Lampedusa, perché i profughi lasciavano l’Eritrea

Dietro la nuova strage del barcone andato a fuoco nelle acque di Lampedusa, c’è il dramma di migliaia di migranti provenienti all’Africa subsahariana o dal Corno. Come negli sbarchi di Augusta lo scorso 26 ottobre e le persone morte pochi giorni fa a qualche metro dalla spiaggia di Scicli, anche in questo caso si tratta soprattutto di somali, ghanesi ed eritrei ma anche sudanesi e marocchini, stando alle prime ricostruzioni. Per loro – anche se vulnerabili, esposti agli abusi e al rischio di rimpatrio forzato – la traversata del Canale di Sicilia rimane ancora l’opzione migliore, anzi l’unica possibile. Tra i Paesi di provenienza a spiccare è però proprio l’Eritrea. Asmara ha un governo proprio solo dal 1993, anno di indipendenza dall’Etiopia dopo anni di guerriglia per ottenere la liberazione. Al potere del Paese, una repubblica presidenziale monopartitica, sempre lo stesso uomo: Isaias Afwerki. L’Eritrea è uno degli Stati più chiusi al mondo, ma sempre più centrale sul piano geopolitico a ragione delle sue risorse minerarie e della sua posizione strategica vicina al “collo di bottiglia” che chiude il Mar Rosso. Un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati, come rilevano tutte le organizzazioni internazionali a cominciare da Amnesty International, che nel suo ultimo rapporto annuale descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato. È rimasto obbligatorio anche l’addestramento militare per i minori. Le reclute sono state impiegate per svolgere lavori forzati. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici hanno continuato ad essere detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose. L’impiego di tortura ed altri maltrattamenti è stato un fenomeno diffuso. Non erano tollerati partiti politici d’opposizione, mezzi di informazione indipendenti od organizzazioni della società civile. Soltanto quattro religioni erano autorizzate dallo Stato; tutte le altre erano vietate e i loro seguaci sono stati sottoposti ad arresti e detenzioni“. Per la ong, sono questi i motivi principali che inducono cittadini eritrei a continuare a fuggire in massa dal Paese, delle dimensioni di un terzo dell’Italia e con meno di cinque milioni di abitanti. Ma nemmeno lasciare l’Eritrea è semplice. Sempre Amnesty spiega che “per coloro che venivano colti nel tentativo di varcare il confine con l’Etiopia è rimasta in vigore la prassi di “sparare per uccidere”. Persone colte mentre cercavano di varcare il confine con il Sudan sono state arbitrariamente detenute e duramente percosse. Familiari di persone che erano riuscite a fuggire sono state costrette a pagare multe per non finire in carcere“. A causa di questa situazione, inasprita da condizioni economiche severissime, la ong e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr, hanno rivolto a molte nazioni anche europee l’invito a non rimpatriare forzatamente gli esuli eritrei. Quanto all’Italia, – venuto meno il “filtro” del regime libico di muhammar Gheddafi che “conteneva” con la violenza l’arrivo di rifugiati dall’Africa – questa è tornata ad essere ciò che era per i migranti fino a non molto tempo fa: una terra di speranza, ma purtroppo anche di morte.

