Sin dalla fondazione nel 1994 l’impegno di Fuori Binario è la difesa, il rispetto e l’estensione dei diritti sociali e civili, sempre più erosi dall’introduzione nel dibattito pubblico di parole avvelenate come “degrado”, “decoro”, “meritocrazia”. I poveri vengono infatti definiti più per i loro comportamenti che per la bassissima disponibilità di denaro. Chi vive quella condizione “se l’è andata a cercare”, perché non adotta quei comportamenti virtuosi praticati invece dalle persone “perbene”. Chi è costretto a mangiare cibo da un cassonetto è “degrado” da bonificare ed espellere dal consesso civile e non più qualcuno da aiutare. Fuori Binario contrasta questa ideologia, che invece di colpire la povertà, si accanisce contro chi è senza mezzi. Una concezione della società che invece di analizzare le cause pensa di rimuovere, con quelle stesse parole avvelenate, le conseguenze.
Qual è allora il nostro punto di vista sulla riforma voluta dal governo Meloni oggetto tra qualche settimana del Referendum costituzionale confermativo? Si tratta, e ve lo scriviamo dalla strada, di un voto molto importante, di una scelta di civiltà che definirà il volto del nostro paese dei prossimi decenni. Per questo la nostra posizione è chiara: voteremo NO a questa riforma. Vogliamo che la magistratura non sia mai sotto ricatto del potere politico, esattamente quello che hanno sempre voluto gli antenati politici – la P2 stragista di Licio Gelli – di chi oggi ha scritto la riforma. E lo faremo per una difesa radicale dei più deboli. Perché crediamo che una giustizia non indipendente sia la premessa per una società più diseguale e più crudele. Il principio della separazione dei poteri è la garanzia che chi governa non diventi anche giudice di se stesso e dei propri oppositori. Una magistratura dipendente dal potere politico non è più un arbitro, ma un giocatore in campo: e lo sarà dalla parte di chi comanda. A perdere saranno i più deboli.
Vogliamo però mostrare – attraverso degli esempi concreti – le conseguenze quotidiane che questa riforma avrà su chi vive ai margini.
Il diritto all’esistenza diventa reato: In molte città, ordinanze sindacali vietano di dormire in stazione, di chiedere l’elemosina, di consumare un pasto in un luogo pubblico. Oggi, un cittadino o un’associazione può impugnare queste ordinanze davanti a un giudice indipendente, che può annullarle se ledono diritti fondamentali. Domani, con una magistratura allineata a un governo che invece di fare la guerra alla povertà la fa ai poveri, quel ricorso rischia di diventare inutile. La sopravvivenza stessa dei senza dimora verrà sistematicamente criminalizzata.
Lo sfratto non è più solo un atto amministrativo, ma una condanna senza appello: Pensate a una famiglia in difficoltà che occupa un alloggio vuoto da anni per sfuggire alla strada. Oggi un giudice può valutare con equità la proporzionalità dello sfratto, considerando la condizione di estrema necessità. Domani, con direttive politiche che privilegiano la proprietà assoluta e la “tolleranza zero”, quella famiglia potrebbe essere gettata in strada senza alcuna protezione. La logica della repressione sostituirebbe quella della protezione sociale.
La povertà si trasforma in detenzione: Già oggi, le persone senza dimora sono sovrarappresentate in carcere per piccoli reati (furti di necessità, disturbo della quiete pubblica). Una magistratura orientata politicamente verso una giustizia più “severa” e meno “garantista” moltiplicherebbe questo fenomeno. Le carceri tornerebbero a essere, ma purtroppo lo sono già, il deposito dei poveri e degli emarginati.
Il controllo predittivo. Negli Stati Uniti le squadracce fasciste di Trump – come definire altrimenti l’ICE – usano il software Gotham, della società Palantir, per compiere azioni di polizia predittiva. Gli abitanti di interi quartieri sono profilati e perseguiti in quanto “produttori di rischio criminale”, cancellando, di fatto, il principio di presunzione di innocenza. Si trasforma la società da uno spazio di cittadini liberi a uno di sospettati potenziali, dove la sorveglianza preventiva sostituisce il giusto processo fino ad arrivare – lo vediamo quotidianamente – a vere e proprie esecuzioni sommarie. Temo sia solo una questione di tempo e anche in Italia arriveremo a questo. Ve lo immaginate a quel punto un intervento a difesa dei diritti costituzionali da parte di una magistratura dipendente dal governo?
Sappiamo che la magistratura attuale non è perfetta, anzi. Ma la risposta non è asservirla al potere politico. La risposta è riformarla nel rispetto della sua indipendenza, affiancandola a un progetto politico di giustizia sociale radicale. Siamo consapevoli che la posta in gioco non è solo l’articolo 104 della Costituzione oggetto del referendum. È l’articolo 3, quello che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. E una magistratura indipendente è un alleato fondamentale affinché l’articolo 3 sia finalmente applicato.
