Suicidi in carcere: è strage

Suicidi in carcere: è strage. Clamorosa iniziativa del Garante

 

di Valter Vecellio

 

L’Indro, 27 luglio 2017

 

La media è di un morto a settimana. Si sta parlando dei suicidi “ufficiali” nelle carceri italiane. Dall’inizio anno, in 29 hanno scelto di “evadere” in questo modo. Un dato preoccupante (e in crescita), che spinge il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma, ad avviare un’azione che non ha precedenti: intervenire come parte offesa nelle indagini relative a tutti i casi di suicidio, a cominciare dall’anno in corso.


“Pur considerando la difficoltà di ricondurre eventi del genere a un’unica matrice e di fermarli completamente”, chiarisce Palma, “ritengo che la situazione meriti tutti gli approfondimenti necessari per perfezionare il sistema di prevenzione elaborato dal ministero della Giustizia con la Direttiva del 3 maggio 2016. Per questo, come titolare della tutela dei diritti delle persone detenute e, di conseguenza, di persona danneggiata dalle violazioni dei diritti protetti, interverrò come parte offesa nelle indagini relative a tutti i casi di suicidio, a cominciare dall’anno in corso, per fornire il mio eventuale contributo di conoscenza e per seguire gli accertamenti che saranno condotti. Nei prossimi giorni invierò le relative richieste di informazioni sullo stato dei procedimenti alle diverse Procure della Repubblica competenti per i vari casi”.
Un provvedimento, come si è detto, che non ha precedenti. Servirà? Palma non dubita che le procure che indagano sui suicidi facciano con scrupolo il loro lavoro. Tantomeno, assicura, “ho alcuna velleità di mettere in dubbio le varie ricostruzioni. I suicidi sono situazioni molto spesso imperscrutabili. Ma c’è un problema: quello di averne avuti solo quest’anno 27 in carcere e 1 in una Rems e sono numeri che fanno pensare.
Tanto più che lo scorso anno il ministro stesso aveva emanato una direttiva sulla prevenzione ponendo l’attenzione su molti elementi: per esempio sui trasferimenti “passivi”, cioè non richiesti dalla persona, sull’accoglienza o sul momento del rilascio. Chi ha il compito, come il Garante nazionale, di tutelare i diritti, ha anche il compito e il dovere di guardare come sono avvenute le cose e aiutare le procure. Anche per contribuire a togliere un po’ i sospetti che vengono rimbalzati, come leggo spesso sui social. Insomma, una figura di garanzia che tiene sott’occhio la questione secondo me è di aiuto ed è un segnale della gravità del problema”.
Altro doloroso capitolo quello dei cittadini incarcerati e dopo un lungo, lunghissimo, penare, assolti con formula piena, e in via definitiva. Quanti sono ogni anno? Più o meno 90mila. Facciamo che ogni anno una media città italiana sia assolta da reati che evaporano come neve al sole, ma dopo lunga, preventiva, carcerazione: tante scuse: il reato non sussiste. Si tratta del 38 per cento delle sentenze. L’Istat calcola che ogni dieci condanne, in media arrivano quasi quattro assoluzioni piene. A questa contabilità vanno poi aggiunti le migliaia di imputati assolti perché il fatto non costituisce reato, o perché non è previsto dalla legge come reato (accade anche questo); infine le circa 140 mila prescrizioni.
Qualche riflessione, infine, su Leonardo Sciascia. I lettori del settimanale “L’Espresso” in edicola questa settimana si possono imbattere in un corposo fascicolo dedicato alla cosiddetta vicenda di Mafia capitale. Non è qui in questa rubrica che si vuole discutere di una sentenza di cui comunque è bene conoscere le motivazioni. Qui ci si limita a qualche considerazione a margine dell’editoriale del direttore Tommaso Cerno. Il titolo già dice molto: “Cari giudici, è l’ora di rileggere Sciascia”. C’è poi un brano, tratto da “Il giorno della civetta”. Cerno tra l’altro scrive: “Diciamo che qualcuno dovrebbe rileggersi Sciascia. Se si ricorda chi sia. Denunciava già nel 1961 questa tendenza italica, quella di non sapere o volere adattare alla modernità la criminalità organizzata che cambia metodi e modi con maggiore velocità rispetto al codice penale”.
Poi si ricorda la sintetica come già nel 1957 Sciascia definì sinteticamente la mafia: “Associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi di violenza”. È vero che il fine della mafia è quello sopra detto; non è però vero che tutti coloro che coltivano questo fine debbano essere necessariamente mafiosi. Ma non è neppure questo che si vuole qui discutere.
È il suggerimento a rileggere Sciascia, e segnatamente “Il giorno della civetta”; è lettura preziosa non tanto per quello che dice Cerno, quanto per il fatto che già nel 1960 indica come davvero lottare la mafia e le mafie: con il diritto, con il rispetto della legge; senza cedere alla tentazione di usare metodi alla Cesare Mori; e soprattutto seguendo la pista e le tracce che lascia il denaro.
La lezione, se così si può dire, del “Giorno della civetta” è questa; e fa piacere che Cerno e “L’Espresso” invitino a leggere questo grande romanzo di questo grande autore. Perché da ambienti vicini a “L’Espresso” non troppo tempo fa, ben altra valutazione è venuta, a proposito di Sciascia e del suo romanzo. Impareggiabile, per esempio, il sociologo Pino Arlacchi per il quale Sciascia non lo si può considerare un maestro: gravissimi i suoi silenzi, mentre altri sfidavano le cosche.
Quanto a “Il giorno della civetta” fa l’apologia di Cosa Nostra. Testuale: “Una storia ben narrata… della sconfitta della giustizia dello Stato e dei suoi rappresentanti di fronte a un delitto di mafia”. Il figlio del generale Dalla Chiesa, Nando dice: “Ci ho pensato a lungo, e sono giunto alla conclusione che “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia è uno splendido libro sulla mafia, una fotografia perfetta, ma non uno strumento di lotta contro la mafia”.
Il filosofo Manlio Sgalambro definisce Sciascia “uno scrittore civile, un maestro di scuola che voleva insegnarci le buone maniere sociali. Ma rivisitarlo oggi è come rileggere Silvio Pellico. La sua funzione è esaurita, Sciascia non ci serve più”. Andrea Camilleri sostiene che Sciascia, coi suoi libri, ha reso “la mafia simpatica.
A teatro gli spettatori applaudivano, quando nel Giorno della civetta don Mariano distingue tra “uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà”. Leonardo mi chiedeva: ma perché applaudono? “Perché hai sbagliato”, gli rispondevo. Altre volte rendeva la mafia affascinante. “Lei è un uomo”, fa dire a don Mariano. Ma la mafia non ti elogia, la mafia ti uccide; per questo di mafia ho scritto pochissimo, perché non voglio darle nobiltà”.
Fermiamoci qui, anche se tanti altri esempi si potrebbero fare. “L’Espresso”, ora, rivaluta Sciascia e “Il giorno della civetta”. Chissà: tra un po’ troveranno del buono anche in quel famoso articolo intitolato “I professionisti dell’antimafia” da tanti vituperato e che procurò a Sciascia accuse, sospetti e insulti a non finire.