Morire cercando la vita

“Se voi avete il diritto di dividere
il mondo in italiani e stranieri
allora vi dirò che, nel vostro senso,
io non ho Patria e reclamo il diritto
di dividere il mondo
in diseredati e oppressi da un lato,
privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia Patria,
gli altri i miei stranieri”
Don Lorenzo Milani

morire cercando la vitaQuesta l’idea più dolorosa che sorge di fronte alle scene dell’ennesima e annunciata tragedia di Lampedusa. Abbandonando ogni “prudenza”, cercando con ostinazione l’umano, queste donne e questi uomini avevano fuggito l’odio, e dimenticato che l’ipocrisia può essere persino più letale.
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Quello che veramente occorre

Quello che veramente occorre per far cessare immediatamente e definitivamente le stragi nel Mediterraneo e lo schiavismo razzista in Europa, è una legge che riconosca a tutti gli esseri umani il diritto di libera circolazione sull’unico pianeta in cui l’intera umanità vive, sull’unico pianeta che è la casa comune dell’umanità tutta. Sia il parlamento italiano a riconoscere questo diritto, coerente con la Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza antifascista. Se non si legifera questo, il nostro paese resta mandante e complice della violenza razzista, delle stragi dei migranti, dello schiavismo, delle mafie assassine.
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Centri per migranti

centri per migrantiCentri di accoglienza e centri di identificazione per stranieri: sono centri creati per l’accoglienza, l’ospitalità e il trattenimento dello straniero. Hanno status giuridici differenti a seconda delle finalità per cui sono stati istituiti. Centro di Soccorso e Prima Accoglienza (CSPA): sono strutture istituite con decreto interministeriale del 16 febbraio 2006 dove i migranti sono trattenuti mediamente 48 ore per consentire le attività di soccorso e prima accoglienza, da quando vengono intercettati in mare a quando vengono trasferiti presso altre strutture come i Centri di Accoglienza (CDA), Centri per Richiedenti Asilo e Rifugiati (CARA) e i Centri di Identificazione ed espulsione (CIE). Centri di Accoglienza (CDA): istituiti con la Legge n. 563/95 rappresentano i primi centri di accoglienza destinati agli stranieri.
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Chi sono?


Erano soprattutto somali, ghanesi ed eritrei, stando alle prime ricostruzioni, i migranti vittime dell’incendio del loro barcone davanti alle coste siciliane. Erano eritrei i 13 migranti morti pochi giorni fa a pochi metri dalla spiaggia di Scicli, sempre in Sicilia: sullo sfondo delle immagini dei corpi coperti dalle lenzuola si poteva vedere la vecchia tonnara, apparsa varie volte nella serie tv del Commissario Montalbano, girata proprio su quelle spiagge. Erano ancora eritrei, ma anche marocchini e sudanesi, i 118 migranti sbarcati ad Augusta lo scorso 26 settembre.
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I paesi d’origine

i paesi d'origine(tratto dal Rapporto sui diritti civili 2013 di Amnesty International)

Somalia È proseguito il conflitto armato tra le forze filogovernative, la Missione dell’Au in Somalia (African Mission to Somalia – Amisom) e il gruppo armato islamista al-Shabab, nella zona meridionale e centrale della Somalia. Le forze filogovernative hanno sottratto al controllo di al- Shabab alcune città di primaria importanza, compreso il porto di Kismayo. La transizione politica ha posto fine al mandato del governo federale di transizione (Transitional Federal Government – Tfg). Ad agosto è stato designato un nuovo parlamento, a settembre è stato nominato un nuovo presidente e a ottobre il nuovo primo ministro. A causa del conflitto armato e della violenza generalizzata migliaia di civili sono stati uccisi, feriti o sfollati. L’accesso delle agenzie umanitarie è rimasto limitato dai combattimenti, dall’insicurezza e dalle restrizioni imposte dalle parti belligeranti.
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Lampedusa, perché i profughi lasciavano l’Eritrea

