo ai suoi giorni di una donna rinchiusa proprio a San Salvi, artista della Tinaia. Romiti era nato il 1 marzo 1933 ed è morto a novembre: la sua salma è rimasta 45 giorni in una cella frigorifera per una lite fra i comuni che avrebbero dovuto occuparsi delle esequie, non era chiaro fra Montevarchi, Reggello, San Giovanni Valdarno o Firenze chi dovesse prendersi cura della sepoltura di quell’artista nomade. La mostra andrà avanti fino al 21 marzo. Oggi, anniversario anche della morte del poeta Dino Campana, di cui si festeggia il centenario della pubblicazione dei Canti Orfici (Marradi – giugno 1914) i Chille organizzano alle 21.15 la proiezione del film “Il più lungo giorno” di Roberto Riviello presente alla proiezione.