Vogliamo tutt’altro

DI CRISTIANO LUCCHI

Chi sono e cosa vogliono le persone che in questo inizio di autunno sono scese in piazza a milioni per dire basta al genocidio compiuto da Israele ai danni del popolo Palestinese? E questa rivolta che taglia trasversalmente generazioni, appartenenze, culture politiche avrà la forza di costruire un futuro di giustizia, dignità e benessere per la nostra specie? O verrà schiacciata dai poteri schierati a difesa dello status quo, con una repressione che dispone a piene mani di denaro, algoritmi, disinformazione, violenza verbale e militare?

Dal piccolo osservatorio sulla società che rappresenta Fuori Binario, ci pare di capire che questo movimento spontaneo felicemente orfano di partiti, sindacati e parrocchie varie -, abbia colto nel dramma palestinese la summa dei disvalori del sistema sociale, economico e politico a cui ognuno di noi è costretto quotidianamente.

L’arroganza e la violenza genocidaria con cui Tel Aviv mira alla Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, si nutre dell’espulsione dai loro territori delle popolazioni non conformi al progetto. Nelle nostre città si privano i più del diritto all’abitare a favore dei ricchi del mondo.

L’ecocidio della terra palestinese, solo l’1,5% dei campi agricoli potrà dare ancora qualche frutto, ricorda l’esasperato consumo di suolo imposto nelle nostre campagne a suon di capannoni, infrastrutture e cemento che anno dopo anno aggrava l’emergenza climatica (pensate ai danni a cui sono costretti gli abitanti della Piana fiorentina in nome dello “sviluppo” e della “crescita economica”).

I gazawi affamati e i lavoratori cisgiordani sfruttati nell’economia israeliana possiamo paragonarli a chi dispone solo di un lavoro povero ed è costretto a vivere ai margini dopo che è stato demagogicamente cancellato il reddito di cittadinanza (venite un giorno a vedere con i vostri occhi la fame, anche di chi lavora, durante una delle nostre distribuzioni alimentari).

L’arroganza e la violenza con cui i vari Trump, Netanyahu, Meloni impongono il loro punto di vista a livello internazionale, protetti da media e divise, si nutrono della stessa violenza e arroganza usata in politica interna per reprimere chi si ribella (la polizia che interviene a difesa degli imprenditori del tessile che sfruttano i lavoratori nelle nostre periferie).

Gli ospedali bombardati di Gaza City, Rafah o Khan Yunis risuonano a chi ha orecchie attente al definanziamento della nostra sanità pubblica (se non sei tra gli “eletti” ti curi con sempre più difficoltà o rinunci addirittura alle cure perché il privato costa troppo).

Le detenzioni amministrative con cui Israele annichilisce i palestinesi, anche minorenni, ricordano le galere di ogni specie che in Italia sono piene di migranti colpevoli di niente, se non dell’immaginifico reato di immigrazione clandestina (e non mancate di visitare un carcere minorile sovraffollato a causa del decreto Caivano imposto dal governo).

Sempre sul diritto e la giustizia anche a livello globale abbiamo assistito al doppio standard: i criminali di guerra, se potenti e sedicenti democratici, restano in libertà colmati di rispetto e connivenza. Tutto il mondo è paese, la legge non è mai uguale per tutti.

L’indifferenza, l’egoismo e la cattiveria, con cui molti “connazionali” ignorano e colpevolizzano le sofferenze di chi è costretto nella Striscia di Gaza, sono le stesse a cui ci hanno abituato i governi occidentali quando per la “nostra sicurezza” procurano la morte a migliaia di persone che attraversano il Mar Mediterraneo dirette verso la Fortezza Europa (i perbenisti usano le stesse parole d’odio, basta fare un giro sui social).

Il tradimento dell’articolo 11 della Costituzione, la voglia di guerra, il riarmo spinto, la paura del “nemico straniero” che non vede l’ora di bombardarci, fanno parte della stessa, bastarda, cultura che nel nostro paese spaventa, monta la percezione di insicurezza e la corsa al securitarismo, produce daspo e zone rosse (Gaza?), decreti sicurezza contro i poveri e i non conformi al pensiero unico.

Allora chi sono e cosa vogliono le persone che mettendo a disposizione i loro corpi rifiutano un sistema di violenza, sopraffazione e morte? C’è un misto di empatia e immedesimazione a nostro parere. A Gaza come nel resto del mondo è chiaro che il Capitalismo e il sistema sociale che ne deriva sono in una fase finale e quindi sempre più violenti. La vita è molto altro rispetto alla ricerca del profitto a tutti i costi (anche della vita stessa), appare chiaro a molti quanto sia falsa la teoria dello “sgocciolamento” (i benefici per i ricchi si ripercuotono su tutti gli altri) e che va ripresa quella lotta di classe da troppi anni misconosciuta e abbandonata. Le grandi manifestazioni sono state la prova di come la lotta nonviolenta sia potente e vitale per il cambiamento. La Global Sumud Flotilla, madre di questo movimento, ha messo in fila le tante contraddizioni e le enormi ipocrisie di chi governa. La sfida adesso è quella di tenere alto il conflitto sociale creato, per riportare in vita dinamiche di potere capaci di dare forza i nostri desideri, ai nostri valori di umanità, eguaglianza e sorellanza. Sono valori maggioritari in un popolo che non ne può più e che finalmente ha iniziato a volere altro.

Sapremo abbattere le differenze e le diffidenze? Sapremo restare fuori di casa, organizzarci, diventare protagonisti, dare un senso compiuto alle nostre esistenze? Ne va letteralmente della nostra vita. Gaza e i poteri dominanti sono lì a mostrarcelo.

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