03/10/2013 – Michele Pierri

Per mare raccogliamo scarpe e rabbia

3 ottobre 2013 at 20:15

Stamattina appena alzato ricevo la telefonata di Alessandra, mia moglie, uscita per accompagnare Abele, nostro figlio, a scuola, la sento sconvolta mi dice che ha incontrato un amico al bar, lo ha avvicinato per dirgli come andava, perche lo aveva visto strano, con una giacca sporca con cui si copriva, come se volesse coprire qualcosa di più grande del suo corpo, Lui guarda Alessandra, dicendogli che ne avevano preso una quarantina, mia moglie gli risponde, che gli faceva piacere, credendo che l’amico parlasse di pesci, ma poi si accorge che c’è qualcosa che non va, e lui comincia a raccontare del suo risveglio in mare sulla barca, con altri amici, un risveglio fatto di urla, e di gente che soffocava in mare, di bambini e donne che con le ultime forze provavano a raggiungere la loro barca. Quaranta ne abbiamo presi. Dopo lei sento Annalisa, Francesca, e gli altri di Askavusa, mentre il telefono sembra impazzito, ricevo molte chiamate da amici, giornalisti, compagni. Al molo trovo Totò e Paolo, con cui stiamo a guardare attoniti, tramortiti, le salme che continuano ad arrivare, ci chiediamo cosa possiamo fare, perche ci sentiamo schiacciati dall’impotenza. Non è la prima volta, che vediamo questo orrore, ma non ci si abitua mai. Dopo circa un’ora il comandante della Guardia Costiera ci dice che se vogliamo possiamo perlustrare con una barca dalla Tabbaccara fino a capo Ponente, ci mettiamo in mare insieme ad un turista di Bergamo che come noi è triste e molto arrabbiato, parliamo in barca, della imminente visita di politici, siamo tutti d’accordo che sarebbe da prenderli e buttarli in mare per qualche ora, perche è da anni che i politici vengono a fare le loro passerelle qui quando trovano l’occasione, ma non hanno mai risolto niente, anzi la situazione si è aggravata, si parla anche delle implicazioni che l’Europa ha nelle varie guerre in Africa, delle produzioni di armi in Europa, della destabilizzazione della Siria e di tutta quell’area.
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Che succede a Lampedusa

da:https://www.facebook.com/99posseofficial

Riportiamo la testimonianza di Linda Barocci che a Lampedusa ci vive
“INDIGNAZIONE!!!! Informatevi bene su ciò che succede a Lampedusa. Non limitatevi ad ascoltare le notizie in modo superficiale! Al tg comunicano un naufragio causato da un incendio e più di 500 persone in mare che stanno lottando per la sopravvivenza! Ma perché il mare e’ pieno di persone che devono essere salvate e la guardia costiera dopo innumerevoli chiamate arriva solo un’ora dopo ? Perche’ tutto cio’ succede sotto costa e i soccorsi non arrivano? Hanno mezzi sofisticatissimi per individuare barche miglia e miglia dalla costa e non riescono a vedere un incendio e correre subito a salvare il salvabile? Questa mattina noi eravamo in mare e vediamo teste di persone in acqua, dappertutto, la disperazione e vite da salvare! Gente che annega sotto i tuoi occhi e la guardia costiera dice che deve seguire il protocollo! Ma quale protocollo! Ti ritrovi imbarcazioni della guardia costiera che dicono che devono chiamare Roma per sapere cosa fare, quando tu sei su una barca ed hai gia’ ‘tirato su’ quarantasette vite che tra le lacrime, lo shock, i polmoni e lo stomaco pieno di benzina, hanno passato piu’ di tre ore a nuotare chiedendo aiuto! Come e’ possibile che queste povere anime siano state costrette a morire per la mancanza di soccorsi! Dove cazzo siete? Complimenti Italia! La vita non segue nessun protocollo! Se è questione di vita o di morte entrano in gioco i diritti umani e il diritto stesso alla Vita!
Mentre rientravamo in porto con un carico di 47 persone appena salvate, la guardia costiera aveva gommoni vuoti e nonostante centinaia di persone continuassero a sbracciarsi, allo stremo delle forze, freddi, sfiniti ed intossicati dal petrolio, il gommone rimaneva li, vuoto, con un sommozzatore che gridava “sit down” a quei poveri ragazzi sulla nostra barca, invece di buttarsi a mare e salvarne altri! Questo e’ tutto ciò che sono riusciti a dire e a fare. Almeno fino a quel momento! perche’ poi si saranno adoperati in qualche modo! ma non e’ troppo tardi? e ci vengono a dire che ancora ci sono piu’ di 200 dispersi? Aspettiamo ancora? guardiamoci allo specchio e rendiamoci conto che nel 2013 ancora non siamo capaci neanche di provvedere a noi stessi! non ho parole! Vogliamo continuare così?”