Dietro la nuova strage del barcone andato a fuoco nelle acque di Lampedusa, c’è il dramma di migliaia di migranti provenienti all’Africa subsahariana o dal Corno. Come negli sbarchi di Augusta lo scorso 26 ottobre e le persone morte pochi giorni fa a qualche metro dalla spiaggia di Scicli, anche in questo caso si tratta soprattutto di somali, ghanesi ed eritrei ma anche sudanesi e marocchini, stando alle prime ricostruzioni. Per loro – anche se vulnerabili, esposti agli abusi e al rischio di rimpatrio forzato – la traversata del Canale di Sicilia rimane ancora l’opzione migliore, anzi l’unica possibile. Tra i Paesi di provenienza a spiccare è però proprio l’Eritrea. Asmara ha un governo proprio solo dal 1993, anno di indipendenza dall’Etiopia dopo anni di guerriglia per ottenere la liberazione. Al potere del Paese, una repubblica presidenziale monopartitica, sempre lo stesso uomo: Isaias Afwerki. L’Eritrea è uno degli Stati più chiusi al mondo, ma sempre più centrale sul piano geopolitico a ragione delle sue risorse minerarie e della sua posizione strategica vicina al “collo di bottiglia” che chiude il Mar Rosso. Un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati, come rilevano tutte le organizzazioni internazionali a cominciare da Amnesty International, che nel suo ultimo rapporto annuale descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato. È rimasto obbligatorio anche l’addestramento militare per i minori. Le reclute sono state impiegate per svolgere lavori forzati. Migliaia di prigionieri di coscienza e prigionieri politici hanno continuato ad essere detenuti arbitrariamente in condizioni spaventose. L’impiego di tortura ed altri maltrattamenti è stato un fenomeno diffuso. Non erano tollerati partiti politici d’opposizione, mezzi di informazione indipendenti od organizzazioni della società civile. Soltanto quattro religioni erano autorizzate dallo Stato; tutte le altre erano vietate e i loro seguaci sono stati sottoposti ad arresti e detenzioni“. Per la ong, sono questi i motivi principali che inducono cittadini eritrei a continuare a fuggire in massa dal Paese, delle dimensioni di un terzo dell’Italia e con meno di cinque milioni di abitanti. Ma nemmeno lasciare l’Eritrea è semplice. Sempre Amnesty spiega che “per coloro che venivano colti nel tentativo di varcare il confine con l’Etiopia è rimasta in vigore la prassi di “sparare per uccidere”. Persone colte mentre cercavano di varcare il confine con il Sudan sono state arbitrariamente detenute e duramente percosse. Familiari di persone che erano riuscite a fuggire sono state costrette a pagare multe per non finire in carcere“. A causa di questa situazione, inasprita da condizioni economiche severissime, la ong e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr, hanno rivolto a molte nazioni anche europee l’invito a non rimpatriare forzatamente gli esuli eritrei. Quanto all’Italia, – venuto meno il “filtro” del regime libico di muhammar Gheddafi che “conteneva” con la violenza l’arrivo di rifugiati dall’Africa – questa è tornata ad essere ciò che era per i migranti fino a non molto tempo fa: una terra di speranza, ma purtroppo anche di morte.

03/10/2013 – Michele Pierri

In fuga dall’Eritrea: il deserto, il mare e i ghetti di Roma

in fuga dall'eritrea
Tor Vergata, periferia est di Roma. A due passi dal Grande raccordo anulare, che con un abbraccio di traffico, bestemmie e fumi di scarico circonda la capitale 24 ore al giorno, la vecchia sede dell’Università Roma 2 specchia sui vetri neri delle finestre la luce del sole di un pomeriggio d’estate. Arrivo dopo pranzo. Il palazzo è occupato da un paio d’anni da circa 300 giovani, in maggioranza eritrei, etiopi, somali e sudanesi.
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Per mare raccogliamo scarpe e rabbia

3 ottobre 2013 at 20:15

Stamattina appena alzato ricevo la telefonata di Alessandra, mia moglie, uscita per accompagnare Abele, nostro figlio, a scuola, la sento sconvolta mi dice che ha incontrato un amico al bar, lo ha avvicinato per dirgli come andava, perche lo aveva visto strano, con una giacca sporca con cui si copriva, come se volesse coprire qualcosa di più grande del suo corpo, Lui guarda Alessandra, dicendogli che ne avevano preso una quarantina, mia moglie gli risponde, che gli faceva piacere, credendo che l’amico parlasse di pesci, ma poi si accorge che c’è qualcosa che non va, e lui comincia a raccontare del suo risveglio in mare sulla barca, con altri amici, un risveglio fatto di urla, e di gente che soffocava in mare, di bambini e donne che con le ultime forze provavano a raggiungere la loro barca. Quaranta ne abbiamo presi. Dopo lei sento Annalisa, Francesca, e gli altri di Askavusa, mentre il telefono sembra impazzito, ricevo molte chiamate da amici, giornalisti, compagni. Al molo trovo Totò e Paolo, con cui stiamo a guardare attoniti, tramortiti, le salme che continuano ad arrivare, ci chiediamo cosa possiamo fare, perche ci sentiamo schiacciati dall’impotenza. Non è la prima volta, che vediamo questo orrore, ma non ci si abitua mai. Dopo circa un’ora il comandante della Guardia Costiera ci dice che se vogliamo possiamo perlustrare con una barca dalla Tabbaccara fino a capo Ponente, ci mettiamo in mare insieme ad un turista di Bergamo che come noi è triste e molto arrabbiato, parliamo in barca, della imminente visita di politici, siamo tutti d’accordo che sarebbe da prenderli e buttarli in mare per qualche ora, perche è da anni che i politici vengono a fare le loro passerelle qui quando trovano l’occasione, ma non hanno mai risolto niente, anzi la situazione si è aggravata, si parla anche delle implicazioni che l’Europa ha nelle varie guerre in Africa, delle produzioni di armi in Europa, della destabilizzazione della Siria e di tutta quell’area.
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Egitto: lettera di un prigioniero eritreo

