Operai in vetrina

DI VALENTINA BARONTI

Quest’anno nelle vetrine del centro storico di Firenze i passanti hanno trovato un “addobbo” in più. I lavoratori della stireria Alba di Montemurlo, in sciopero da tre mesi, sono entrati nei negozi delle griffe per le quali lavoravano e si sono seduti tra cappotti e stivali di alta moda.

Il motivo? Ottenere che i brand accettassero di sedersi al tavolo di filiera aperto dalla provincia di Prato, su richiesta del sindacato Sudd Cobas. Le case madri si erano fino ad allora rifiutate di partecipare alla soluzione della vertenza, negando ogni coinvolgimento nelle condizioni di lavoro della filiera. Allora gli operai sono partiti dal picchetto davanti alla fabbrica per andare nel cuore della città commerciale e occupare i negozi delle grandi firme, con il risultato che 3 dei 5 brand coinvolti hanno accettato di sedersi al tavolo. Un punto importante sulla scacchiera, ma la partita è ancora tutta da giocare.

“Non cambiare fabbrica, cambia sistema”, recita uno degli slogan delle manifestazioni dei Sudd Cobas. E infatti, praticamente tutte le griffe che troviamo nella vertenza dell’Alba le avevamo già incontrate in quella di Iron&Logistics. Segno che la responsabilità delle case madri c’è eccome! Se in un’azienda che lavora per loro si ottengono diritti sindacali, le commesse vengono portate da un’altra parte, dove le condizioni di lavoro non possono che essere quelle, dato che i brand impongono tempi e tariffe.

Da qui nasce il tavolo di filiera, per richiamare tutti alle proprie responsabilità, attraverso la clausola sociale, per esempio, e quindi l’obbligo per gli appaltatori di assumere tutti i dipendenti dell’appalto precedente, a parità di diritti. Solo a sentirlo dire, le griffe si sono messe a ridere: “Impossibile! La moda non funziona così!”. Eppure, anche nella logistica sembrava impossibile 15 anni fa e invece ora, dopo picchetti scioperi e tendate, è una pratica assodata. Non cambiare fabbrica, cambia sistema!

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