La mente incarcerata

DI FRANCESCO MARTINELLI E JACOPO STEFANI

Il 28 ottobre si è svolto, nella sede del Consiglio Regionale della Toscana, il convegno “La mente incarcerata, salute mentale e detenzione: un ossimoro da discutere”.

A dieci anni dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, è stata presentata la ricerca “Salute mentale in carcere dopo il superamento degli OPG”, a cura della Società della ragione – un’Aps che si occupa di carcere, di diritti e di libertà delle persone – e dall’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana.

La giornata è iniziata presentando i metodi e i risultati della ricerca, incentrata in particolare sugli istituti di pena di Udine, Prato e Rebibbia. È stato sottolineato il profondo scollamento fra istituzioni e realtà quotidiana degli istituti. Tutto inizia nel 2008 quando la gestione della sanità in carcere, con le relative risorse e personale, viene scorporata dall’amministrazione penitenziaria e trasferita al SSN. Una delle conseguenze è una crescente carenza di comunicazione, tanto che, per la mancanza di collaborazione fra soggetti istituzionali, la stessa ricerca non sempre è riuscita a raccogliere dati importanti. L’impressione è che si sia delineato un sistema in cui ci sono due soggetti, un “corpo detenuto” e, nel caso del detenuto affetto da disagio psichico, un “corpo malato”. Il secondo però, attraverso i suoi sintomi, parla di una realtà più ampia in cui la persona, in realtà unica e con una sua dignità, non trova opportunità di riscatto né riconoscimento.

Sia sul fronte dei percorsi di emancipazione che su quello delle pene alternative il quadro è stagnante, se non peggiorato, malgrado importanti sentenze, fra cui la 99/2019 della Corte Costituzionale, che regola la detenzione domiciliare per i detenuti affetti da grave disagio psichico. Sentenza del tutto inapplicata.

I questionari e i dati raccolti dai detenuti confermano problemi gravi e pervasivi, che configurano il carcere come una realtà non soltanto incompatibile con la cura del disagio psichico, ma anche come concausa. Una prima ragione è il sovraffollamento che, ricorda il Presidente onorario della Società della ragione Franco Corleone, può portare a “sette/otto persone in una cella con un cesso solo”, senza doccia e acqua calda; poi l’assenza di percorsi di reinserimento lavorativo, e non solo, nella società.

Si fa sempre più ricorso al trattamento farmacologico, con numerosi effetti negativi: la sedazione, spesso per motivi disciplinari; il mercato nero dei farmaci, impiegati come merce di scambio; la concezione del disagio come problema individuale, non collegato all’assenza di prospettive e alla solitudine.

Come ha fatto notare la dottoressa Elisabetta Marasco, responsabile della salute mentale a Prato, il prevalere delle logiche securitarie nelle istituzioni fa sì che le buone pratiche – come i citati interventi etnopsichiatrici a Sollicciano – siano sempre in salita. Laddove ci vorrebbero istituti aperti al territorio, il sistema attuale troppo spesso lascia che l’unico riscatto sociale immaginabile sia la recidiva. Le abbiamo chiesto: “Quando la medicalizzazione del disagio lascia il tuo corpo disteso in branda, giorno dopo giorno, incapace di approcciarsi all’altro, a forme di lavoro dentro all’istituto o di formazione che aprano orizzonti diversi, a cosa ti puoi attaccare? Ammesso che un caso del genere possa anche solo essere rilevato”. Ecco la risposta: “L’unico modo è o che un secondino si prenda a cuore la cosa, oppure (come per fortuna spesso succede) che si crei una solidarietà in cella fra i detenuti”. Ci conforta sapere che esiste ancora un forte senso di umanità fra chi vive una condizione spesso disumanizzante, ma chiunque capisce che una tale rete di salvataggio non può offrire prospettive serie per il dopo detenzione (se non, a volte, nuovi contatti per riprendere le stesse strade).

Intanto il governo continua a promuovere la narrazione securitaria, non investe sulle pene alternative e ignora la condizione di disperazione di tante, troppe persone. I responsabili del carcere di Prato quest’anno si sono potuti rallegrare di non aver avuto suicidi. La Garante per i diritti del medesimo istituto Margherita Michelini, ha aggiunto che però di carcere c’erano state “due morti”. È una frase che, nell’enorme non detto che ci sta dietro, ci ha lasciato con un brivido.

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