Fortress Europe 25/8/2008
Abbiamo ricevuto una lettera scritta da un eritreo detenuto nelle carceri egiziane perchè sprovvisto di un titolo di soggiorno. Per ragioni di sicurezza abbiamo omesso il suo nome e il nome della città nella quale è detenuto. La lettera è stata fatta uscire dal carcere nel mese di febbraio 2008. Secondo Amnesty International almeno 810 eritrei sono stati deportati dall’Egitto nella seconda metà di giugno 2008, su un totale di 1.600 eritrei detenuti. Sono soprattutto richiedenti asilo politico, disertori dell’esercito eritreo, che viaggiano in direzione di Israele. Si tratta della più grande deportazione mai organizzata negli ultimi anni dall’Egitto. Una deportazione che segna il passo di una nuova stagione di repressione, fatta di arresti e omicidi lungo la frontiera. Gentile Signore/a, Noi profughi di cui sopra vorremmo fare appello a voi circa la nostra situazione e la sofferenza che stiamo affrontando nelle seguenti … cellule della stazione di polizia. Siamo scappati dal nostro paese per sfuggire al duro trattamento inflittoci dal nostro governo. Abbiamo viaggiato attraverso il Sudan e siamo entrati in Egitto senza documenti legali. Lo abbiamo fatto per salvare le nostre vite. Dopo aver attraversato il confine, siamo stati catturati dalle guardie di frontiera egiziane che ci hanno portato alla stazione di polizia di …… Gentile Signore/a, la sofferenza che affrontiamo nelle celle della polizia può essere così descritta:
1. Quando siamo stati arrestati siamo stati chiamati in giudizio presso tribunali militari. Ci hanno parlato in arabo, che non abbiamo capito. Non abbiamo avuto la minima idea di che cosa ci stavano dicendo e non abbiamo avuto un rappresentante legale o un traduttore. Non sapevamo che quale fosse la nostra accusa, né la sentenza che ci veniva imposta. Loro non ci hanno dato alcun documento legale circa la decisione della corte.
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Il mio viaggio all’inferno

Storia di Tareke Brhane raccontata il 3 ottobre 2013 a Lilli Gruber sulla 7
Tareke Brhane sbarca in Sicilia nel 2005 proveniente dall’Eritrea, dopo un’odissea durata anni, facendo lo stesso percorso che la notte del 3 ottobre, a Lampedusa, è costata la vita a oltre 300 persone, delle 500 che erano sul barcone. La prima cosa che ho pensato quando ho appreso la notizia del naufragio è che ho avuto la fortuna di vivere un’altra vita. Nello stesso momento mi è venuta la tristezza di vedere questa gente ( sono in Italia da quasi 7 anni), che continua a morire per mettere la propria vita in salvo. È una vergogna e dobbiamo chiederci perché ciò accade a poche centinaia di metri dalle vostre coste. Nonostante tutto ho deciso di abbandonare la mia patria, l’Eritrea, perché non avevo scelta: parliamo di un paese dove c’è una dittatura feroce da tanti anni. (…) La gente non si rende conto, ma anche per circolare nel mio stesso paese ci vuole il permesso, come per andare negli Stati Uniti ci vuole il visto. Uscire dal Paese, comunque, non è una scelta facile, è irregolare, devi abbandonare tutto e tutti. (…) L’ho deciso con mia madre, perché era l’ultima rimasta. Anche per lei soffro, non ha avuto la fortuna come me di vedere questa vita, di riposare su un bel letto caldo…Lei ha voluto mettermi in sicurezza, ero ancora giovane, e voleva investire su di me (…) Siamo andati in un campo profughi in Sudan, viaggiare, oltre a essere molto rischioso, richiede tatnti soldi, non è stato facile. Mia madre mi ha detto “Vai! Ormai per me…” Sono stato tanto male a lasciare mia madre a rischiare tutta la vita, a nascondersi dalla guerra, dai bombardamenti, da essere violentata.(…) Così ho deciso di andare verso la Libia, dove incontri dei mediatori che ti mettono poi in contatto con i trafficanti. Per entrare in contatto con i trafficanti arrivi in una zona, tipo un bar specifico e dici “Io vorrei andare in Libia” e loro subito ti mettono in contatto con quei signori. Ti prendono uno ad uno, finché hanno un certo numero e fanno partire delle Land Rover. Mettevano 34, 35 persone, come una spesa, dove non c’entravano nemmeno le persone e non c’era posto nemmeno per l’acqua, di modo che avrebbero potuto darci almeno da bere, attraversando il deserto. Il deserto è anche peggiore del mare… io una volta preferivo morire nel mare piuttosto che morire nel deserto.
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